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Chi non vuole la democrazia in Iran

Articolo. Non tutta la popolazione iraniana è d’accordo con le proteste dei ragazzi e delle ragazze della Generazione Z e con quelle di persone di altre età e varie fasce sociali. I motivi sono quasi sempre di natura economica, religiosa e culturale. Ma la protesta va avanti, in Iran come in Italia e in Europa

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4 novembre 2022, marcia a sostegno della Repubblica islamica dell’Iran (foto Mohammad Reza Saeedi)

Sheghi Papavero («Papavero» è la traduzione in italiano del cognome) è una donna iraniana, nata a Teheran, che dal 2011 vive a Bergamo. Da quando è iniziata la protesta in Iran contro il regime degli ayatollah, è una delle principali attiviste che tengono alta l’attenzione nella nostra città, che da anni ha accolto una comunità iraniana molto numerosa.

Dopo l’istituzione della Repubblica islamica dell’Iran nel 1979, la lotta per la libertà e per i diritti umani è diventata parte della vita quotidiana degli iraniani. Negli ultimi quattro mesi, a causa della brutale repressione del governo contro ogni dissenso ideologico nonché della sistematica discriminazione contro le donne e le minoranze etniche e religiose, il desiderio di libertà è diventato sempre più necessario, urgente e, finalmente, sta acquisendo qualche possibilità di realizzazione.

L’attuale rivoluzione in Iran, come tutte le rivoluzioni che si sono verificate nel corso della storia, ha i suoi oppositori interni ed esterni. Se si analizza la questione attraverso i social network, questo diventa lampante.

Quali ragioni potrebbero mai esserci contro la democrazia e il rispetto dei diritti umani in Iran? Come si può sostenere un regime dittatoriale? Proviamo a dare uno sguardo agli oppositori interni della rivoluzione in atto.

Il primo gruppo e i maggiori oppositori interni sono le élite al potere e i loro dipendenti. Come in tutti i regimi autocratici, le élite dominanti dell’Iran approfittano ingiustamente del loro potere assoluto. Pertanto, la ragione più ovvia dell’opposizione alla rivoluzione da parte delle élite dominanti e dei loro dipendenti, o anche solo a una riforma del regime, è la paura di perdere i loro enormi privilegi economici. Tuttavia, per quanto forte possa essere la motivazione economica, questa non è l’unico motivo per cui si oppongono alla rivoluzione.

Infatti, dopo il movimento dell’Onda Verde nel 2009, quando è diventato chiaro che le cosiddette riforme non stavano portando alla libertà per cui gli iraniani stavano combattendo, la gente ha iniziato a lottare per cambiamenti più radicali. Poiché il governo ha fatto ricorso a esecuzioni di massa, stupri di gruppo sistematici, processi farsa – che hanno portato anche all’esecuzione di attivisti politici e spari di proiettili veri contro manifestazioni disarmate – il desiderio di giustizia e rivalsa del popolo è diventato più forte che mai. Questa necessità di giustizia può significare anche un processo alle élite governative (Guardiani della Rivoluzione islamica detti Pasdaran , giudici e pubblici ministeri, comandanti delle milizie Basij, ecc.) per crimini contro l’umanità, che comporta il rischio di pesanti condanne. La paura delle conseguenze per queste élite le ha indotte a fare assolutamente tutto ciò che era in loro potere per sopprimere la rivoluzione.

Due uomini a Kandovan nella Azerbaigian Orientale
(Foto Matyas Rehak))

Il secondo gruppo di oppositori alla rivoluzione sono i cittadini che hanno un livello sociale e di istruzione molto basso, i quali vivono soprattutto in villaggi remoti privi di servizi e strutture. Il regime islamico iraniano ha una lunga storia di utilizzo di vari meccanismi per indottrinare e controllare le persone. Non esiste un sistema di media e istruzione indipendente in Iran. Anche le ONG internazionali come l’UNICEF e l’UNHR non hanno la minima libertà di svolgere le loro missioni. La macchina della propaganda, insieme alle privazioni economiche e alle insicurezze imposte dal governo, la mancanza di accesso a un’istruzione di qualità nei villaggi e la mancanza di libero accesso a Internet, ha costretto una parte della società svantaggiata a credere nella verità della propaganda governativa. Propaganda che incoraggia, quale motivo principale del proprio successo, la lealtà al governo, facendo sì che queste persone si mostrino contrarie a qualsiasi cambiamento (inclusa la rivoluzione) nel timore di perdere anche le misere entrate ottenute dal governo.

Il terzo gruppo è il personale Basij (un’organizzazione paramilitare e un sottogruppo dei Pasdaran). I Basij svolgono un ruolo importante nella repressione delle proteste con pestaggi, stupri e assassini. Sono generalmente persone al di sotto della soglia di povertà e dipendono dal regime per il loro sostentamento quotidiano. Hanno subito il lavaggio del cervello e fanno tutto ciò che viene loro comandato, come si è potuto appurare con l’uccisione di manifestanti indifesi negli ultimi quattro mesi.

Basij alla parata della Difesa Sacra 2019 a Kermanshah
(Foto Farzad Menati, fonte Wikipedia)

Sono impiegati dal governo e preposti alla Jihad , ovvero sono coloro che preservano l’Islam e in cambio diventano Majlis (impiegati statali a vita), con benefici economici minimi in modo da poter fornire riparo e cibo alle loro famiglie. A causa di ciò, vedono la rivoluzione come la fine del loro potere e del loro benessere economico.

Il quarto gruppo è formato dagli estremisti religiosi favorevoli alla Repubblica teocratica islamica e di conseguenza fortemente contrari alla rivoluzione. In Iran, la religione ufficiale è l’Islam. Tuttavia, è difficile stimare quale percentuale di persone segua effettivamente l’Islam come religione. Il motivo dell’inaffidabilità delle statistiche religiose è che secondo le leggi della Sharia applicate nella Repubblica islamica, se una persona si converte dall’Islam ad altre religioni o si dichiara ateo viene condannato alla pena di morte. Pertanto, un iraniano nato da genitori apparentemente musulmani non può dichiararsi non musulmano se non a discapito della propria vita. Con l’impossibilità di stimare la reale popolazione musulmana credente in Iran, è molto difficile dire quale sia, all’interno di questa popolazione, la percentuale di credenti estremisti favorevoli alla Repubblica teocratica islamica – di certo la rivoluzione in atto segnala quantomeno una visione critica nei confronti dell’Islam più radicale, un processo di secolarizzazione a favore dei della democrazia, dei diritti e della libertà.

Il quinto gruppo di cittadini è quello dei riformisti: come in altri paesi, anche in Iran esiste una parte della popolazione incline a mantenere lo status quo per paura del nuovo. Preferire la riforma del regime (senza cambiarne l’essenza di regime teocratico) al suo abbattimento vero e proprio può avere vari motivi. Alcuni riformatori temono il collasso economico o sociale causato dalla rivoluzione. Tuttavia, una grande maggioranza di cittadini riformisti teme una guerra civile o un intervento straniero a tutto campo come risultato della rivoluzione iraniana.

Ci sono due riferimenti comuni che giustificano questa loro paura della rivoluzione. In primo luogo, l’esempio della Siria, dove c’è la guerra civile e allo stesso tempo continua il regime di Bashar al-Assad. Questi riformatori sottolineano come la lunga guerra civile in Siria abbia solo generato numerose vittime tra i manifestanti, così come i danni collaterali civili, la distruzione di infrastrutture e siti storici e l’ascesa dell’ISIS. Sostengono che se le persone che hanno protestato per il cambio di governo avessero seguito le riforme del regime di Assad, sarebbe stato meglio, avrebbero potuto ottenere di più ed evitare morte e distruzione.

In secondo luogo, l’Operazione Unified Protector della NATO in Libia – promossa, dopo i primi attacchi di Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna, come intervento militare nel 2011 contro il governo e l’esercito di Muʿammar Gheddafi – ha portato, oltre a una serie di conseguenze umanitarie, economiche e strutturali, al rovesciamento di Gheddafi e all’avvio di una lunga guerra civile, diffondendo la corruzione e una forte instabilità politica. La paura è che possa accadere anche in Iran. Va detto che questo segmento della società che si divide fra le due posizioni non è identificato con una particolare classe sociale o con credenze religiose.

Sono passati 4 mesi e alcuni giorni dalla morte di Mahsa Amini e dall’inizio delle proteste in Iran. 4 mesi pieni di rabbia, paura e speranza per la maggior parte degli iraniani, sia quelli che vivono in Iran sia quelli che si sono trasferiti all’estero non per scelta ma per forza. Come iraniana, la mia vita è cambiata dal 16 settembre 2022. Ogni notte vado a letto con la paura: la paura delle esecuzioni, delle uccisioni, delle torture, degli stupri e degli arresti. Mi sveglio molte volte e controllo le notizie e i social media per rimanere costantemente informata. Sono in contatto con iraniani attivi in Italia e nel mondo per trovare nuove soluzioni per sostenere questa rivoluzione. Non riesco a controllare le mie lacrime partecipando a qualsiasi manifestazione quando vedo i miei connazionali e la bandiera tricolore dell’Iran.

Strasburgo il presidio davanti al Parlamento europeo contro la repressione in Iran
(Foto Ansa)

A volte, quando sento l’ennesima notizia della morte di una persona innocente, perdo la speranza e mi abbandono alla tristezza. Tristezza e paura sono mie compagne da tempo, ma poi mi asciugo le lacrime e penso che questa volta c’è speranza, mi faccio forza e, a modo mio, per quello che posso, continuo a lottare insieme alle mie sorelle, i miei fratelli e gli amici che con forza e coraggio non si arrendono e continuano a protestare.

Questa è la mia situazione, una donna che si è trasferita in questa città undici anni fa per trovare pace, e fino al 16 settembre pensava di averla trovata, ma oggi sento che la mia pace e quella di ogni iraniano può essere raggiunta solo con la conquista della libertà in Iran.

La nostra vita non sarà mai una vita normale fino a quando non vedremo che l’Iran avrà un governo democratico e gli iraniani potranno godere dei diritti umani fondamentali. Lunedì 16 gennaio, più di 12 mila iraniani provenienti da tutta Europa si sono riuniti a Strasburgo per dimostrare ancora una volta al mondo e ai governi europei che la maggioranza degli iraniani vuole rovesciare questo regime dittatoriale e che, includendo il corpo dei Pasdaran nell’elenco dei gruppi terroristici, sarebbe possibile ridurre il potere di questo governo e costruire un Iran senza discriminazione per le donne, senza bombe atomiche, senza pena di morte, senza gruppi terroristici. Un Iran libero.

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