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Siamo sicuri che chiudere dalle 23 alle 5 serva veramente a qualcosa?

Articolo. Il nuovo provvedimento chiesto da Regione Lombardia al Governo colpisce teatri, cinema, club e pub. Già pesantemente azzoppati dal lockdown

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Se le notizie delle ultime ore saranno confermate, da giovedì scatterà in tutta la Lombardia un “coprifuoco” dalle 23 alle 5 del mattino che costringerà tutti i luoghi di aggregazione a chiudere e le persone a restare in casa o a tornarci. Serata finita e buonanotte.

Il provvedimento – che prevede anche la chiusura delle aree non strettamente alimentari della media e grande distribuzione, insomma i centri commerciali – è stato voluto dal presidente della Lombardia Fontana . Una misura definita “simbolica”, ma in realtà soprattutto fattuale. Per impedire il collasso del sistema sanitario e la chiusura totale, se è vero che la direzione generale del Welfare ha previsto al 31 ottobre 600 ricoverati in terapia intensiva e fino a 4000 in terapia non intensiva.

Ora, Eppen non si occupa di cronaca, nessuno di noi è epidemiologo e tutto vorremmo fare tranne che il presidente della nostra regione in questo momento. Però è inevitabile che una restrizione di questo tipo vada a colpire (parzialmente?) tutto il comparto della cultura, dello spettacolo e dell’intrattenimento di cui ci occupiamo ogni giorno. In soldoni: una chiusura alle 23 significa anticipare l’inizio dei concerti nei club e degli spettacoli nei teatri, eliminare il secondo spettacolo serale nei cinema e, molto banalmente, trovarsi a bere il bicchiere della staffa un bel po’ di tempo prima.

Si sopravvive a tutto questo? Sì, noi clienti sopravviveremo. Qualche ora di svago fuori di casa in meno non è la morte e si può sopportare, anche se è difficile evitare di pensare che una birra alle 23.05 possa fare dei danni contribuendo al diffondersi del contagio. L’obiettivo della misura è probabilmente di evitare assembramenti notturni, la cosiddetta movida, il capro espiatorio degli ultimi mesi dopo i runner (follia) e i cinesi (doppia follia). Se c’è un verbo che la Regione e il Governo si sono dimenticati da quando il covid-19 è arrivato nel nostro Paese è responsabilizzare. L’impressione è che mentre a ogni occasione il nostro primo ministro chiede agli italiani di essere responsabili, dall’altro ogni Dpcm sembra dire il contrario: vietare più che responsabilizzare. In altre parole, quelle “Sbarre sui denti” di cui cantava Giulio Casale qualche anno fa.

Tuttavia dicevamo che tutto questo si può sopportare (anche se ad un certo punto dovremo anche occuparci della psiche individuale e collettiva di un Paese che dal covid è stato stravolto, svuotato e impoverito). Il problema semmai riguarda un comparto che già nei mesi scorsi è stato pesantemente colpito dal lockdown e ne ha riportato le conseguenze anche dopo, fra clientele diminuite e difficoltà a ripartire. Di lavoratori, prima che di artisti, stiamo parlando: questo deve essere chiaro nel Paese del “che lavoro fai?”, “L’attore”, “Sì ma di lavoro?”.

Ora arriva questa misura che fa e non fa, le cui conseguenze sono tutte da verificare ma certamente ci saranno. Bergamo è un luogo abitato da persone tenaci, che difficilmente si arrendono: l’estate appena conclusa è stata tutt’altro che povera di cose da fare, nonostante tutto ogni festival, locale, cinema all’aperto ha fatto di tutto per esserci. E in queste ore i locali si stanno chiedendo come reagire a questa nuova misura che li sfavorisce. Sappiamo che non si arrenderanno e che troveranno delle soluzioni adatte a quanto sta accadendo in queste ore. Rimane però una domanda: siamo sicuri che chiudere dalle 23 alle 5 serva davvero a qualcosa?

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