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“Vicinologia”, cioè fenomenologia (alla finestra o sul pianerottolo) dei vicini di condominio

Articolo. Ho sempre pensato che dovesse esistere una scienza per studiare l’umanità varia di chi vive vicino a noi. Mi reputo, infatti, una discreta esperta in materia. Con anni di osservazione, testimonianze raccolte sul campo e una passione smodata per l’argomento

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Illustrazione di Vectorpocket

Fino a 23 anni, infatti, ho vissuto in casa con i miei genitori in un condominio con dodici appartamenti e tre piani, in una via a fondo chiuso, con altri quattro condomini gemelli e altri quarantotto appartamenti. Poi mi sono trasferita in una casa a ringhiera: due piani, tre appartamenti per piano, all’ingresso un bar con l’affaccio nel cortile. Nella mia terza casa sono entrata nel 2008. Un appartamento in un condominio di sedici appartamenti, che affaccia su una strada insieme ad altri dieci condomini con caratteristiche simili.

Da quando ne ho coscienza, dunque, una delle caratteristiche della mia vita è stata l’avere vicini di casa, volente o nolente. Ho sempre pensato di avere alla mia portata una tale esperienza sul tema che un giorno avrei scritto un libro con la descrizione di ogni singola tipologia.

In attesa che arrivi quel momento – e una casa editrice stacchi il congruo assegno che mi permetta di dedicarmi a quest’obiettivo – alleno il mio spirito di osservazione in questi giorni in cui, volenti o nolenti, i vicini di casa diventano la compagnia primaria.

Innanzitutto ringrazio il cielo di non vivere più così “vicina” ad alcuni personaggi veramente discutibili che hanno accompagnato la mia giovinezza. Tralasciando i casi in cui gli stessi soggetti potevano vantare una fedina penale discutibile – eh sì, succede anche nei miglior condomini – alcuni vicini di casa non li dimenticherò mai, ma per fortuna non li vedo più. Potrei raccontare di storie di magia nera e bianca, di pettegolezzi finiti in tragedia, di reduci di guerra e di infestanti odori di minestra. Ma lo studio di una scienza parte sempre dalle basi.

Una delle categorie più semplici e diffuse fra i vicini di casa, infatti, è rappresentata da quelli che vivono in garage. Io ne conoscevo ben due, ma credo ci siano in ogni agglomerato abitativo. Si alzano la mattina presto e, quando non devono andare a lavorare, scendono nel box. Stanno per ore in uno spazio grande al massimo tre metri per quattro e, ancora oggi, dopo più di trent’anni, mi chiedo cos’abbia mai da fare un uomo che passa un terzo dell’anno in garage. Poi ho scoperto i cartoni animati de “Il Mignolo col prof” e allora ho capito che, forse, l’uomo da garage tenta di conquistare il mondo.

Illustrazione di Vectorpocket

Mentre scrivo si fa spazio prepotentemente un’altra categoria tipica dei vicini di casa. Ho appena sentito un tonfo provenire dal mio soffitto, un rumore sordo e secco come di chi solleva una poltrona e la lascia poi cadere sul pavimento. Anche il rumorista seriale è una delle specie più diffuse fra i vicini di casa, soprattutto in quei condomini, come il mio, in cui le solette sono fatte di carta velina.

In questo caso, premetto, non mi sono mai resa protagonista di quelle scene da casalinghi arrabbiati che salgono le scale con la scopa per sbraitare parole del tipo “Ma insomma, non si riesce a lavorare con tutto questo rumore, cosa succede?”. Io piuttosto a ogni rumore sospetto mi fermo e inizio a pensare: “Ma chissà cosa stanno spostando?”. Ne deduco che i miei vicini del piano di sopra vivono avventure fantastiche alla “Jumanji”. Probabilmente dal loro forno, ogni tanto spunta un leone feroce, mentre una mandria di antilopi attraversa l’appartamento da capo a capo e una serie di schiavi egizi edifica una piramide, laddove prima c’era un semplice divano letto. Poi solitamente il rumore smette e io torno a fare quello che facevo prima.

Non mi sono mai arrabbiata con nessun vicino a dire la verità, io non amo litigare e anzi, una volta, proprio a causa di un tonfo sordo ci siamo accorti che la signora anziana sopra di noi era caduta e abbiamo potuto aiutarla – perché fra vicini ci si aiuta, così è più facile e più bello vivere a pochi metri di distanza.

La pensa allo stesso modo la signora che sta sotto di me. Lei è la classica “vicina portinaia”, che sa tutto di tutti. Generalmente ha un’età compresa fra i 68 e i 78 anni, è rigorosamente donna e con un udito sopraffino, come la mia. A qualcuno dà fastidio sentirsi controllati, ma se non facesse questo servizio da sentinella, non mi avrebbe mai ritirato tutti quei pacchi dal corriere, evitandomi il viaggio ad un ben noto magazzino della provincia bergamasca, per cui, per me, dovrebbero farla santa subito!

Il risvolto della medaglia sta nel fatto che quando sono in ritardo – e lo ero più o meno sempre, almeno quando si poteva uscire – e mi fiondo a mille all’ora giù dalle scale, apro la portineria e con un balzo salto i gradini per… “Astrid, scusa! Visto che ti vedo mi aiuti che sul telefonino qui mi è uscita una scritta che non capisco?”. La mia vicina ha sempre un tempismo perfetto per impallare WhatsApp e, anche se zoppica, appena mi sente uscire è capace di uno scatto in velocità migliore di Usain Bolt.

Questo è, in linea di massima, il nostro equilibrio: lei ritira i pacchi, io l’aiuto con la tecnologia. Funziona, in effetti, e se vado dal macellaio le prendo la macinata perché so che quella del mio macellaio le piace, oppure le porto il giornale, mentre lei una volta mi ha prestato la macchina, visto che la batteria della mia auto aveva deciso di abbandonarmi.

Illustrazione di Vectorpocket

Ammetto di avere un debole per i vicini di casa anziani, perché hanno un modo diverso di vivere il condominio, con atti di sincera generosità. Ricordo, per esempio, che da piccola c’era una coppia di anziani che si faceva aiutare da noi bambini a portare a casa la spesa in cambio di una caramella. A pensarci bene, forse non ne avevano così bisogno, ma per noi quella era diventata una piacevole abitudine e ora, se trovo qualcuno che traffica con le buste della spesa alla porta, mi viene naturale dargli una mano.

Una delle mie categorie preferite, però, resta il nudista e non per un voyeurismo morboso, ma perché è una categoria molto rara e misteriosa. Non ho mai avuto a che fare direttamente con questa specie di condomino, ma ho dettagliati racconti di amici. Uno, in particolare, da quando l’autunno scorso si è trasferito a Milano, in una corte su cui affacciano una serie di appartamenti, ha scoperto che il suo dirimpettaio appartiene alla categoria. Funziona così: se lo incroci per le scale è solitamente elegante ed educato, poi ti affacci alla finestra e lo trovi che gira nudo per casa. I primi giorni pensi sempre che sia un caso, poi ti accorgi che è nudo anche quando guarda la televisione e cucina. Quindi focalizzi che, se ci pensi bene, non lo hai mai visto vestito alla finestra. Dicono che lo straniamento duri qualche settimana, poi non ci si fa più caso.

Una volta mi è anche successo di essere io la “vicina di casa atipica” di qualcun altro. Quando vivevo nelle case a ringhiera, spesso mi capitava di girarmi alla finestra e “beccare” i figli della vicina che spiavano. Se me ne accorgevo, scappavano e ridevano. Oppure passavano davanti alla stessa finestra del salotto per rientrare a casa, toccavano il davanzale e scappavano. Non capivo, ma una volta la madre, evidentemente un po’ a disagio per questo comportamento dei figli, mi ha spiegato: “Sai è colpa di quel quadro che hai in salotto… Loro dicono che è la stanza della strega e fanno la sfida a chi resiste di più prima di scappare”. Sono scoppiata a ridere… Ero la vicina “strega”, non male come categoria!

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