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Il lento (lentissimo) cammino verso un’industria sostenibile

Articolo. Le metodologie per determinare l’impatto ambientale di un prodotto o di un processo produttivo esistono da decine di anni. Eppure i loro effetti tardano a vedersi e tutt’oggi i costi sono proibitivi per molte aziende. Potranno le università innescare un cambiamento

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Uno scatto dalla COP26, Glasgow 2021

U n fallimento monumentale”: così è stata definita la COP26 da un rappresentante dei Paesi del Pacifico, tra i più esposti al cambiamento climatico. E se il cambiamento stesse arrivando, invece che dalla politica, dal mondo delle aziende?

Il Life Cycle Assesment

L’analisi del ciclo vita o LCA (Life Cycle Assessment) è una metodologia che quantifica l’impatto sull’ambiente di un processo produttivo o un prodotto. Ha più di trent’anni: è un processo consolidato”, spiega Davide Russo, docente di Innovazione di prodotto e processo presso il Dipartimento di ingegneria e scienze applicate dell’Università degli Studi di Bergamo, che prosegue illustrando i quattro passi fondamentali di cui si compone l’analisi.

La prima fase è la definizione dell’obiettivo: “bisogna dichiarare perché si vuole compiere l’analisi”. Si passa poi alla fase detta di inventario o LCI (Life Cycle Inventory): “tutto l’insieme delle risorse che sono state tolte alla natura per essere inserite nel processo produttivo deve essere quantificato”.

Sono possibili due vie, corrispondenti ad altrettanti approcci teorici: il gate to gate (“dal cancello al cancello”) che è “una mappatura dei flussi interni allo stabilimento”, e il cradle to gate (“dalla culla al cancello”), che “ricostruisce anche la filiera dei fornitori”. Il che significa, a livello pratico, che “se io inserisco una molla in un ingranaggio del mio macchinario, devo ricostruire come è stata prodotta, come è stata trasportata, ecc., fino ad arrivare alla miniera da cui è stato estratto il materiale di cui è composta”.

Davide Russo

La fase successiva è detta LCIA (Life Cycle Impact Assessment), che è la valutazione dell’impatto ambientale. Il più famoso impatto considerato è il cambiamento climatico, misurato in kg/CO2e”. Chiude il processo “una fase di eco-improvement, che tecnicamente non fa parte dell’LCA ma è auspicabile che lo segua: è quella fase in cui si modifica il processo produttivo per renderlo meno impattante sull’ambiente”.

Una valutazione dell’impatto ambientale può portare a tre diversi tipi di certificazioni, identificati a livello normativo come etichette ambientali di tipo 1, 2 e 3. Spiega Russo: “L’etichetta di tipo 1 è l’eco label, quella che troviamo sugli elettrodomestici, che è un marchio registrato europeo e che comporta un controllo da parte di un ente terzo certificato. Si tratta di una tra le certificazioni maggiormente standardizzate”.

Le etichette di tipo 2 sono sostanzialmente autodichiarazioni ambientali: l’azienda dichiara che il proprio prodotto è riciclabile, compostabile o quant’altro. Non c’è un ente terzo che rilascia la certificazione, ma c’è rischio di sanzioni e procedimenti penali se non risulta conforme a realtà”.

Conclude: “L’etichetta di tipo 3 in questo momento è la più diffusa. Si tratta degli EPD (Environmental Product Declaration), che devono seguire delle regole ancora più stringenti rispetto all’LCA”.

Il Cradle to Cradle

Tra le certificazioni è compreso il Cradle to Cradle (letteralmente “dalla culla alla culla”): “una certificazione internazionale, nata circa vent’anni fa, che prova a progettare un prodotto facendo sì che non abbia rifiuti ma che possa essere nutrimento per un’attività produttiva successiva”.

Questo tipo di approccio comporta che i flussi dei materiali siano considerati come “nutrienti” biologici o sintetici. “Biologico è tutto ciò che poi finisce nell’ambiente”, chiarisce, “ovvero che può diventare terriccio o nutrimento per gli esseri viventi. Sintetici sono invece tutti quei nutrienti, come una barra di rame o un pezzo di acciaio, che esulano da questo ragionamento”.

L’aspetto veramente innovativo di questo approccio è che offre un’alternativa al funzionamento classico di quella che identifichiamo come circular economy (“un conferimento del rifiuto derivato da un prodotto giunto al suo fine vita in un nuovo ciclo produttivo”). Quest’ultimo infatti comporta una criticità intrinseca, il downgrade dei materiali: “se io ho un acciaio pregiatissimo e dopo averlo utilizzato in un’automobile lo inserisco in un nuovo processo produttivo, devo tener conto che nel frattempo è diventato meno nobile, e il processo continua finché non arriva il momento in cui lo dovrò rifondere”.

Il Cradle to Cradle richiede invece di “scegliere a monte i materiali facendo sì che a valle ci possa essere una trasformazione infinita, a ciclo chiuso, senza che il prodotto debba mai finire in discarica”.

Sulla carta, insomma, metodologie potenzialmente rivoluzionarie. Nella realtà dei fatti subentra una lunga serie di difficoltà: “il metodo è complicato per le aziende richiede expertise molto specifiche, molto spesso da ricercare esternamente all’ambiente aziendale”.

Le difficoltà

All’atto pratico, “si tratta di processi molto impegnativi e dispendiosi per un’azienda tradizionale”, anche e soprattutto per la laboriosità del processo di reperimento di tutte le informazioni necessarie per ricostruire il ciclo di vita di un prodotto: “lo standard attuale, ciò che viene richiesto dai certificatori è il recupero di questi dati tramite software privati, che però hanno un costo importante per l’azienda”.

La conseguenza? “Sono pochissime le aziende che adottano una metodologia di LCA realmente perché lo vogliono fare. Spesso lo fanno perché sono costrette a farlo”, per motivazioni politiche o strettamente economiche.

Molte aziende finiscono per ricorrere a soluzioni di ripiego. “Si parla allora di greenwashing, aziende che con tutta la buona volontà si rivolgono a esperti per valutare il proprio impatto ambientale, ma che, di fronte ai costi delle attività, abbassano l’asticella e si limitano a cercare il bollino della certificazione per un’esigenza più di marketing che reale”.

Non si tratta, comunque, di uno scenario senza vie d’uscita. Per esempio, “per aiutare le aziende a migliorare questa situazione ci sono tantissimi finanziamenti, bandi europei con ricadute sui bandi nazionali e ragionali, che hanno sponsorizzato moltissimo le attività di questo tipo, soprattutto sul fine vita”.

In sostanza, “lo Stato, invece di lasciare semplicemente conferire il prodotto in discarica, cerca di aiutare le aziende a ripensare il fine vita con un riuso o un riciclo del prodotto”. La portata è epocale: progettare il fine vita “è qualcosa che ai progettisti e agli ingegneri tradizionali non era mai stato insegnato”.

Nonostante lo stimolo all’avanzamento tecnologico che questo ha portato, secondo Russo un reale cambiamento è stato innescato solo in alcuni settori, come il green building: costruire “edifici e fabbriche totalmente sostenibili”. Per il resto “l’impatto dell’LCA non si è ancora visto, siamo ancora molto lontani”.

Green Building

D’altronde, “l’LCA è un buon metodo, però è un metodo, quindi lascia la libertà alle persone di applicarlo oppure no. Se non c’è un intervento dall’alto, da parte della politica, o un cambiamento culturale, da parte delle persone, l’LCA non potrà mai essere la soluzione. Serve un approccio a 360°”. Serve, secondo Russo, un cambiamento strutturale, di formazione prima ancora che di approccio, e in questo “il ruolo delle università e dei formatori potrebbe essere straordinario”.

Spedire ingegneri dentro le aziende a progettare in un modo diverso, più sostenibile, costa zero. Mentre una certificazione ambientale, come abbiamo visto, è un costo importante, avere qualcuno che progetta male o che progetta bene costa uguale per l’azienda”. Progettare sapendo ponderare l’impatto ambientale, ha, invece, un’importanza strategica.

È, in poche parole, il significato del “ruolo sociale che hanno le università nel cercare di stimolare un tipo diverso di attività”. L’auspicio è che il cambiamento arrivi, e che arrivi presto.

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