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Il cambiamento climatico è anche un problema di capacità critica

Articolo. Essere analitici e uscire dalla propria filter bubble. Due buone azioni da fare per sfuggire alle fake news e ai facili consensi. Ne abbiamo parlato con la giornalista Daniela Ovadia, il 10 ottobre a BergamoScienza

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Davanti a inondazioni, incendi, estati sempre più torride e temperature da record ai Poli, c’è ancora chi nega l’esistenza del riscaldamento globale. La scienza però lo ha dimostrato i cambiamenti climatici esistono e la temperatura si sta innalzando, anche se Trump o Putin continuano a dire il contrario per motivi di consenso e ragioni economiche.

Ne parleranno Naomi Oreskes, storica della scienza, professoressa all’Università di Harvard e Daniela Ovadia, giornalista, coordinatrice scientifica di CICAP Fest e condirettrice del Neuroscience and Society Lab dell’Università di Pavia. Con loro anche Serena Giacomin, Meteo Expert e Presidentessa dell’Italian Climate Network per indagare questi temi e a rispondere alla domanda “Chi vuole nascondere la verità sul clima?” sabato 10 ottobre alle 21 in live streaming ospiti di BergamoScienza.

Prima di andare online in diretta sui social e sul sito web del festival, Daniela Ovadia inquadra il macro-tema dell’appuntamento: “La fake news più grossa riguarda una pericolosa affermazione totalmente falsa: il cambiamento climatico non dipende dall’uomo. Questa è la cosa più grave che ci sentiamo dire, insieme al fatto che andrà tutto a posto e che è un fenomeno già visto nella storia, citando ad esempio le ere glaciali. In realtà quando si registra un febbraio particolarmente freddo, questo fatto viene utilizzato per negare il riscaldamento globale. Si tratta di una falsa percezione, perché il cambiamento non si misura sul singolo periodo, ma su andamenti annui. È qui che si vede la differenza”.

Daniela Ovadia

Eppure continuano a ripresentarsi fenomeni di aperto negazionismo davanti ai cambiamenti climatici, tra i più eclatanti quello di Trump: “per lui, come per Putin gli interessi economici ed elettorali sono il motore dietro alla volontà di negare la situazione. È una questione di consenso. Combattere il cambiamento climatico è come mettersi a dieta, è una cosa necessaria ma che non amiamo per nulla, perché è dirompente per la qualità di vita: cambia il modo in cui produciamo, consumiamo e dobbiamo anche rinunciare a qualcosa. Un politico che ti dice che simbolicamente devi metterti a dieta fa più fatica a raccogliere voti di politici più populisti che negano la realtà. E poi ci sono gli interessi economici, di cui parlerà molto Naomi Oreskes”.

Oltre alle notizie false infatti ci sono anche modi di marginalizzare il tema principale distogliendo l’attenzione e passando dalla scelta delle ricerche da sostenere a livello economico. “Funziona come per il fumo: quest’ultimo, è scientificamente provato, è il principale responsabile del cancro al polmone – spiega Ovadia – Le aziende con interessi in questo mercato hanno finanziato ricerche sugli aspetti collaterali, individuando e sostenendo scienziati i cui studi si concentravano su altro, come i tumori al polmone causati dall’inquinamento, dando loro più spazio anche se incidevano in misura minore, spostando così l’ago della bilancia e inquinando le prove”. Lo stesso fanno le industrie “che rischiano di perdere introiti se si contrasta il riscaldamento globale, come le compagnie petrolifere, che stanno investendo il mondo scientifico di fondi. Trump le rappresenta tutte”.

Oltre a negare il cambiamento in atto ci sono anche vere e proprie campagne di disinformazione sul tema, che mirano a confondere le acque. Le problematiche in questo caso vanno a toccare sia la diminuzione di fiducia nei confronti della stampa, sia i social media. “Un fenomeno molto studiato anche a livello scientifico: i percorsi delle notizie sono cambiati. Il ruolo di mediazione di noi giornalisti ha perso di centralità. Prima la gente si informava su radio, giornale e tv e si fidava delle informazioni che riceveva, ora le notizie vengono diffuse da chiunque senza intermediazione. Se poi a farlo sono le entità politiche con vere e proprie campagne negazioniste e notizie false da buttare nella rete il danno è enorme”.

Spostando, a mo’ di esempio, il meccanismo dall’informazione alla salute il risultato è angosciante: “Sarebbe come se la medicina perdesse i medici e ciascuno andasse in farmacia autoprescrivendosi i farmaci. Tutti noi sappiamo qualcosa sul corpo umano, ma non sappiamo riconoscere una tosse normale, da una che nasconde il cancro e rischiamo di curarci solo con uno sciroppo”. C’è anche un problema riguardante i giornali, “c’è la perdita di autorevolezza dei giornalisti stessi: per come funzionano i giornali oggi e la scarsa quantità di denaro spesa per la produzione di una notizia, non è possibile spesso garantire il tempo di lavoro necessario alla verifica e si prediligono le notizie acchiappa click ”.

Un altro problema dell’informazione sui social è l’esistenza di una filter bubble in cui tutto ci pare confermare la nostra idea: “la condivisione delle notizie avviene sulla base delle proprie preferenze individuali e le persone tendono a scegliere quello che più aderisce alla propria percezione. Se partiamo da un assunto falso, troveremo solo conferme ad esso. Esponendoci sempre meno a posizioni diverse dalle nostre, rischiamo di perdere di vista la realtà: i fatti hanno aree di grigio ed esistono altre visioni oltre la nostra”.

Nonostante ci sia la possibilità di avere accesso a informazioni corrette, le fake news si diffondono molto facilmente sui social, dove però sono comparsi anche dei sistemi di controllo delle notizie false. Davanti al dilagare delle bufale, Daniela Ovadia si dice “meno pessimista della maggior parte degli esperti, perché sono sempre esistite, anche se oggi siamo molto più esposti alle notizie e il loro numero è aumentato esponenzialmente”. Il problema riguarderebbe piuttosto i meccanismi di controllo sviluppati dai social media come i filtri sviluppati per contrastare le fake news: “mettere qualcuno a verificare cosa sia falso e cosa no è pericoloso. Penso ad esempio a notizie di costume che riguardano fenomeni religiosi come la liquefazione del sangue di San Gennaro: pur essendo inverosimili, sono fenomeni sociali ed è giusto raccontarli a prescindere che uno ci creda o no, non vanno bloccati. La via non è un algoritmo, ma l’educazione al pensiero critico e a qualche elemento in più di pensiero scientifico ”.

Quindi accanto all’informazione, entra in gioco anche la formazione, dalla scuola primaria all’università e a questo proposito Daniela Ovadia cita i test della Commissione Europea legati alla Scientific Literacy, l’alfabetizzazione scientifica nazionale: “davanti a domande sul Sistema Solare l’Italia si trova a un livello medio alto in quanto alla conoscenza dei fatti, ma gli studi di comunicazione della scienza ci dicono anche che non c’è relazione tra la conoscenza e la capacità critica, posso sempre cadere nei miei pregiudizi. A livello pubblico siamo uno dei pochi paesi senza un ufficio tecnico scientifico per il Parlamento: i parlamentari prendono decisioni sul tema senza saperne o affidandosi a pareri di esperti con cui si consultano e non basandosi sulle relazioni di un pool di scienziati impegnati in quello”.

Eppure realtà che fanno divulgazione attenta e qualificata in Italia ci sono. Daniela Ovadia cita sia divulgatori singoli, sia realtà più strutturate, come “ Luca Perri, (astrofisico già amatissimo dal pubblico di BergamoScienza, ndr ) e Ruggero Rollini (comunicatore della scienza, ndr), entrambi molto attivi su Instagram, a cui aggiungo altri due esempi: l’ottima attività di divulgazione sul cancro fatta dall’AIRC e il sito web promosso dalla Federazione dell’Ordine dei Medici, ‘Dottore ma è vero che’, dove si cerca di rispondere ai dubbi delle persone in un modo chiaro e accessibile”.

Sito BergamoScienza

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