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Pat Carra, germogliare senza confini, come fanno le Erbacce

Articolo. Fumettista satirica su carta e web, ma anche cofondatrice delle riviste satiriche Aspirina ed Erbacce. Abbiamo fatto una chiacchierata con lei, prima tappa del percorso di avvicinamento a “Ballate per Sante, Streghe e Belle Dame”, che il 7 marzo su Bergamo tv celebrerà la donna raccontando le storie di donne virtuose dei nostri anni

Lettura 4 min.
Pat Carra

È fitta la scaletta di “Ballata per Sante, Streghe e Belle Dame”, l’iniziativa di Sesaab – L’Eco di Bergamo ed Eppen ideata e scritta, in occasione dell’8 marzo, Festa della donna, da Silvia Barbieri e Daniela Taiocchi. Il progetto, che coinvolge oltre cinquanta donne lombarde, si sviluppa in un video racconto sul tema del femminile e verrà trasmesso in prima serata su Bergamo Tv (canale 17 del digitale terrestre) il 7 marzo 2021 e sui social de L’Eco di Bergamo e di Eppen. La serata si articolerà attraverso una drammaturgia costruita su varie fonti, provenienti da tutto il mondo, alternata a contributi performativi di donne d’arte.

Giunta alla sua quarta edizione, la Festa della donna organizzata da L’Eco di Bergamo, quest’anno sarà interamente dedicata alle donne virtuose dei nostri anni, prendendo spunto dal Trattato Rinascimentale “La Città delle Dame” di Christine de Pizan. Tra i vari contributi è prevista la presenza di “Erbacce. Forme di vita resistenti ai diserbanti” rivista ecoumorista femminista e di Pat Carra, co-fondatrice del magazine e fumettista satirica, che abbiamo imparato ad amare grazie anche alla sua Cassandra, personaggio ironico, specchio di una donna contemporanea capace di ridere.

CD: Nella tua bio dici di essere cresciuta in una famiglia con molte donne, in che modo questo ti ha influenzato?

PC: Nell’ascolto principalmente, quello tra sorelle nel mio caso, sono cresciuta con una gemella e due sorelle maggiori. La mia è stata una vita incentrata sulla sorellanza e credo che questo mi abbia influenzato nella libertà del prendersi in giro, di farsi scherzi, permettendosi un atteggiamento, uno sguardo anche ironico, a volte satirico, su chi dentro le famiglie – allargate o meno – ha delle posizioni di potere e di autorità. Quello che normalmente succede a scuola, tra amiche, per me è avvenuto in famiglia: una condizione ottimale. Avevo due sorelle con cui giocare e una terza che, per differenza d’età, era più spesso oggetto del nostro sberleffo. Per me significava avere, nello stesso tempo, delle alleate e pubblico; in questa sorta di alleanza il mio intento era proprio quello di far divertire loro, le mie sorelle. È stato un laboratorio prezioso.

CD: Qual è stato il tuo approccio al disegno? Come hai iniziato?

PC: Come per tante e tanti è cominciato in infanzia, credo che sia una delle forme più precoci di arte. Mettere insieme un testo e un disegno è uno dei primi piaceri, di quando si impara a scrivere. Ho un ricordo molto preciso di quando chiesi a mio padre, che non sapeva disegnare, di mettermi sul foglio una femmina e un maschio e lui, che era una persona così spiritosa e tranquilla, mi ha disegnato due personaggi stilizzati, un triangolo e una lineetta con i piedini e i tondi delle facce. Ricordo che questa sua sintesi mi aveva colpito. Non ho mai fatto scuole d’arte, anche se il desiderio c’era, ho studiato al liceo classico, però ho sempre disegnato. Conservo ancora i miei quaderni e diari in cui illustravo i miei scherzi. La prima striscia di cui ho memoria è proprio uno scherzo che avevo inventato per mia sorella maggiore e il suo terribile fidanzato. Disegnare e scrivere è uno sfogo, una forma libertà di espressione e liberazione dalle tensioni, almeno per me, avendo una famiglia con un altro tasso di dramma.

CD: Dopo la chiusura di Aspirina rivista acetilsatirica, hai fondato Erbacce, che definite rivista “resistente”. Quali sono state le cause e il percorso?

PC: Anche di Aspirina sono stata una delle fondatrici, abbiamo definito erbacce “resistenti ai diserbanti” proprio perché venivamo da un’avventura piuttosto rocambolesca, quando Aspirina è finita sotto l’attacco della multinazionale Bayern. La nostra rivista, nata nel 1987, come tante fanzine umoristiche ha avuto fasi alterne, compresi anni in cui non abbiamo pubblicato nulla, era un marchio registrato da talmente tanto tempo, oltre vent’anni, da essere ovviamente inattaccabile e, soprattutto, non dava molto fastidio alla vendita del farmaco, anche se ironicamente nei motori di ricerca risultava sempre ai primi posti.

CD: Così è nata Erbacce…

PC: L’idea del nuovo nome Erbacce è venuta ad una di noi, Margherita Giacobino, in riferimento all’acquisizione della casa farmaceutica da parte di una grande multinazionale di pesticidi. Ci siamo trovati per caso in mezzo ad un corto circuito e così abbiamo scelto di essere piante selvatiche, fuori da qualsiasi aiuola possibile, cambiammo anche casa editrice, tutto.

CD: Non sono molte le donne che fanno satira in Italia. Perché?

PC: Non solo in Italia. La satira è una forma dell’espressione del ridere, ma a differenza dell’umorismo e dell’ironia, ha bisogno di una libertà di attacco da parte di una posizione di debolezza. Chi fa satira è debole, altrimenti non funzionerebbe, sarebbe guerra. Ci sto pensando molto in questo periodo e non sono giunta ad una vera e propria idea a riguardo, ma credo che uno dei motivi della carenza di donne in questo ambiente sia il timore nel fare satira sulle altre donne, anche se penso che ce ne sarebbe bisogno. Questa libertà andrebbe presa perché, facendo satira, in qualche modo, si riconosce anche la forza nel soggetto che si sta trattando.

CD: Anche questo, insomma, rafforzerebbe il femminile.

Quella che si sta attaccando non va vista come una vittima sociale, le donne non sono per me soggetti deboli. Ci sono donne che l’hanno fatto, come la fumettista francese Claire Bretécher, che è stata meravigliosa nel suo fare satira sulle femministe, o Patricia Highsmith con Piccoli racconti di misoginia, entrambe hanno riconosciuto la forza dei soggetti femminili. È un peccato che ci sia questa forma di reticenza, perché noi donne potremmo fare molto di più in questo ambiente, anche attraverso l’empatia.

CD: Alla profetessa inascoltata della mitologia greca hai dedicato il tuo “Cassandra che ride” (BaldiniCastoldiDalai, Milano 2004), ripensandola in chiave attuale. Che donna sarebbe oggi Cassandra?

PC: Il personaggio di Cassandra che ride è quello in cui mi sono più identificata, lo sento molto nelle mie corde. La Cassandra omerica profetizza sventure, la mia è una donna ironica che, sì, non distoglie gli occhi, vede e non ha paura di guardare, ma ride anche, libera dal peso patriarcale della tragedia. Si tratta di una specie di auspicio, che tutte le Cassandre contemporanee abbiano la libertà di vedere dove il monumento crolla, concedendosi di ridere.

CD: Non solo strisce su carta e web, ma anche mostre personali. L’arte è politica?

PC: Secondo me sì, lo è anche quando rifiuta quello che è comunemente detto “politica” e lo è nel senso più nobile della politica.

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