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Pennacchi, Gifuni, Finzi Pasca: tre monologhi per la stagione di Prosa del Donizetti

Articolo. L’«Odissea» dell’attore veneto, Aldo Moro dopo Gadda e Pasolini per quello romano. E lo storico spettacolo “a uno” di Finzi Pasca (al Teatro Sociale). Sono i nomi dei prossimi appuntamenti della Fondazione Teatro Donizetti

Lettura 4 min.
Andrea Pennacchi (Sonia De Boni)

È Andrea Pennacchi il prossimo protagonista degli Eventi Speciali della Stagione di Prosa della Fondazione Teatro Donizetti: l’attore e scrittore veneto porterà sul palcoscenico del Teatro Donizetti venerdì 8 aprile il monologo «Una piccola odissea». In scena anche tre musicisti: Giorgio Gobbo (chitarra e voce), autore delle musiche, Annamaria Moro (violoncello) e Gianluca Segato (lap steel guitar). Il 22 aprile sarà la volta di «Con il vostro irridente silenzio – Studio sulle lettere dalla prigionia e sul memoriale di Aldo Moro» scritto e interpretato da Fabrizio Gifuni con il supporto di Nicola Lagioia e il Salone internazionale del Libro di Torino, la collaborazione di Christian Raimo e la consulenza storica di Francesco Maria Biscione e Miguel Gotor. Il 29 e 30 aprile al Teatro Sociale Daniele Finzi Pasca porterà «Icaro», la sua opera più emblematica: uno spettacolo pensato per un singolo spettatore che ha celebrato il suo trentesimo anniversario. Soltanto una sola, privilegiata persona del pubblico, scelta a caso da Finzi Pasca, è completamente coinvolta sulla scena, mentre gli altri diventano una sorta di “voyeur”.

Andrea Pennacchi, «Una piccola odissea»

Lo spettacolo – in scena l’8 aprile fra gli «Eventi speciali» – è una personale rilettura dell’«Odissea» di Omero in cui si intrecciano storia, mitologia classica degli eroi e memorie dell’autore: Pennacchi parte dal testo originale trovando analogie con la propria vita, con ricordi di famiglia, anche dolorosi, scavando così nell’animo umano, nel proprio animo. «Sono venuto in possesso di una copia dell’“Odissea” abbastanza presto: quand’ero alle medie, mio padre gestiva lo stand libri alla festa dell’Unità del mio quartiere, mentre mia mamma regnava incontrastata sulle fumanti cucine», racconta Andrea Pennacchi, «La pioggia aveva danneggiato una versione in prosa della Garzanti, e mio papà me la regalò. Non c’era differenza, per me, tra Tolkien e Omero, era una grande storia, anzi una storia di storie, in cui non faticavo a riconoscere le persone che amavo: mio padre che torna dal campo di concentramento, mia madre che aspetta, difendendosi dagli invasori, i lutti, la gioia. E ho sempre desiderato raccontarla».

Andrea Pennacchi
(Foto Sonia De Boni)

«L’“Odissea” è stata definita: “un racconto di racconti”, una maestosa cattedrale di racconti e raccontatori, attraversata da rimandi ad altre storie, miti, in una fitta rete atta a catturare il lettore. Proprio il suo essere costruita mirabilmente per la lettura, però, la rende difficile da raccontare a teatro, ricca com’è», continua l’attore padovano, «Abbiamo pensato di restituirne il sapore di racconto orale proponendone una versione a più voci, che dia il giusto peso anche alla ricca componente femminile e al ritorno vero e proprio. Pochi si ricordano, infatti, che gran parte della storia si svolge nell’arco di pochi giorni, tra la partenza di Odisseo da Ogigia e il suo trionfo contro i proci e il ricongiungimento con moglie, figlio e padre. Il resto della storia, la parte più conosciuta, è raccontata, da aèdi, dai suoi vecchi compagni, da Telemaco e Penelope, e da Odisseo stesso. Partiamo dalla capanna dei racconti, quella capanna del chiaro Eumeo, principe e guardiano di porci, in cui inizia la vera e propria riconquista di Itaca da parte di Odisseo. Così vicina alla mia infanzia, nucleo rovente da cui nacque il mio amore per il racconto».
(biglietti)

Fabrizio Gifuni, «Con il vostro irridente silenzio»

Il 22 aprile, al Teatro Donizetti, per la sezione «Appuntamento con la storia», sarà il turno di Fabrizio Gifuni. Dopo aver lavorato sui testi pubblici e privati di Carlo Emilio Gadda e Pier Paolo Pasolini, in due spettacoli struggenti e feroci, riannodando una lacerante antibiografia della nazione, Gifuni attraverso un doloroso e ostinato lavoro di drammaturgia si confronta con lo scritto più scabro e nudo della storia d’Italia.
Il politico durante la prigionia parla, ricorda, scrive, risponde, interroga, confessa, accusa, si congeda. Moltiplica le parole su carta: scrive lettere, si rivolge ai familiari, agli amici, ai colleghi di partito, ai rappresentanti delle istituzioni; annota brevi disposizioni testamentarie. E insieme compone un lungo testo politico, storico, personale – il cosiddetto «Memoriale» – partendo dalle domande poste dai suoi carcerieri.
Le lettere e il memoriale sono le ultime parole di Moro, l’insieme delle carte scritte nei 55 giorni della sua prigionia: quelle ritrovate o, meglio, quelle fino a noi pervenute.

Fabrizio Gifuni
(Foto Musacchio, Ianniello & Pasqualini)

Un fiume di parole inarrestabile che si cercò subito di arginare, silenziare, mistificare, irridere. «Moro non è Moro», veniva detto. La stampa, in modo pressoché unanime, martellò l’opinione pubblica sconfessando le sue parole, mentre Moro urlava dal carcere il proprio sdegno per quest’ulteriore crudele tortura. A distanza di quarant’anni il destino di queste carte non è molto cambiato. Poche persone le hanno davvero lette, molti hanno scelto di dimenticarle.

I corpi a cui non riusciamo a dare degna sepoltura tornano però periodicamente a far sentire la propria voce. Le lettere e il memoriale sono oggi due presenze fantasmatiche, il corpo di Moro è lo spettro che ancora occupa il palcoscenico della nostra storia di ombre.
(biglietti)

Daniele Finzi Pasca, «Icaro»

A chiudere il trittico di monologhi, il 29 e 30 aprile con il secondo spettacolo di «Eventi speciali», lo storico spettacolo di Daniele Finzi Pasca al Teatro Sociale. Un canto alla meraviglia, delicato e struggente, un’opera di poesia che parla di speranza dando vita ad un antieroe, fatto della stessa sostanza di ognuno di noi che spesso perdiamo e che solo a volte, per un attimo, riusciamo a vincere.

Nel 1989 Daniele scrive «Icaro», l’opera più rappresentativa della sua Compagnia, che debutta a Milano nel 1991 e oggi conta circa 800 repliche tradotte in 6 lingue. Il soggetto dell’opera è semplice: è la storia di due persone che si incontrano e decidono di scappare volando da una stanza senza porte né finestre. Daniele sceglie tra il pubblico una persona che lo accompagnerà per tutto lo spettacolo. Sbocciano in quest’opera tutti gli elementi fondamentali della Compagnia Finzi Pasca: la carezza, il virtuosismo, la vigilanza, la preoccupazione per gli effetti dei nostri gesti, la storia quotidiana ed eroica, la risata e la subitanea emozione, la tecnica per far cadere il velo e provocare commozione. I testi, la musica, le luci, il trucco, i costumi e la scenografia di «Icaro» sono una specie di manifesto della Compagnia. «Icaro», l’opera più emblematica della singolarità teatrale del clown che incarna Daniele, è stato anche lo spettacolo che lo ha lentamente riportato al circo, verso casa.

Daniele Finzi Pasca
(Foto Viviana Cangialosi))

«Faccio teatro per il piacere di naufragare, di perdermi un attimo, una delle cose più salutari che ci siano nella vita. Ci si perde come si scappa. Una fuga interiore ci rivela quello che siamo. La fuga è una strategia che permette di scavare dentro alla realtà per scoprire i segreti che le apparenze mascherano», scrive Daniele Finzi Pasca. A proposito del monologo: «“Icaro” è stato creato rapidamente e le prove sono durate solo due mesi. Successivamente, ho continuato a perfezionarlo. È uno spettacolo semplice come lo erano le storie che raccontava mia nonna. Lei mi ha insegnato il segreto per fare gli gnocchi e la crostata di mele, preziose ricette che poi ho sistematicamente utilizzato nelle mie creazioni teatrali. Mia nonna, che non lasciò mai la sua cucina, scoprì il mondo invitando la sua famiglia a mangiare. Io preparo i miei spettacoli come fossero storie che devono essere raccontate guardando il pubblico negli occhi».
(biglietti)

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