Il 6 novembre sarà la Giornata internazionale delle Nazioni Unite per la prevenzione dello sfruttamento dell'ambiente durante la guerra e i conflitti armati. Ma cosa c’entrano le guerre con l’ambiente? E l’ambiente con le guerre?
Queste sono alcune delle domande al centro dell’evento del 7 novembre «Democrazia e partecipazione: prendere parte alla comunità» , all’interno della rassegna Molte fedi sotto lo stesso cielo . Tre voci – Giovanni Mori, Rosanna Tabasso e Francesco Vignarca – e un unico dialogo, che cercherà di tracciare un filo tra emergenza climatica e costruzione della pace.
Uno dei relatori presenti è Francesco Vignarca, analista e attivista impegnato da oltre vent’anni sui temi della pace, del disarmo e della nonviolenza. Il suo ultimo libro è «Disarmo climatico» e racconta come conflitto e crisi ecologica siano due facce dello stesso paradigma.
«Non si tratta di aggiungere un capitolo "verde" alle campagne per il disarmo, né un capitolo "pacifista" alle campagne per il clima», scrive al suo interno. «Si tratta di riconoscere che il modello di sicurezza armata e il modello di sviluppo fossile sono due facce dello stesso paradigma e che da entrambe si può uscire solo contemporaneamente».
Le due facce della medaglia
Parlare di guerre e impatto ambientale può sembrare, da un lato, ovvio (le guerre portano distruzione su tutto, ambiente compreso) o, dall’altro, problematico e poco rispettoso (il primo impatto delle guerre è quello umano, l’ambiente è tutt’al più secondario).
Tuttavia, c’è un aspetto della distruzione bellica che emerge sempre più. Lo spiega con queste parole Vignarca, che ho intervistato: «Le guerre devastano l'ambiente, ma in maniera sempre più allargata e strutturale: non solo come caso o conseguenza, ma proprio perché viene scelto di farlo. Tanto è vero che alcuni giuristi stanno chiedendo l'introduzione del reato di ecocidio».
Il rovescio della medaglia è un aspetto forse meno intuitivo: «la crisi climatica, che è sempre più globale e quindi non è solo un problema localizzato in un certo punto, va a influenzare e a fungere da moltiplicatore di minaccia rispetto a dinamiche che poi sfociano nei conflitti».
Vignarca spiega questo duplice fenomeno a partire da due fatti di cronaca contemporanei: la distruzione di Gaza e l’invasione russa in Ucraina.
Gaza e l’Ucraina, dove la distruzione si riverbera
«Gaza è un caso di distruzione totale e strutturale», afferma Vignarca, che spiega: «Alcune stime parlano di sette anni solo per rimuovere i 60 milioni di tonnellate di macerie».
L’inquinamento, in questo caso, è sia diretto che indiretto. Diretto, perché «già nei primi 120 giorni della campagna militare israeliana sono state prodotte almeno 420.000 tonnellate di CO₂ equivalente» (un recente studio ha fatto presente che ci sono al mondo 26 Stati che singolarmente hanno prodotto meno emissioni in un intero anno).
Indiretto, perché «l'inquinamento è arrivato anche nelle falde. Gli stessi israeliani hanno dovuto fermare l'utilizzo della desalinizzazione dell'acqua di mare al largo delle loro coste, perché l'inquinamento proveniente da Gaza, dove è crollata tutta la struttura di gestione delle fognature, creava problemi anche ai loro impianti» (questo articolo lo spiega nel dettaglio).
Anche in Ucraina, riporta Vignarca, la ricostruzione sarà complessa: «alcune stime parlano di 45 anni solo per il ripristino ambientale». E poi ci sono gli effetti dell’inquinamento: «nei primi quattro anni sono state prodotte oltre 300 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, una quantità paragonata a quella delle emissioni annuali della Francia».
Il «continuarmo» e gli effetti sull’economia locale
Di fronte a simili esempi di devastazione, la risposta della comunità internazionale è (rullo di tamburi) la corsa al riarmo: nel 2025 la spesa militare mondiale ha toccato il record di 2.887 miliardi di dollari .
Più che di riarmo, Vignarca parla di «continuarmo»: «la parola riarmo dà l'idea che fino all'altro giorno non ti armavi e di colpo hai ripreso ad armarti. Ma, se guardiamo i dati, l'aumento della spesa militare è costante da decenni».
Questo non fa che aggravare la crisi ambientale. «Queste scelte hanno un impatto sulle emissioni future, sia dirette che indirette, perché aumentando i fondi alla difesa aumentiamo le emissioni e inoltre togliamo finanziamenti alla transizione ecologica».
Come se non bastasse, l’aumento costante delle spese militari «comporta una trasformazione anche del tessuto economico locale. Province come quella di Bergamo, che tendenzialmente non sono militarizzate dal punto di vista della produzione, si portano dietro un pezzo della filiera».
Il meccanismo è difficile da quantificare: «Ci sono aziende che realizzano produzioni che possono tranquillamente essere civili, ma che diventano parte di una filiera di produzione armata. E questo non perché cambi quello che fai, ma perché cambia il cliente a cui lo vendi e il motivo per cui il cliente lo compra».
Questo nonostante «tutti gli studi realizzati a livello internazionale dimostrino che la produzione di armi è un pessimo investimento: hai meno ritorno economico collettivo e meno posti di lavoro».
Un nuovo paradigma di sicurezza
Quindi, investire in armi non solo inquina, ma, per la collettività, non conviene neanche economicamente. Vignarca aggiunge un altro livello: non contribuisce nemmeno alla sicurezza. «Non è vero che, per essere sicuri, dobbiamo armarci di più. Negli ultimi 25 anni il mondo si è armato molto di più, ma le guerre sono aumentate e la sicurezza è diminuita».
Quindi, come ripensare la nostra idea di sicurezza?
Vignarca lo spiega in tre concetti: «Prima di tutto, sicurezza umana: contano le persone, le loro necessità e i loro diritti, non costrutti di altra natura come il capitale, il profitto o lo Stato. Poi, sicurezza comune, perché deve essere per tutti e non soltanto per piccoli pezzi della società, sempre più ricchi e rinchiusi nelle loro torri d'avorio. E, soprattutto, sicurezza condivisa: io sono sicuro quando tutti gli altri attorno a me sono sicuri».
Il disarmo climatico: non c’è pace senza giustizia ambientale
Vignarca traduce questa idea di sicurezza nel paradigma del disarmo climatico: «un’alleanza tra pace, giustizia sociale e sostenibilità per affrontare le sfide del presente con un approccio integrato».
Come spiega Nick Buxton nella prefazione a « Disarmo climatico », infatti, «costruire un mondo vivibile significa decarbonizzare e demilitarizzare allo stesso tempo. La lotta contro i giganti dei combustibili fossili deve andare di pari passo con quella contro l’industria militare e della sicurezza che li sostiene».
Perché questo paradigma si trasformi in realtà, deve esserci un elemento messo a dura prova dall’attuale clima di instabilità: la cooperazione internazionale.
Scrive nel suo libro Vignarca: «La transizione ecologica è una “cassa comune" in cui i costi sono nazionali e i benefici globali, e regge solo finché ciascuno crede che anche gli altri faranno la propria parte: appena qualcuno defeziona vistosamente – un ritiro dall'Accordo di Parigi, un confine violato, una città rasa al suolo in piena impunità – il calcolo egoistico contagia tutti e la cassa si svuota».
Vignarca sostiene che «ricostruire la fiducia – con il diritto, la trasparenza, la reciprocità, il controllo democratico – è la precondizione per tutto il resto».
La direzione concreta, dalla trasparenza al disarmo
Una volta rifondata la cooperazione internazionale, è necessario un primo passo concreto: la trasparenza delle emissioni militari, perché «non si può governare ciò che non si misura».
La stima elaborata dal Conflict and Environment Observatory (CEOBS) e da Scientists for Global Responsibility attribuisce alle forze armate circa il 5,5% delle emissioni globali di gas serra. Si tratta però di una stima indicativa, basata su dati incompleti: la rendicontazione delle emissioni militari è infatti ancora lacunosa e, in molti Paesi, poco trasparente.
La seconda proposta pratica di Vignarca è «l'inversione della corsa al riarmo: la riduzione progressiva, bilanciata e verificabile dei bilanci militari, a partire da quelli degli Stati più esposti, con il trasferimento delle risorse liberate verso la transizione ecologica, l'adattamento climatico, la finanza per i Paesi vulnerabili e i sistemi di protezione sociale e civile».
Il calcolo è semplice: «Una riduzione anche solo del 10% della spesa militare mondiale libererebbe quasi trecento miliardi di dollari l'anno: l'equivalente dell'intero obiettivo di finanza climatica concordato a Baku».
Vignarca si riferisce alla COP29 di Baku , il cui nuovo Obiettivo Quantificato Collettivo sulla Finanza Climatica (NCQG), i 300 miliardi di dollari all'anno entro il 2035 a favore dei Paesi in via di sviluppo, è, oggi, un obiettivo ben lontano dall’essere raggiunto.
Un cambiamento che parte dal basso
«La protezione dell’ambiente e della pace è troppo importante per lasciarla ai governi: sono troppo lenti e prigionieri degli interessi costituiti. Tocca a noi», sostiene Vignarca.
Anche a Bergamo. «Gli Stati cambiano, le città restano. Bergamo è sempre stata un luogo di vita e di incontro: è questo che bisogna preservare. Le città, gli enti locali e i luoghi di comunità sono fondamentali e hanno qualcosa da dire. Devono farsi valere come soggetti che possono fare proposte politiche concrete».
Queste ultime devono, secondo Vignarca, basarsi su un diverso paradigma. «Se la regola del gioco è avvantaggiare pochi, garantire la sicurezza soltanto degli Stati e considerare unicamente la minaccia militare, si finisce per dimenticare, per esempio, le 39.000 persone che ogni anno muoiono nella Pianura Padana a causa dell'inquinamento. Se invece la sicurezza mette al primo posto le persone, allora anche chi muore per altre cause rientra nel quadro».
Questa prospettiva si traduce in scelte concrete. «Se metto la pace al centro di tutte le scelte che riguardano la socialità e la collettività, e quindi declino tutto nell'ottica della sicurezza condivisa, ogni decisione deve tenere conto di questo elemento. Le scelte delle tesorerie dei Comuni su dove vengono investiti i soldi, le collaborazioni di ricerca delle università, gli interventi urbanistici: tutto quanto».
In questo modo ogni piccola decisione «è un tassello che contribuisce a una pacificazione globale e mi permette poi di chiedere allo Stato e alle istituzioni sovranazionali di fare scelte diverse».
Scelte che proteggano ogni essere umano e l’ambiente in cui vive e da cui dipende.
- Un incontro per comprendere i costi ambientali delle guerre
- Le due facce della medaglia
- Gaza e l’Ucraina, dove la distruzione si riverbera
- Il «continuarmo» e gli effetti sull’economia locale
- Un nuovo paradigma di sicurezza
- Il disarmo climatico: non c’è pace senza giustizia ambientale
- La direzione concreta, dalla trasparenza al disarmo
- Un cambiamento che parte dal basso
