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Quando i rifiuti diventano un problema sociale. Marco Armiero a «Le Primavere – Il Cortile dei Gentili»

Articolo. Giovedì 18 maggio dalle 9.30, nel Polo di Lecco del Politecnico, lo storico dell’ambiente Marco Armiero spiegherà la sua teoria del Wasteocene o «era degli scarti» e proporrà una guerriglia narrativa contro lo storytelling che cancella l’ingiustizia

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L’immagine della rassegna è stata disegnata dall’illustratore Andrea De Santis

Quest’anno, «Le Primavere» incontrano il «Cortile dei Gentili» in una rassegna dal titolo «L’era dello scarto. Guida teorica e pratica per uscirne». In programma il 18 maggio a Lecco (Politecnico) e il 19 maggio a Como (Pontificio Collegio Gallio), due giorni intensi di stimoli sul presente e il futuro dell’uomo e della terra. Come impone il format del «Cortile dei Gentili», dialogheranno posizioni di credenti e non credenti che, soprattutto sul tema dello scarto, apriranno letture e prospettive divergenti. A questo link tutto il programma degli incontri, ad ingresso gratuito.

Mai sentito parlare di «uomobiancocene»? Il termine riassume più teorie storiche secondo le quali staremmo vivendo in un’epoca geologica nata dall’intersezione di colonialismo, schiavitù e capitalismo. Robin Kelley la definisce «un moderno sistema mondiale di “capitalismo razziale” dipendente da schiavitù, violenza, imperialismo e genocidio». Non solo un movimento culturale con un forte impatto sulla società, ma una forza in grado di influire sui ritmi biogeochimici della Terra. Sulla stessa scia, altri studiosi hanno parlato di «piantagionocene», «econocene», «tecnocene», «antropo-oscene» e «maschiocene». Tutti neologismi nati da una sola necessità: proporre un paradigma alternativo all’antropocene, denunciandone le debolezze intrinseche.

Con antropocene si intende l’epoca geologica a partire dalla quale l’essere umano, con le sue attività, ha iniziato, apportando modifiche territoriali, strutturali e climatiche, a incidere sui processi geologici. In sostanza, un riconoscimento della grossa impronta collettiva che, come specie, stiamo lasciando sul Pianeta. Se ne parla già dall’Ottocento, quando il geologo Antonio Stoppani, primo a proporre una definizione specifica per l’era geologica in cui la Terra è massicciamente segnata dalla attività umana, propose il termine di «era antropozoica» per definirla.

Quali debolezze porta con sé l’antropocene? «La prima è che usa un noi universale. Noi, gli umani», spiega Marco Armiero, ICREA Research Professor presso l’Institut d’Història de la Ciència (IHC) dell’Universitat Autonoma de Barcelona e Presidente della European Society for Environmental History. «Così si cancellano tutte le differenze di classe, di genere, di razza e storiche. È come andare al ristorante in coppia, uno ordina la pizza e l’altro l’aragosta e poi si paga alla romana».

«L’altra questione – continua Armiero – è la reificazione. Trasformare un problema in una cosa e dimenticarne la natura di processo. Per esempio, ci concentriamo sulle emissioni di CO2 e pensiamo a ridurle, senza cercare di capire come siamo arrivati a questi livelli di inquinamento. Oppure, ci troviamo di fronte al problema di levarci di mezzo i rifiuti e la soluzione diventa portarli lontano da noi, senza riflettere su cosa significhino la loro presenza e la loro produzione».

Armiero ha provato a offrire una teoria alternativa all’antropocene. L’ha esposta in un libro uscito nel 2021 per Einaudi, «L’era degli scarti. Cronache dal Wasteocene, la discarica globale» . Wasteocene, letteralmente «l’era degli scarti»: questa la sua proposta. Che, controintuitivamente, non parla (solo) di rifiuti.

Cosa significa vivere nell’era degli scarti

«Non è l’era dei rifiuti in quanto tale – spiega – è l’era delle relazioni di scarto, in inglese “wasting relationship”. Sono relazioni dalle quali fuoriescono prodotti, umani e non umani, di scarto. Discariche, metaforiche e letterali, in cui mettere tutto ciò che non vogliamo e difendere, al contrario, quello che consideriamo di valore. Alla base c’è un meccanismo di separazione: il tentativo di un ambiente puro e sicuro, le gated communities, di salvarsi da solo. Un rapporto dell’ONU ha parlato in questo senso di “climate apartheid”. Un muro che separa ciò che è scartabile da ciò che ha un valore».

Per capire cosa questo significa a livello pratico basta andare a vedere la zona di sovrapposizione tra la dimensione letterale e quella metaforica di “rifiuto”: «le discariche finiscono statisticamente per essere collocate in quartieri poveri, alla periferia di città non bianche. Nasci nero? Hai più probabilità di finire a vivere vicino a una discarica o a un inceneritore».

Questo meccanismo comporta conseguenze che hanno un impatto molto profondo. Puntualizza Armiero: «non è solo scarto dal punto di vista materiale: quello che scartiamo sono anche storie, la vera possibilità di queste comunità di raccontarsi in modo diverso».

Le voci dimenticate del Wasteocene

Uno degli esempi che nel libro di Armiero concretizzano questo meccanismo è la strage del Vajont. Lo Stato e un’azienda idroelettrica da una parte, gli abitanti di una valle montana dall’altra. Un’infrastruttura idroelettrica imposta, che sfida le note fragilità geologiche del luogo. E alla fine una frana, che cade nel bacino e genera un’onda che supera la diga: le 2000 vittime sono uno scarto, forse imprevisto, ma non imprevedibile.

Un altro esempio ricordato da Armiero è la storia di Cancer Alley. Cancer Alley è un tratto di terra di 85 miglia lungo il fiume Mississippi, tra Baton Rouge e New Orleans, nelle parrocchie fluviali della Louisiana, dove si trovano oltre 200 impianti petrolchimici e raffinerie che da sole rappresentano il 25% della produzione petrolchimica negli Stati Uniti.

«Cancer Alley – racconta Armiero – restituisce subito il potere performativo delle parole. Il governo della Louisiana lo chiama il “corridoio industriale”, ma Cancer Alley è il nome con cui è noto, perché vede altissimi tassi di patologie cancerogene. Tutto ciò succede nelle stesse terre e verso le stesse comunità che hanno subito, decenni prima, la sorte della schiavitù e delle piantagioni».

Oppure ancora la storia del Rio Doce, fiume brasiliano noto per la catastrofe ambientale del 2015, quando il crollo di un bacino di lagunaggio ha riversato oltre i suoi argini 62 milioni di metri cubi di fanghi tossici e acque acide di origine mineraria, provocando 17 morti e lo sfollamento di oltre 600 persone che abitavano nei villaggi a riva. O quella del distretto di Agbogbloshie, dove finiscono la maggior parte dei rifiuti elettronici e automobilistici dell’Occidente.

Definire l’altro per definire noi stessi

In breve, quello che queste storie testimoniano è che lo “scarto” non è una cosa ma, come si legge nel libro di Armiero, «un insieme di relazioni socio-ecologiche tese a (ri)produrre esclusione e disuguaglianze». Un meccanismo che ha come conseguenza implicita la «produzione dell’altro o di chi sta all’esterno». E che, alla fine, rivela qualcosa tanto sul prodotto che sul produttore: «gli scarti non definiscono soltanto chi sono gli altri, ma anche chi siamo noi».

Armiero definisce questo processo un meccanismo perverso di «alterizzazione» (in inglese othering), ovvero «la produzione dell’altro, l’altro radicalmente diverso da noi, che subisce logiche diverse da quelle che regnano nelle gated communities. Succede che muoia un bambino di pochi mesi al confine della ricca Europa, che finisca cadavere sulle nostre spiagge, e che l’Europa si interroghi solo sulla legittimità o meno di pubblicarne la foto sui giornali». Com’è possibile? Questo succede perché «il Wasteocene non si regge con i manganelli e i carri armati, ma grazie a un’infrastruttura narrativa tossica, in cui viviamo senza accorgercene. Cancella l’ingiustizia, la normalizza o la rende invisibile. E noi non ci accorgiamo degli scarti che produce».

L’antidoto al Wasteocene

Uscire dal Wasteocene è difficile, ma possibile. Armiero, da parte sua, prova a proporre «una guerriglia narrativa, uno storytelling controegemonico, che racconti l’ingiustizia ma anche le mille storie di resistenza e di creazione di comunità che ugualmente vengono cancellate, quando invece è importante portarle alla luce». In breve dimostrare che un’altra storia, un altro racconto, sono possibili.

Una piccola parte di questa guerriglia narrativa avrà luogo giovedì 18 maggio al Polo di Lecco del Politecnico. Per la rassegna «Le Primavere», che quest’anno incontra il «Cortile dei Gentili» del Cardinal Ravasi, Armiero porterà un intervento dal titolo «La giustizia ambientale è una causa persa?». L’incontro si terrà all’interno della sessione « Cronache dal Wasteocene », che comincerà alle 9.30. In questa sede Armiero suggerà come «invertire la narrazione tossica, che normalizza l’ingiustizia o la invisibilizza, ripartendo dallo scarto per definire un nuovo concetto di uomo e di società».

Una possibile via è quella del «commoning». Spiega Armiero: «se le relazioni di scarto producono profitto per pochi, le relazioni di “commoning” creano comunità attraverso la condivisione. “Commoning” deriva dal termine inglese “common”s, i beni comuni, posseduti da una comunità, nel senso di diritto di uso. Le relazioni di “commoning” sono il sabotaggio del pilastro del tatcherismo, secondo il quale non esiste la società, ma solo i singoli e le famiglie. La costruzione paziente di comunità è una guerriglia narrativa che cerca di contrastare questa logica».

Un esempio viene dall’interno dei confini nazionali: sono le brigate di solidarietà attiva. Racconta Armiero: «i vip dello spettacolo che durante il Covid dicevano di rimanere a casa parlando dal loro attico non tenevano conto della famiglia povera nel monolocale, che sicuramente avrebbe trovato più complesso rimanere a casa. La casa non è luogo di sicurezza per tutti, anzi: in Italia la violenza di genere è alta ed è aumentata durante il Covid. Le brigate della solidarietà attiva si sono prese cura della comunità, riempiendo i cesti che si calavano dai balconi, i “panari”, con beni di prima necessità».

È questa la strada da percorrere per scavare un varco «negli interstizi del Wasteocene». Conclude Armiero: «se in questa lotta per affrontare il cambiamento climatico riuscissimo a creare una comunità accogliente, non avremmo magari cambiato il mondo intero, ma un pezzetto di mondo sì. In fondo, cosa rischiamo? Di vivere meglio».

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