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Zoonosi e spillover: la domanda non è se ci saranno altre pandemie, ma quando

Articolo. La ricercatrice Francesca Cagnacci e Danilo Russo, professore di ecologia presso l’Università di Napoli Federico II, spiegano perché l’origine delle pandemie è un problema ambientale e cosa dobbiamo aspettarci se non facciamo niente per risolverlo

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Il Signore degli Anelli, Le due torri, secondo film della trilogia. Gli hobbit Merry e Pipino non sono riusciti a convincere gli Ent a entrare in guerra contro Sauron. Pipino si rassegna: “Siamo fuori posto, Merry. È troppo per noi. Alla fine che possiamo fare? Abbiamo la Contea. Forse dovremmo tornarci”. Ma Merry non si illude: “Le fiamme di Isengard si spargeranno e i boschi di Tucboro e della Terra di Buck bruceranno. E quello che una volta era verde e bello in questo mondo sparirà. Non ci sarà più una Contea, Pipino”.

Questo genere di pragmatismo è qualcosa a cui tutti dovremmo aspirare, specialmente quando si tratta di sensibilità ambientale. “Quando leggiamo che ogni anno sparisce un’area di foresta pluviale grande quanto l’Austria” afferma Danilo Russo, professore di ecologia presso l’Università di Napoli Federico II, “lo avvertiamo come qualcosa di lontano da noi. Forse, la pandemia ci sarà di lezione per capire che questi fenomeni ci riguardano molto da vicino e che pagheremo conseguenze molto importanti se li ignoriamo”.

Per capire di quali fenomeni parla e di come si relazionano al covid-19, dobbiamo tornare alle prime settimane di lockdown, a marzo 2020. A livello scientifico, lo stop alle attività e agli spostamenti di quei mesi è stato definito “antropausa”: un considerevole rallentamento delle moderne attività umane. A coniare il termine è stato un team di ricercatori di cui fa parte anche Francesca Cagnacci, ricercatrice di ecologia del movimento e della conservazione presso la Fondazione Edmund Mach di Trento.

La foresta pluviale amazzonica

Gli effetti dell’antropausa sulla fauna selvatica sono molteplici: gli animali hanno avuto accesso ad aree che normalmente utilizzano in maniera inferiore, oppure le hanno utilizzate in maniera più intensa in momenti della giornata in cui di solito non le frequentano, per esempio durante il giorno”, spiega Cagnacci, “noi siamo per l’ambiente come un elefante in una cristalleria: è stato molto semplice per gli altri animali capire che qualcosa era cambiato”. Ma il rallentamento delle attività umane ha avuto anche effetti negativi: “c’è stato un aumento delle azioni illegali, come il bracconaggio; si sono contratte le risorse alla conservazione delle aree protette e si è creato un effetto paradosso, una sorta di rimbalzo elastico del disturbo umano al termine del primo lockdown”.

Questo ci dice che l’uomo è parte integrante dell’ecosistema e che le sue azioni hanno delle conseguenze su di esso – conseguenze che, nel caso dell’attuale pandemia, sono tornate indietro a tutta forza, a mo’ di boomerang. “Una pandemia è un problema di tipo ecologico”, spiega Russo: “eventi simili sono legati a problemi quali la perdita di habitat, la diminuzione della biodiversità e il traffico di specie selvatiche a scopo alimentare e farmacologico tradizionale. Ci sono poi altri studi che trovano correlazioni più o meno dirette con il cambiamento climatico”.
Stiamo aprendo un vaso di pandora”, riassume, “quel mare magnum di patogeni che per ora se ne sta chiuso negli organismi animali, noi lo stiamo andando a liberare in maniera artificiosa”.

Per comprendere il meccanismo che lega la perdita di biodiversità e la trasmissione di malattie all’uomo dobbiamo capire il significato di zoonosi e di spillover o salto di specie. Con il primo termine si intende “un modo molto antropocentrico di indicare il fatto che alcune malattie della fauna selvatica ci includano nel loro ciclo di trasmissione”, spiega Cagnacci. Ciò è parte del ciclo di trasmissione di un parassita, che riesce così a non rimanere mai a corto di organismi su cui diffondersi.

Con lo spillover, invece, “un determinato patogeno, che avrebbe come ospite principale una determinata specie, grazie a modifiche genetiche riesce ad adattarsi a una nuova specie”. È un meccanismo naturale dell’evoluzione: quello che è cambiato nell’epoca contemporanea è la velocità con cui avviene. Del resto, e qui a Bergamo l’abbiamo imparato sulla nostra pelle, “siamo un unico grande organismo iperconnesso, dove le reti di contatti creano una situazione pandemica nel corso di poche settimane”.

La biodiversità riveste in ciò un’importanza fondamentale. “Quando un patogeno tenta uno spillover”, spiega Russo, “è come se testasse tante strade, finché non trova una specie su cui viene ricevuto bene. Se il sistema è biodiverso, tanti tentativi di spillover saranno vicoli ciechi. Se invece c’è impoverimento della biodiversità, i possibili tentativi del patogeno sono molti meno ed è più probabile che trovi una strada giusta”.

Perché ci sia salvaguardia della biodiversità, è fondamentale la conservazione degli habitat. Deforestando e trasformando vaste aree finora intatte in terreni edificabili o coltivabili, stiamo aumentando la frammentazione degli habitat e creando vaste aree di interfaccia innaturale tra uomo e animali. “Immaginiamo un puzzle”, spiega Cagnacci, “dove i bordi dei pezzettini sono il punto di contatto tra uomo e ambiente naturale. Non ci sono più spazi dove i cicli naturali di trasmissione dei patogeni possano completarsi, per poi, alla fine, forse, entrare in contatto con noi. Aumentando l’interfaccia con il mondo animale, stiamo spingendo gli spillover verso la specie umana”.

Le conseguenze, per Russo, sono prevedibili: “la domanda non è se ci saranno altre pandemie, ma quando. E forse la risposta è relativamente presto, perché non stiamo facendo nulla per cambiare il nostro rapporto con la natura”.
Ciò significa non solo non intervenire direttamente sui cicli naturali, ma anche invertire il surriscaldamento globale. Il cambiamento climatico scompensa, infatti, gli equilibri degli ecosistemi, nel senso che stravolge più o meno pesantemente la geografia della presenza di alcune specie, compresi gli insetti portatori di patogeni. Per esempio, “la malaria potrebbe presto diventare un problema anche delle regioni temperate perché, come dimostrano i modelli, la distribuzione dell’insetto vettore, la zanzara anofele, si stia inesorabilmente spostando verso nord”.

Quello che ci serve è una cultura della prevenzione, sostengono entrambi i ricercatori. Dobbiamo imparare a individuare le zone di criticità e intervenire prima che succeda l’irreparabile, perché, altrimenti, ci aspetta la sorte dell’antilope, che viene divorata perché “scappa solo quando si trova davanti il leone, e non quando capisce di essere in un punto dove potrebbe incontrare un leone”, riassume efficacemente Cagnacci, che continua: “La soluzione è una sola: mettere il cambiamento climatico e la limitazione della sottrazione e della frammentazione di habitat in cima all’agenda globale, dove è stato in questi mesi il coronavirus”.

Un approccio che sta prendendo piede nella comunità scientifica e che potrebbe rivoluzionare non solo il nostro modo di affrontare i rischi sanitari, ma anche il nostro rapporto con l’ambiente, prende il nome di One Health. Secondo Russo, “non possiamo gestire alcun problema, oggi, se non lo inseriamo all’interno di un sistema complesso che è fatto di uomini, di patogeni, di animali, di clima. L’approccio One Health, cioè ‘salute unica’, si pone in questa prospettiva: preoccupandoci dell’ambiente, ci preoccupiamo anche della salute degli animali e dell’uomo”.

C’è bisogno di “tanta buona ricerca scientifica”, ma anche di una migliore comunicazione tra scienza e società, tra scienza e politica: “se la ricerca non diventa policy, è solo conversazione accademica”. Auguriamoci che il 2020 ci abbia davvero insegnato che i problemi ambientali, anche quelli lontani da noi, possono in poco tempo toccarci da vicino e che, se non li affrontiamo di petto, perderemo tutto ciò che è “verde e bello” e non avremo più una Contea in cui tornare.

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