Le Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 non sono solo sport e medaglie. Accanto alle piste da sci e ai palazzetti del ghiaccio, Regione Lombardia ha promosso una serie di iniziative che, sì, competono, ma per la valorizzazione territoriale, sociale e culturale: le «Olimpiadi della Cultura». Nel palinsesto, Fondazione Ravasio-Museo del Burattino ETS presenta «ALPIMAGIA – Sèntérdesmèss», un percorso fotografico e teatrale che vuole interrogarsi sul senso di vivere la montagna oggi.
«Nato dal bando delle Olimpiadi culturali di Regione Lombardia – spiega Paola Ravasio, curatrice della duplice iniziativa – il progetto vuole rispondere alla domanda “Cosa vuol dire parlare di montagna oggi?”». Tra le Valli lombarde e, in particolare, bergamasche, è stato scelto di approfondire la Val Seriana. Grazie alla sua storia alpinistica e al suo riconoscersi nell’escursionismo, è parso naturale preferirla, in quanto anello di congiunzione tra attività sportiva e tradizione.
Il 27 febbraio, alle 21, debutterà all’Auditorium Modernissimo di Nembro, punto di riferimento culturale per la media Val Seriana, lo spettacolo teatrale «Sèntérdesmèss». Quello messo in scena dalla compagnia Illoco Teatro non sarà meramente una rappresentazione scenica. Scaturito dal desiderio di «non portare uno spettacolo in Valle, ma far nascere dalla Valle un’esperienza significativa», gli spettatori assisteranno all’esito scenico del percorso che Illoco Teatro ha svolto negli ultimi mesi. La compagnia si è calata nella realtà che doveva essere raccontata, collezionando storie, oggetti, sguardi, panorami. Lo spettacolo diventerà dunque sintesi dell’abitato e degli abitanti, una cartografia emotiva della valle, nella quale, disegnati, appaieranno materiali d’archivio, immagini e narrazioni.
«Sèntérdesmèss» indagherà quei sentieri oggi dismessi, poco battuti, sui quali è possibile vedere le orme di chi li ha, nel tempo, percorsi. Emerge la necessità di memoria e di dare voce a chi la montagna la vive in silenzio, ascoltandola. Attraverso il teatro di narrazione e d’immagine, unito a frammenti audiovisivi e materiali raccolti sul territorio, lo spettacolo cercherà nel passato, nel presente e nel futuro quello che è rimasto, quello che rimane e quello che rimarrà. Dalle fabbriche alle fiabe, dagli strumenti degli operai alle leggende popolari: la Val Seriana diventerà metafora di un cambiamento continuo, sia nella sua fisicità sia nel ricordo. Il mondo, quasi del tutto scomparso, dei racconti fantastici lascerà spazio alle testimonianze di Mario Curnis, di Ennio Spiranelli e di molti altri alpinisti della valle, capaci di misurare, scalando, sé stessi e la montagna. Da qui, lo sguardo verso il futuro: la crisi climatica ha cambiato il volto delle stagioni e delle vette, costringendoci a interrogarci sui nuovi modelli di lavoro e le nuove modalità di abitare le «terre alte».
Paola Ravasio è fiera di presentare «un progetto che ha una forza unica» e che spera possa rappresentare il punto di partenza per la creazione di uno spettacolo collettivo, con più protagonisti. «Il metodo di studio del territorio – dice – passa attraverso l’ascolto della comunità. La creazione artistica, così come è stato fatta in Val Seriana, può essere replicata: ogni valle potrà avere una propria cartografia emotiva che, giustapposta a quella delle valli sorelle, darà vita a uno spettacolo unico».
Inizialmente non prevista, la mostra fotografica «ALPIMAGIA» ha colpito la curatrice per la sua autenticità e la forte sinergia con la produzione teatrale in programma. Pubblicata per la prima volta nel 2016, rappresenta uno dei lavori più apprezzati del fotografo Stefano Torrione. Già collaboratore di Epoca e di National Geographic Italia, il fotografo valdostano ha collezionato, durante un lustro di lavori, oltre 30mila immagini, capaci di immobilizzare i riti, le leggende e le narrazioni mitologiche che sopravvivono tra le rocce di una delle catene montuose più famose al mondo: le Alpi. Tra le migliaia di scatti, novanta sono stati selezionati per «ALPIMAGIA», un album fotografico che ospita istanti infiniti di tradizioni senza tempo. Per l’Auditorium Modernissimo, la scelta è ricaduta su dodici fotografie, cristallizzazione delle Alpi Lombarde. Abbiamo raggiunto telefonicamente Stefano Torrione per avere più dettagli sul progetto.
D.N: Lei, come molti dei nostri lettori, è nato tra le montagne, ad Aosta. Nella sua lunga carriera ha viaggiato per il mondo per poi tornare nelle sue Alpi. Qual è il suo rapporto con le vette? Dinanzi a una catena montuosa, prevale la sensazione di protezione o di oppressione?
S.T: Sono nato con le montagne davanti. Le pareti montuose della Val d’Aosta sono verticali: per cercare di vedere l’orizzonte bisogna superare i 2.000 metri, ma questo non mi ha mai fermato nel farlo. La mia professione mi ha portato in giro per il mondo: dove trovo le montagne, trovo casa. Tra protezione e oppressione prediligo sicuramente l’idea dei monti che abbracciano, non che separano. Con la fotografia, che mi ha fatto apprezzare ancora di più i territori in altitudine, ho scoperto nella montagna una culla per le tradizioni, una madre affettuosa per una magia che, altrove, si è perduta.
D.N: «ALPIMAGIA» è un progetto lungo cinque anni. Ho letto che è voluto tornare più volte nei medesimi luoghi, con l’intenzione di osservarne i cambiamenti, le sfumature. Come è riuscito a racchiudere questo movimento nelle sue fotografie?
S.T: In «ALPIMAGIA», termine che ho coniato per cercare di descrivere l’atmosfera che ho respirato durante il lavoro di ricerca svolto sullo sfondo delle Alpi, non credo ci siano foto senza persone o maschere. Nato in Friuli-Venezia Giulia, dove mi trovavo per assistere ad alcuni riti locali, il progetto ha avuto origine dalla curiosità di approfondire un mondo nascosto e, come dicevamo prima, protetto. Narrazioni mitologiche, rituali e feste popolari: tutto questo fa parte di un patrimonio non materiale che si regge sulle persone e sul rispetto di una tradizione orale tramandata di generazione in generazione. La montagna vive, è dinamica e crea tensione. Non amo molto le ricostruzioni: i miei scatti, spesso volutamente mossi per ricreare l’intensità delle azioni, racchiudono attimi autentici. Tornare più volte negli stessi posti mi ha permesso di costruire quello che mi piace definire un «calendario contadino», una testimonianza cronometrica dei rituali che, ciclicamente, scandiscono il tempo nelle Alpi.
D.N: «ALPIMAGIA» è un racconto per immagini di un ventaglio di tradizioni, riti e leggende che sono riusciti a resistere all’omologazione della modernità. Cosa possiamo imparare dalla loro resilienza?
S.T: È indubbio che il cambiamento ha pervaso anche le vette più alte, non indifferenti alla modernizzazione. Se osserviamo le fotografie di Flavio Faganello o di Gianfranco Bini degli anni Sessanta o Settanta, percepiamo subito come la vita in altura sia ben distante dalle condizioni di ristrettezza economica e disagio di pochi decenni fa. Ciononostante, il comfort raggiunto non toglie la fatica di una vita che richiede molto, soprattutto se vissuta 365 giorni l’anno. Durante le visite alle comunità montane riunite in festa o celebranti un rito, ho visto emergere un senso di collettività raro, che mi ha fatto provare un profondo rispetto. Oltre al turismo di massa e all’escursione domenicale, chi resiste in montagna trova nelle ricorrenze un momento di coesione comunitaria, in cui gli orizzonti dei singoli si sovrappongono. Chi vive in montagna e di montagna lo fa per sé stesso, non cerca l’approvazione esotica. Dove il patrimonio immateriale è forte, la tradizione diventa fattore identitario del gruppo che si interroga, conserva e ripropone.
D.N: Le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina hanno acceso i riflettori sulla bellezza della montagna, luogo di sport, escursioni e natura. La sua mostra può permetterci di andare oltre, esplorandone gli aspetti antropologici. Quali corde spera di toccare in chi si confronterà con le sue stampe?
S.T: Come spesso accade, lo sguardo si ferma sulla punta dell’iceberg, senza vedere quello che sta alla base. Il lavoro del fotografo, che in questo senso si unisce a quello dell’antropologo, è saper osservare in silenzio, senza giudicare, anche quella grande parte di meraviglie che rimangono celate. Il palcoscenico delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 ha sicuramente messo in luce luoghi noti, piste battute dal turismo sciistico. Con «ALPIMAGIA» l’invito è quello di abbandonare i percorsi canonici, quelli che ormai ci appaiono come obbligati, per tentare di andare oltre la pubblicizzazione. Ad esempio, tutti conoscono Bormio. Ben pochi, invece, sanno che, a soli dieci minuti di macchina dall’apprezzata località sciistica e termale, si trova Oga, piccola località di Valdisotto. Qui, ogni anno, un gruppo di giovani sfidano con la schiena il caldo di un grande falò, ricordo affascinante di un lontano rito pagano, solo successivamente avvicinato al cristianesimo. Il mio invito è dunque quello di superare lo stigma che la città affibbia alla montagna. La cultura non è solo talk e «festival del libro», ma anche celebrazione rurale della ritualità locale. Nella pubblicazione «ALPIMAGIA» è presente una frase di Paolo Cognetti che recita «Non sanno i montanari di essere frammenti di uno stesso sogno». Riprendendo quello che scrisse l’antropologo Giovanni Kezich, le Alpi sono un mosaico di culture provenienti da tutta Europa. Nelle mie fotografie ho cercato di trasmettere l’essenza dei tasselli di quest’opera d’arte, troppo spesso messa in secondo piano o dimenticata.
D.N: Dalla Liguria al Friuli-Venezia Giulia, dalle Alpi Marittime alle Giulie. Tra continuità e discontinuità, quali aspetti, emozioni e storie l’hanno più colpita delle Alpi Lombarde?
S.T: Saranno presenti nella mostra due fotografie che ho avuto il piacere di scattare a Ponte Nossa, piccolo paese della Val Seriana. Vi arrivai impreparato: in quell’occasione indossavo delle scarpe non adatte e non riuscivo quasi a mantenere l’equilibrio sul manto umido del prato che avevo sotto i piedi. Stavo osservando la risalita del Màs sulle irte pendici del Monte Corno Guazza. Alcuni uomini portavano un grosso abete, l’«albero del maggio», sulle spalle. Altri, poco sopra, lo tiravano con delle funi. Il Màs non è solo un albero, ma una pianta da sacrificare per il raccolto. Una volta raggiunta la vetta, il tronco giace a 1.270m di altitudine per un mese. Poi viene tagliato a pezzi e bruciato. Perché? Ancora una volta, è possibile trovare una spiegazione pagana e una cristiana. Forse, però, la verità è che la mattina del 1°maggio i giovani e gli abitanti di Ponte Nossa sono consapevoli che la tradizione, per essere portata avanti, deve avere dei nuovi protagonisti. E quei protagonisti, nonostante lo sforzo immane, saranno loro.
La mostra, visitabile dal 26 febbraio al 1°marzo presso l’Auditorium Modernissimo di Nembro, sarà preceduta, alle 18.30 del giorno di apertura, da un’inaugurazione nella quale sarà possibile dialogare con Stefano Torrione.
