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Quando ho scoperto che il mio vicino di stanza è un atleta paraolimpico

Articolo. “Si chiama Norbert. E per me, più che essere uno che ha vinto delle medaglie importanti, è un amico. Nonostante mangi quasi sempre riso, pesce e verdure”. Una storia di due disabilità che si incontrano

Lettura 4 min.
(Vittorio Frau, rielaborata)

Io e Norbert abitiamo sullo stesso piano nella residenza universitaria di Bergamo. Precisamente al quarto, che ospita le stanze più grandi, predisposte per le persone con disabilità. Nonostante questa vicinanza spaziale, però, ci abbiamo messo un po’ ad incontrarci, circa tre mesi.

Quando ho saputo che sarebbe arrivato un ragazzo con una disabilità visiva ero molto curiosa, lo ammetto. Sono sempre affascinata dal modo in cui gli esseri umani riescono ad adattarsi ai propri limiti, sviluppando nuove competenze, trovando passioni che diano nuova linfa alla vita. Soprattutto se una malattia regressiva ti impone di viverne una fatta di sacrifici e rinunce ai quali non sei pronto, quando hai vent’anni.

Di anni Norbert ne ha ventidue e ciò che posso dire è che siamo diventati amici la sera stessa in cui ci siamo conosciuti. Per qualche settimana l’ho osservato da lontano. In mensa la sera notavo che sceglieva sempre le solite cose: riso, pochi condimenti, pesce e verdure. Così, la mia mente brillante sulla base di questi pochi elementi a disposizione, ha formulato la seguente teoria: o è troppo schizzinoso o è celiaco.

Immaginate quanto poteva essere grande la mia voglia di sprofondare nell’abisso quando mi ha detto che molto semplicemente sceglie di mangiare in modo sano per mantenersi in forma e allenarsi tantissimo perché è un atleta paraolimpico di triathlon. Così, mentre negli scorsi anni io alternavo lo studio a lunghe pause tra letti e divani, lui faceva nuoto alle 7 di mattina o andava a correre alle 11 di sera.

”Se vuoi, puoi”

Norbert ha un motto: “se vuoi, puoi”. Io ho un difetto, grande quasi quanto la sua voglia di fare, la pigrizia. Così, appena ci siamo conosciuti abbiamo iniziato a raccontarci delle cose, come se ci conoscessimo da sempre. Nonostante la mia riservatezza, sentivo di potermi fidare perché ci è sembrato chiaro fin da subito di essere molto diversi e simili allo stesso tempo.

Anzitutto entrambi puntualizziamo sempre. Quindi, se io lo chiamo per dirgli che volente o nolente sono reclusa in casa da più o meno un mese, lui deve specificare che in realtà si tratta di tre settimane. E se gli dico che per via della mia patologia posso fare solo ginnastica correttiva ed esercizi di coordinazione, lui mi dice che se mi allenassi con costanza, rafforzando i muscoli, potrei anche correre, a modo mio.

In tutta sincerità, devo ammettere che dietro ai miei tentativi di contraddirlo, si nasconde la mia proverbiale inettitudine a compiere qualsiasi tipo di sforzo fisico. Quindi se lui negli anni ha imparato ad allenare il corpo per dimostrare che è pronto a superare ogni limite fisico, io i miei limiti fisici li sbeffeggio a parole che siano scritte o parlate ma restando, quasi sempre, comodamente seduta su una sedia.

Fin dall’infanzia ho sempre avuto amici uomini, ma ciò non bastava a colmare il mio senso di solitudine. Mi sono sempre rimproverata di non riuscire ad essere spontanea. Sempre troppo apprensiva, troppo ansiosa, troppo insicura. Trovavo rifugio nella scrittura dei diari, nei libri, nella musica. Voci e parole ascoltate e cantate di notte nelle cuffiette che facevano da valvola di sfogo a quella malinconia a cui non sapevo dare nome e forma, un po’ per paura, un po’ per inesperienza.

In Norbert ho riconosciuto lo stesso tipo di dolore, in un modo che non riuscirei mai a spiegare compiutamente a parole. Una fragilità che lui esprime con coraggio. Con la forza e l’intensità dei suoi allenamenti, con le parole pesate e calme con le quali descrive il modo in cui si orienta. O la funzione delle lenti scure che utilizza quando corre, col suo sorriso a denti bianchi disarmato che gli si stampa sul volto quando dice “ho una disabilità visiva”.

Cosa significa essere (gli) unici

Oltrepassare i limiti per me significa andare piano, per Norbert fare i conti con un sintetizzatore vocale che legge i messaggi al posto suo. Una voce femminile e un po’ robotica che ha impostato per leggere alla massima velocità. Ho riflettuto su questo particolare, che inizialmente trovavo divertente, e mi sono resa conto di quanto ho sempre guardato alla mia malattia in modo egoistico.

Mi sono sempre concentrata sulle mie difficoltà, sui miei affanni e ho sempre creduto che fossero il fardello peggiore con il quale mi sarei dovuta confrontare per il resto della vita. Poi ho conosciuto Norbert e ho imparato a dare importanza a gesti semplici come il porgere un bicchiere, ma facendolo nel modo giusto. Dandogli la possibilità di sentire l’oggetto al tatto e quindi di afferrarlo. Ho cercato la sua mano delicatamente e in modo del tutto naturale, senza che ci fosse imbarazzo tra di noi. Io, che di solito mi muovo con la maestria di un elefante.

Norbert parla discretamente quattro lingue (Italiano, spagnolo, inglese e serbo-croato). Prima di studiare a Bergamo era iscritto alla facoltà di lingue a Trieste. È stato come i suoi genitori volontario nella Croce Rossa Italiana, ha vinto medaglie d’oro, d’argento e di bronzo. Eppure nel suo raccontarsi non c’è alcuna voglia di ostentare, tanto che quando gli chiedo se dopo essersi allenato fino a tarda notte trova anche il tempo di andare a salvare i cagnolini abbandonati, lui ride, ridiamo insieme.

Quando mi sono trasferita a Bergamo e raccontavo la mia storia, le persone non facevano altro che dirmi quanto fossi stata coraggiosa. Ma nel decidere di partire, mettendo alla prova l’idea che sarebbe stato difficile vivere da sola, non c’era solo banalmente una scelta, ma una vera e propria necessità. Non mi volevo sentire unica, speciale, una supereroina. Anzi, avevo bisogno di sapere che non ero l’unica, che non ero sola.

Dietro alla sfrontatezza con la quale sfidiamo la vita ogni giorno si cela un sentire profondo, fatto di cicatrici visibili e non, di esperienze che ti costringono a crescere, a diventare adulto prima del tempo. In questo si manifesta la nostra diversità. In questo si manifesta il nostro essere simili. Nella voglia di rivalsa e di riscatto rispetto a qualcosa che non abbiamo e non avremmo voluto scegliere ma che comunque abbiamo incanalato e trasformato in forza.

Stralci di vita comune

Io e Norbert facciamo la spesa insieme, cuciniamo. Più precisamente lui cucina e io mangio. E si meriterebbe un’altra medaglia solo per essere una delle poche persone ad essere riuscita, dopo due anni di vita in residenza, a farmi fare qualcosa che non sia stare sui libri o guardare una serie tv.

Quando camminiamo mi tiene sottobraccio e rispetta il mio passo in modo automatico e questa tacita complicità vale tutti gli anni passati ad affannarmi dietro a persone che non avevano l’accortezza di rispettare la mia andatura.

Quando entro in camera di Norbert mi sembra di stare al Polo Nord. Questo perché anche la notte, se fuori ci sono 2 gradi, lui lascia la finestra aperta. Inoltre odia le sbarre a protezione delle finestre che ci sono in tutte le camere del nostro piano. Dice che lo fanno sentire in trappola. Col tempo ho imparato a capire che quel vento gelido che entra dalla finestra, per lui, è lo stesso che gli lambisce il viso quando corre.

E mi piace pensare che in questa sua corsa continua, contro il tempo, contro i limiti di velocità che sfida per raggiungere nuovi record, lui abbia trovato strada per vincere la gara più importante in questo lungo percorso a ostacoli che chiamiamo vita.

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