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Forse sarà anche bello lo smart working, ma non adesso

Articolo. Cosa significa per lavorare da casa in questi giorni. Cioè fare qualcosa di bello, creativo, vario, ma tutt’altro che “agile”. Perché ora le nostre vite non sono smart

Lettura 3 min.
(Lucas Hein da Unsplash)

Mi hanno chiesto di scrivere qualcosa sullo smart working. Una parola che va molto di moda in questo periodo, e non vi devo spiegare il perché. In italiano smart working è “lavoro agile”, un termine che non corrisponde al telelavoro, ci sono delle differenze burocratiche e di metodo. Ma io non è di questo che voglio e posso parlare, non ne so nulla.

Se siete d’accordo quindi usciamo dai regolamenti e dalla burocrazia e decidiamo che lo smart working qui ed ora è semplicemente il lavoro da casa. O meglio il lavoro da casa costretti.

Ho iniziato a lavorare da casa, se non ricordo male, un paio di settimane fa. Incredibile vero che non me lo ricordi di preciso in un momento come questo? Il problema è che da quando l’emergenza sul coronavirus si è fatta così seria e grave, la prospettiva di una fine – di questo autentico dramma che sta vivendo Bergamo – è incerta, nebbiosa, lontana.

Il tempo è come sospeso, le giornate sono più o meno tutte uguali anche se il mio lavoro è vario e pure creativo. Sembrano sciogliersi una nell’altra, svaniscono.

(Foto Kunal Rit da Unsplash)

C’è il sole fuori, a me è venuta anche un po’ di allergia, ma nelle case c’è come una nebula grigia che occupa gli spazi e i pensieri. Qui da me abbiamo solo un tavolo in cucina e siamo in due a doverci lavorare sopra. Frontali, uno all’altro, i computer che si guardano, stiamo in silenzio, chini sulle nostre tastiere. Con il mal di schiena e di cervicale, perché il tavolo non è fatto per lavorare e obbliga a una postura leggermente chinata che ora dopo ora si fa sentire.

Perché non parliamo? Perché parlare significa distrarsi e distrarsi vuol dire disoccupare la mente e lasciare spazio alla narrazione tossica del coronavirus. Il lavoro allora viene buono per tenere la mente impegnata, evitare che torni lì, alla palletta con gli spuntoni del COVID-19. Un oggetto irreale diventato macabro, che si porta dietro tutto il suo carico di numeri, immagini, storie, morti. Tanti morti che il giorno dopo trovi sulle necrologie e dici questo lo conoscevo quest’altro l’ho visto ancora. Non mi sono abituato a tutte queste morti, come fai?, ma mi sono abituato al fatto che sarà così anche domani, e domani dopo ancora etc. Parlare, parliamo a pranzo e a cena, non è male essere in due.

Dovete sapere che il mio lavoro – cioè coordinare i contenuti di Eppen scritti dai nostri autori e scriverne anche io qualcuno come sto facendo ora – è un lavoro che fai soprattutto guardandoti in faccia. Alzi lo sguardo dalla scrivania e chiedi una cosa, stacchi per prenderti un caffè con qualcuno e ragioni su un progetto. Ti viene una riflessione e la proponi sapendo che qualcuno ti risponderà. Vai dalla direttrice, chiedi, spieghi. In alcuni momenti ridi e gioisci, in altri ti incazzi e ti lamenti.

In tutta l’attività di redazione umanità differenti si incrociano e cercano di dare il meglio. Ho la fortuna di lavorare in un posto dove le persone sono disponibili, l’impegno non manca e nessuno mette il proprio ego davanti alle cose che dobbiamo fare. Non è l’eden, però è una situazione che in questo momento manca e rende più difficile lavorare.

Ora ci sono tante mail, Skype, WhatsApp, le telefonate. Ma non è la stessa cosa, manca l’alchimia, che è un’intesa complessa da costruire quando lavori fianco a fianco, figuriamoci a distanza. C’è sempre una freddezza di fondo nelle nostre comunicazioni in questi giorni: un po’ è data dal questo tempo livido e insidioso, un po’ dal litio che ci separa. Hai voglia a fare squadra su WhatsApp chiedendosi tutte le mattine come stai. Sì, ok, niente febbre. Ma la verità è che nessuno in quei momenti dice davvero come sta, è una forma di protezione uno dall’altro. O forse il tentativo di evitare il malessere, reciprocamente.

(Foto Ties Rademacher da Unsplash)

Non voglio fare l’eroe e non credo neanche che i miei colleghi e i miei capi lo siano. Sono persone che cercano di fare al meglio il loro dovere. Però, diciamolo, questo dovere pesa. Facciamo comunicazione, giornalismo, chiamatelo come volete. È una responsabilità sempre, adesso è doppia, tripla. Io non faccio cronaca fortunatamente, per chi la fa deve essere difficile. Perché non siamo preparati, nessuno può esserlo del tutto davanti a una cosa del genere. E soprattutto dentro a questa cosa ci siamo anche noi. Possibili contagiati, famigliari di contagiati, persone che ogni giorno auscultano e raccontano il battito melancolico del territorio. Le morti. Non credo ci sia un altro momento come ora, in cui raccontare e vivere si sovrappongono stridendo.

Tuttavia, se invece, come il sottoscritto, non fai cronaca ma cultura? Le parole pesano comunque, qualcuna la sbagli sicuramente. E poi ti arrovelli: cosa fare in questa bolla d’angoscia che è ora il nostro presente? Che cosa dare a chi ti legge? Consigli su come passare le giornate (film, libri, dischi etc.) e ora narrazioni alternative alla narrazione dominante. Così da stare per qualche minuto in un altrove che (forse) è un sollievo brevilineo. Allora ci si organizza: mail, chiamate. Ogni narrazione nasce da un dialogo al solito telefono, che tra l’altro negli ultimi giorni stenta parecchio, le comunicazioni saltano, strani rumori dagli auricolari degli smartphone. La rete è carica, tutti cercano di parlarsi.

Quindi com’è questa benedetto smart working? Brutto. C’è di peggio, certo. Ad esempio essere medici o infermieri alle prese con la moltitudine dei contagiati e dei deceduti. Qualcuno l’avrà sicuramente già detto che il coronavirus ci ha preso la dura, non sempre allegra, normalità. Ci siamo alzati una mattina e non c’era più. Come se ci avessero rubato qualcosa a cui eravamo affezionati. Era la nostra vita in equilibrio più o meno precario. Ora siamo spaesati e tremanti. Ma quantomeno vivi, di un’esistenza che per tutti è davvero poco smart.

Link foto:

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