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Sì, la violenza di genere incide anche sulla nostra economia

Intervista. Il titolo è provocatorio ma «Il costo della virilità. Quello che l’Italia risparmierebbe se gli uomini si comportassero come le donne» non è un libro contro gli uomini. Piuttosto, un testo che raccoglie una quantità concreta di dati economici e di calcoli giustificati uno ad uno. Ne abbiamo parlato con l’autrice, l’economista Ginevra Bersani Franceschetti

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I comportamenti anti sociali in Italia costano ai contribuenti, ogni anno, 98,78 miliardi di euro. Una cifra equivalente al 5% del Pil del 2019. Fino ad oggi, non era mai stata condotta una ricerca su quale categoria fosse la più usa a delinquere. Ebbene, secondo i dati Istat, sono gli uomini. Nel 2018, l’82,41% dei 500mila autori di reati per i quali è stata aperta una procedura penale nel corso di un anno e l’85,1% delle persone condannate dalla giustizia, risponde a un solo genere: quello maschile. E non c’è età, strato sociale, paese d’origine, provenienza geografica, titolo di studio che tenga: lo status di maschio è maggioritario in tutti i circa 500 crimini analizzati dall’economista Ginevra Bersani Franceschetti e dalla storica dell’economia Lucile Peytavin, nel loro libro «Il costo della virilità. Quello che l’Italia risparmierebbe se gli uomini si comportassero come le donne», edito da Il Pensiero Scientifico Editore e pubblicato a metà gennaio.

Prima di iniziare a parlare effettivamente del costo della virilità, sgombriamo il campo da altri pregiudizi, razzismi o false soluzioni, così potremo avere l’attenzione anche degli uomini. Sempre l’Istat, infatti, spiega il profilo tipico dei condannati adulti: all’80% sono uomini, la maggioranza ha la cittadinanza italiana (67,6%) e ha tra i 35 e i 54 anni.

«Il costo della virilità» è un progetto letterario che nasce dall’omologo saggio francese «Le coût de la virilité. Ce que la France économiserait si les hommes se comportaient comme les femmes», pubblicato nel 2021 da Lucile Peytavin. L’economista italiana Ginevra Bersani Franceschetti ha utilizzato lo stesso metodo di calcolo, citato circa 300 referenze storiche e scientifiche e ha dato origine alla versione italiana, dimostrando che, purtroppo, tutto il mondo è Paese, anche se da noi la situazione sembra essere più seria. Nonostante quasi 10 milioni di abitanti in meno, infatti, i nostri numeri sono al pari di quelli dei francesi.

Gli uomini sono «il 92% degli imputati per omicidio, il 98,7% degli autori di stupri, l’83,1% degli autori di incidenti stradali mortali, l’87% dei responsabili di abusi su minori e il 93,6% degli imputati per pornografia minorile. Sono il 95,5% della popolazione mafiosa, l’87,5% degli imputati per rissa e il 76,1% per furto, sono il 91,7% degli evasori fiscali e l’89,5% degli usurai, il 93,4% degli spacciatori e il 95,7% della popolazione carceraria». E ancora, «in Italia i comportamenti virili maschili assorbono ogni anno 10,12 miliardi di euro sui 15,6 miliardi di euro del bilancio totale delle forze dell’ordine dei differenti ministeri (Carabinieri – Ministero della Difesa, Polizia di Stato e Vigili del Fuoco – Ministero dell’Interno, Guardia di Finanza – Ministero dell’Economia); 6,25 miliardi di euro sugli 8,45 miliardi di euro del bilancio della Giustizia, di cui 3,58 miliardi per la giustizia e 2,67 miliardi per l’amministrazione penitenziaria; 9,9 miliardi di euro del bilancio totale delle emergenze e dei ricoveri ospedalieri. A ciò si aggiunge il costo umano e sociale di tali infrazioni alla legge, in quanto vi sono, dietro questi atti, vite spezzate, sofferenze fisiche e psicologiche che provocano delle perdite di produttività, un senso di insicurezza con ripercussioni sui settori economici più disparati (turismo, commercio ecc.)».

AS: Ginevra Bersani Franceschetti, partiamo dal titolo «Il costo della virilità». Eppure tutta la prima parte del vostro libro è dedicata proprio a smontare il concetto stesso di «virilità» e a dimostrare che non c’è niente di fisiologico nella violenza…

GB: Sì, infatti. Il titolo vuole essere provocatorio, così come i sottotitoli che abbiamo usato, e lo abbiamo fatto per non relegare questo testo alle sfere femministe, ma per esplicitare chiaramente alle persone il tema che vogliamo sollevare, ovvero economia e portafoglio. Leggendolo, questo non è un libro contro gli uomini, anzi. Non c’è nessuna colpa nel genere, piuttosto la conseguenza di entrare in un meccanismo culturale che li avvicina alla delinquenza e capire perché questo accada è ciò che facciamo in tutta la prima parte del testo. Non c’è niente nella biologia degli uomini che li predetermini a un comportamento violento e vari studi lo dimostrano, così come dimostrano che c’è una spinta dei maschi verso modelli educativi che li portano a delinquere maggiormente.

AS: Shakespeare scriveva: «La crudeltà che voi mi insegnate io la metterò in atto e sarà difficile che non superi quella di chi mi ha istruito». È proprio così? È il perpetuarsi di un meccanismo educativo sbagliato il problema?

GB: Di un meccanismo culturale, non solo educativo. Spesso, infatti, siamo portati a restringere l’educazione a ciò che avviene in famiglia, mentre la formazione culturale di un bambino e un adolescente si fa casa, a scuola, negli ambienti sociali, alla televisione. E sì, il perpetuarsi di questi meccanismi è la prova che le donne, ricevendo un’educazione differente, rispondono a schemi sociali differenti.

AS: Come mai le donne sono escluse da questa, chiamiamola, «impostazione»?

GB: L’educazione che viene data alle donne si colloca su un polo opposto a quello degli uomini. Basti pensare che le peggiori offese che vengono rivolte all’uno e all’altro sesso sono «sei un maschiaccio» o, di contro, «sei una femminuccia». Quella riservata alle bambine è un’educazione che permette una migliore padronanza delle proprie emozioni, che insegna prudenza e autoregolamento e una maggiore ubbidienza alle norme sociali fin dall’infanzia.

AS: Quindi la soluzione esiste già, basterebbe estendere il modello educativo che, più o meno consciamente riserviamo a un genere, anche all’altro.

GB: Sì, anche se una delle contestazioni che mi rivolgono più spesso è proprio sul fatto che quando l’educazione sarà uguale allora ci sarà più uguaglianza anche nei delitti, ma questo è un presupposto sbagliato, perché quella data alle donne è un’educazione che funziona meglio e ogni dato lo dimostra.

AS: Il mio dubbio è un altro. Mi chiedo se piuttosto la vostra ricerca non faccia altro che sottolineare un ulteriore gender gap, in questo caso nella violenza. Mi spiego: le donne non frodano perché non arrivano nemmeno ad avere certi ruoli e poteri finanziari e non comandano gruppi delinquenti perché sono discriminate. Non potrebbe esserci anche questo in tutti i dati che fornite?

GB: No, e quando si pensa a crimini e delitti occorre pensare anche ai tantissimi fattori che portano all’aggressività. Prendiamo per esempio la povertà, una condizione che genera più reati di rapina. Anche in questo caso le proporzioni uomo/donna restano uguali e, seppur nella stessa condizione di miseria, le donne eseguono meno rapine. In tutti i reati analizzati, e sono centinaia, non c’è un solo delitto o un crimine commesso da donne più che da uomini.

AS: Nonostante questo, quando la donna commette un delitto la gogna mediatica è pesantissima. È evidente a tutti che un uomo che uccide è un assassino, mentre una donna diventa un mostro.

GB: La tesi che sosteniamo nel libro è che le donne sono capaci di violenza, ma in proporzioni molto limitate e più rare e quindi fanno notizia. La rarità dell’atto lo rende scioccante e le criminali vengono analizzate in modo sproporzionato, non solo rispetto al delitto commesso, ma in ogni dettaglio della loro vita privata.

AS: Negli ultimi anni l’attenzione verso le differenze di genere è cresciuta. Giustamente, molti movimenti stanno richiamando le comunità tutte sulle assenze del genere femminile rispetto a professioni, economia, società, etc. Perché il dato sull’esercizio della delinquenza non è mai stato fatto pesare prima secondo lei?

GB: Effettivamente, si tratta di un dato poco conosciuto agli occhi della società, invisibile ai media e all’attenzione della politica e secondo noi le ragioni sono due: la prima è che gli uomini sono considerati “naturalmente” violenti e quindi il loro comportamento viene giustificato, anche se non c’è alcuna base scientifica in questo concetto; la seconda ragione è insita nel fatto che il comportamento maschile, molto spesso, è eretto a norma e quindi rappresentativo dei comportamenti di tutta la popolazione.

AS: Quali soluzioni abbiamo adesso che questo studio è in grado di sollevare il problema? Posto che ovviamente non è compito vostro, in quanto autrici, trovare delle soluzioni…

GB: Esatto, il nostro ruolo non è quello di legislatrici e la soluzione è un cambio culturale che sembra impossibile, ma pensiamo a come – in pochi mesi – la pandemia ha cambiato il nostro rapporto con lo smart working, oppure pensiamo all’ecologia e all’attenzione verso temi di cui fino a 30 anni fa non parlava quasi nessuno. I cambiamenti culturali avvengono e, in questo caso, a vari livelli, per cui ognuno potrebbe iniziare a prendersi carico del proprio livello di competenza.

In conclusione «Il costo della virilità» è il titolo provocatorio di un testo che raccoglie una quantità concreta di dati economici e di calcoli giustificati uno ad uno. Per questo, in maniera altrettanto provocatoria, sarebbe interessante aggiungere un’ulteriore domanda, questa volta ai legislatori: «Quante tasse risparmierebbero gli italiani se si comportassero come le donne?».

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