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Vestire responsabilmente si può: negozi di abbigliamento ecosostenibile a Bergamo e in provincia

Guida. Tante interessanti alternative alla fast fashion: creative, locali, sostenibili. La moda responsabile sul nostro territorio va dai jeans a basso impatto ambientale ai vestiti realizzati con stoffe di recupero in progetti di grande importanza sociale

Lettura 4 min.

La consapevolezza riguardo ai “veri costi” (per citare il famoso documentario “The True Cost) della fast fashion industry è ormai capillarmente diffusa. Ben note sono le conseguenze per i lavoratori coinvolti nella filiera, sottopagati e sfruttati, e per l’ambiente, danneggiato da emissioni e scarti. Sono nate però numerose iniziative controcorrente, che offrono ai consumatori una via alternativa: vestiti realizzati con tessuti biologici o di scarto, filiere interamente sostenibili, negozi di abiti usati, mercatini, fiere. L’idea che le sorregge è questa: nessuno di noi è un’isola, apparteniamo tutti allo stesso ecosistema e siamo tenuti a fare la nostra parte se vogliamo sopravvivere.

Gli esempi virtuosi in bergamasca non mancano: ne ho raccolti alcuni, per darvi qualche spunto. Buona esplorazione!

La moda sostenibile: Par.co Denim, AltrA, La Terza Piuma

Un mito da sfatare: green non equivale a trasandato o eccentrico. L’estetica è qualcosa di molto soggettivo, è chiaro, ma tra gli abiti sostenibili ce n’è veramente per tutti i gusti. Un esempio sono i jeans di Par.co Denim , prodotti in Italia – con materie prime, fibre e lavaggi sostenibili – e lavorati da piccoli artigiani e aziende locali che si trovano entro 35 km dalla sede operativa del brand a Bergamo. Sono fatti di cotone biologico certificato e sono interamente cruelty-free. Insomma capi di alta qualità, comodi da indossare ed esteticamente appaganti, che portano benefici all’ambiente e al territorio.

E che dire degli abiti sartoriali di AltrA , in Città Alta? L’imperativo, qui, è il riciclo: lo stile patchwork permette di utilizzare anche i più piccoli ritagli di stoffa, a cui vengono abbinati tessuti naturali, prodotti in Italia. Cuciti su misura, gli abiti di AltrA sono capi unici e irripetibili, simbolo di un’aspirazione a un diverso tipo di economia, in cui le relazioni tra le persone sono messe al primo posto.

L’unicità è ciò che li accomuna ai vestiti di Dressing Piuma, il laboratorio artigianale di tessitura del negozio La Terza Piuma , sempre a Bergamo. Il progetto mira allo sviluppo di una moda ecologica e sostenibile, ma allo stesso tempo “fresca e accattivante”, il cui risultato sono vestiti ottenuti da tessuti riciclati, vecchi capi riadattati e ripensati su misura del cliente.

Ecologico per il sociale: L’isola del tesoro, Cardamomo, Rivestiti

Talvolta realizzare abiti ecologici comporta qualcosa di più del “semplice” rispetto per l’ambiente e per il territorio locale: coinvolge anche una dimensione sociale. La cooperativa Biplano, per esempio, offre a persone soggette a disagio psichico dei percorsi riabilitativi di propedeutica al lavoro, sotto forma di laboratori artigianali tra cui spicca quello di cucito: ne ho parlato in modo approfondito in un altro articolo. Il negozio dell’ Isola del Tesoro , a Gorle, espone i prodotti finali dei laboratori: gli abiti sono realizzati con stoffe di recupero, spesso cuciti su misura, e venduti a prezzi più che accessibili – l’idea è che l’intera filiera debba essere sostenibile, compresi, quindi, i costi per il consumatore finale.

Gli abiti femminili dalle linee semplici cuciti nel laboratorio Cardamomo , della cooperativa Il Segno, portano in sé la storia delle persone in situazione di bisogno, handicap e disagio giovanile che stanno affrontando un percorso riabilitativo al lavoro attraverso la realizzazione di prodotti interamente fatti a mano, con l’aiuto e il coinvolgimento di maestre d’arte, educatrici, volontari. Il sogno dietro a Cardamomo è quello di un modello di solidarietà condivisa e partecipata, che sveli “il bello che sta dentro e fuori di noi”.

Alle spalle di Rivestiti , il negozio del Laboratorio Triciclo, c’è invece la Cooperativa Ruah. Il laboratorio, operativo da 23 anni in provincia di Bergamo, ha il fine di (re)inserire nel mondo lavorativo immigrati e italiani in situazioni di difficoltà e marginalità sociale. Il negozio è una vetrina di capi second hand: dopo un processo di raccolta, da donazioni di privati e da raccolte Caritas, seleziona usato di qualità con l’intento di prolungarne il ciclo di vita.

Abbigliamento equo e solidale: Altromercato, Amandla

A questo punto potrebbe crearsi un problema di coerenza: se sostenibile è (spesso) locale, allora solo locale è sostenibile? Può rientrare nella categoria oggetto di questo articolo una realtà presente capillarmente in tutta Italia, che lavora commerciando prodotti provenienti da tutto il mondo?

La mia risposta, del tutto personale e non necessariamente condivisibile, è: sì. Perché la realtà in questione è Altromercato , presente anche in diversi comuni bergamaschi, e perché se c’è qualcosa di buono che possiamo trarre dalla globalizzazione è proprio la possibilità di tessere una rete di solidarietà attorno a tutto il pianeta. Non perdiamo di vista la sostanza della questione in favore di sottigliezze formali. E la sostanza è: filiere sostenibili, retribuzioni eque per tutti i lavoratori coinvolti, rispetto per l’ambiente, impegno sociale e alta qualità dei prodotti finali. Questo, nel settore dell’abbigliamento, si traduce in Botanically, la linea estiva realizzata in fibre naturali e materiali sostenibili, con lavorazioni a basso impatto ambientale.

Strettamente legata ad Altromercato è Amandla , una cooperativa sociale tutta bergamasca, che nelle sue botteghe espone anche accessori e piccole collezioni di moda etica, realizzati secondo i principi del commercio equo e solidale da artigiani del Sud del mondo, nel rispetto delle tradizioni locali, dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente: t-shirt in cotone biologico dall’India o con colorati inserti in vax dal Senegal, sciarpe e stole in seta, lino e cotone tessute a mano in Vietnam, borse e accessori in pelle dall’India e sandali in cuoio dalla Palestina.

Riuso, riciclo, riduco: i negozi dell’usato

Sembra una banalità, ma il vestito più ecologico è quello che già possediamo, se lo sfruttiamo nel pieno del suo potenziale senza sentire l’urgenza di sostituirlo con uno nuovo. Il secondo vestito più ecologico è quello smesso dal fratello o dalla sorella maggiore, a cui diamo nuova vita, evitando gli scarti. E il terzo? Quello di seconda mano che finisce tra gli scaffali di un negozio dell’usato. Gli esempi in bergamasca sono numerosi.

C’è il network di Mercatopoli , presente a Calusco d’Adda, Lallio, Verdello e Bergamo, che combatte contro l’ideologia avversa all’“usato da altri” purtroppo ancora ben radicata sul suolo nazionale. Ci sono realtà meno ramificate ma comunque affascinanti, come L’inutile di San Paolo d’Argon, che ha lo scopo di proporre uno stile di vita più lungimirante, basato su valori ecosostenibili, o Il mercante in fiera di Albino, che conta un reparto abbigliamento con vestiti anche per bambini.

Ed è proprio sui bambini e sul brevissimo ciclo di vita dei loro vestiti che il discorso dovrebbe farsi più presente. Due i negozi dell’usato specializzati nell’infanzia: La Birba e Baby Bazar , entrambi presenti a Bergamo, il secondo anche a Lallio. Oltre a ridurre notevolmente gli sprechi, acquistare vestiti per bambini usati comporta ulteriori benefici: i lavaggi già subiti disperdono le sostanze chimiche dei coloranti industriali e il tessuto è più sano per la pelle del bambino; si sostiene una filiera corta e un’economia circolare; e per i più attenti all’apparenza è possibile vestire il bambino con capi firmati senza spendere cifre esorbitanti.

Insomma ce n’è per tutti i gusti e per tutte le tasche: cosa aspettate a dare una chance a uno stile di vita alternativo?

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