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Non c’è mai fine alla vita di una stoffa. Nell’Atelier Moki, diventa sempre qualcosa di nuovo

Articolo. Era una tovaglia, oggi è un gilet. E guai a buttare via un paio di jeans: può trasformarsi in uno zaino. Con il riciclo come fonte di ispirazione, Monica Silva ha reso green la creatività

Lettura 5 min.
Monica Silva (Foto di Marialuisa Miraglia)

Nella casa di mia nonna c’erano cassetti colmi di bottoni e scatole in latta che pensavo contenessero biscotti e invece traboccavano di fili colorati. C’era un armadio di stoffe talmente grande che ho creduto per anni di trovarci Narnia. Dalla nonna non ho mai ereditato la dimestichezza nell’adoperare ago e filo (credo di sapere a malapena rammendare un paio di calzini), ma la certezza che anche il più piccolo scampolo di tessuto possa trasformarsi in un capo imprevedibile.

Monica Silva, senza dubbio, ha avuto una nonna simile alla mia. 47 anni, la prima macchina da cucire Singer ricevuta in regalo a 18, nel suo Atelier in via Francesco Nullo a Bergamo confeziona abiti, realizza borse e fa rivivere abiti dismessi. Un’opera di salvataggio “creativo”, che mi piace raccontare dall’inizio.

Dai bracciali in crochet all’abbigliamento

«Sono Monica, per tutti Moki, sono bergamasca ma ho vissuto tantissimo a Milano e in Germania. Da sempre cucio, ricamo, lavoro a maglia… mi hanno insegnato mia nonna e mia mamma, ma non perché ne facessi un lavoro. Ho studiato legge. Per motivi familiari che ho compreso solo dopo, dovevo diventare un avvocato». La nostra chiacchierata comincia così. Monica ha due occhi grandi e una giacca nera, che quasi stride con i colori «matti» degli abiti che ci circondano. Ci sediamo su due poltroncine davanti a un grande specchio e a un piatto di confetti al cioccolato. Quelli alla mandorla a Moki non piacciono.

«Ho lavorato per uno studio legale per un po’, finché ho capito che era il momento di mollare: ho abbandonato tutto e mi sono dedicata all’organizzazione di eventi. Ho cominciato a lavorare per una galleria di design e di arte contemporanea. Nel frattempo, realizzavo dei braccialetti di crochet, all’uncinetto, con tutti i pendaglietti che erano bottoni, vecchie collane, orecchini». Le prime creazioni di Monica piacciono a tal punto che un’azienda toscana di pellame di borse la invita a realizzare borse di crochet per il Mipel di Milano, prestigioso evento internazionale dedicato alla pelletteria e all’accessorio moda.

Col sostegno della mamma, che le mette a disposizione un appartamentino di Via Nullo, nel luglio del 2006 Monica apre l’Atelier Moki. Con lei, inizialmente, c’è l’amica Alessandra. «Facevamo quasi esclusivamente accessori. Nel mentre, mi avvicino a un bravissimo sarto boliviano. Lui mi rinsegna, perché io non avevo mai fatto corsi, facevo lavori sui vestiti delle bambole, le borsette, le cose base. Cominciamo a realizzare qualche capospalla, qualche gonnellona… Alessandra imbocca un’altra strada, ma la sartoria ingrana». Anche il sarto lascia presto l’attività. Accanto a Moki si inserisce Oriana. «Aveva 19 anni, arrivava da studi di sartoria, come stagista. Ora ne ha 33, e mi aiuta tantissimo. È lei soprattutto che cuce, mentre io mi dedico alla ricerca di tessuti, alla creazione dei capi, agli appuntamenti».

A caccia di tessuti

Mentre descrive il suo lavoro, gli occhi le si illuminano. Recuperare le stoffe e “fondere” tra loro materiali e idee diverse, in modo da dare vita a pezzi unici, è la parte che Moki preferisce. Probabilmente è anche la parte prediletta dalla figlia Clara, 4 anni e una passione indescrivibile per i tessuti glitter e le gonne in tulle. «Vado spesso per mercatini, oppure mi rifornisco da Textilia, un punto di riferimento bergamasco soprattutto per lo scampolo. Mi capita di comprare materiale in viaggio: un anno, in Egitto, ho trovato dei broccati… a volte compro tende, che uso poi per fare gonne. Utilizzo spesso materiale destinato ad altro: un ricamo della giacca che prima era il rosone di un copriletto, lenzuola dei bambini che ho trasformato in camicie da notte vintage, camicie da notte che ho tagliato e reso abiti estivi».

Spesso, le clienti «cadono in tentazione». Vedono un giacca, magari è già prenotata da qualcun altro, la vogliono uguale. «Evito di avere troppi tessuti per non ripetermi, perché mi dispiace, cerco di fare tendenzialmente pezzi unici». L’unicità, per Moki, sta nel tipo di tessuto, nel colore, nella fantasia. Se il modello di pantaloni può ripetersi, perché magari piace a molti, la tipologia di stoffa no. Sarà sempre nuova, sempre diversa.

Tutti i modelli, mi confida Moki, portano il nome di un luogo geografico, di un’amata città della Bretagna o della Normandia, per esempio. Oppure, nomi femminili. «Mi piace moltissimo dare i nomi delle clienti ai capi di abbigliamento. Per esempio, questo pantalone si chiama Sara, perché Sara è stata la prima ad aver comprato questo modello. Oppure, se abbiamo studiato insieme un capo, lo dedico a te».

Eventi e relazioni

Ho sempre pensato agli atelier di moda come a luoghi tanto affascinanti quanto riservati, luoghi dove prendono forma prodotti di cui conosciamo, però, solo l’esito finale. Fin dall’inizio della sua carriera, tuttavia, Monica ha sempre voluto tenere aperte le porte della sartoria e coltivare relazioni d’amicizia con le sue clienti. A volte, è lei stessa ad andare a casa loro, per valutare come dare nuova vita a un vecchio abito disperso nell’armadio.

«Ho fatto tantissimi eventi. Un anno abbiamo fatto alla Galleria Ceribelli una collezione dedicata alla pittura. Per i dieci anni della sartoria ho esposto dieci capi iconici su dieci manichini. Collaboro molto con Festival Danza Estate, ho fatto borse per loro e vestiti per le ballerine… sono rapporti reciproci per lo più di gratuità, due ballerine mi hanno fatto un bellissimo spettacolo nel giardino». Poi sono arrivati i mercatini, su Milano soprattutto e – tra gli appuntamenti bergamaschi – Floreka , una manifestazione che «amo con tutto il cuore e a cui partecipo da dieci anni, perchè mi sento a casa».

Col tempo, agli eventi si sono affiancati i social network, soprattutto Instagram, uno strumento che Monica utilizza per farsi conoscere sia dalle clienti che dalle aziende: «Seguo molto “Il Vestito Verde”, un database italiano di brand di moda sostenibile. Francesca Boni, la fondatrice, parla su Instagram di tutti i negozi italiani che fanno ecosostenibile e mi ha inserito nel suo portale. Ora sto collaborando con “WHATaECO”, inizierò a vendere con loro che fanno tutto un packaging di un certo tipo, e io sarò la parte etica di abbigliamento».

La collezione Upcycling

Alla sostenibilità, Monica Silva tiene tantissimo. Non è casuale che la sua collezione più recente, la collezione Upcycling , sia tutta dedicata al recupero. Ancora una volta, la lezione viene dalla nonna. «I cassetti di mia nonna erano pieni di bottoni, nastrini, elastici dei reggiseni… una volta si conservava tutto. Erano i tempi della guerra, per cui un pezzo di raso o un nastrino costava. Quest’abitudine a conservare e a riutilizzare mi è rimasta. Tutti i capi di questa collezione sono realizzati con tessuti destinati al macero. Capita spesso infatti di buttare, più che riutilizzare, perché c’è giacenza di magazzino o ci sono troppi costi per le aziende. Sono riuscita a recuperare alcuni tessuti e a pagarli poco: il cotone lo pago 3 euro al metro… questo, tra l’altro, incide sul prodotto finale, che costa meno».

Non è finita qua. «Una volta recuperati i tessuti, li tingo. Utilizzo quindi il tessuto tinto, oppure smonto i capi e li ricostruisco: ecco che ti creo l’abito con il top vintage e sotto la gonna ricostruita, oppure uso gli scampoli per realizzare un abito».

Mentre parla, Monica mi accompagna tra camicette in pizzo e scampoli di seta, tovaglie che attendono solo il momento in cui diventeranno un gilet, zaini cuciti in jeans («questi li ho fatti in aiuto all’Ucraina, ho devoluto l’intero ricavato alla fondazione Soleterre Onlus, che si occupa di fornire cure ai bambini di Kiev malati di cancro»). Accanto alle stoffe, ci sono gli accessori. «Quando ho aperto l’Atelier, ho rilevato in una vecchia merceria una quantità infinita di bottoni e fibbie… Ne ho stravolto l’uso utilizzandoli in modo creativo sui miei capi».

Il sogno nel cassetto

Forse dare vita a un pezzo di stoffa è già un sogno che si avvera. Moki ne ha anche altri, forse «leggermente pretenziosi», come non manca di sottolineare. «Tutto questo palazzo era del mio bisnonno, che poi l’ha lasciato ai figli. Nelle mie fantasie, sul tetto un giorno ci sarà un’insegna al neon, come le giostre di una volta. Tutta la casa sarà la mia maison Moki, con il piano taglio, il piano produzione, un po’ di appartamenti, la zona del set fotografico e quella degli eventi». Poi sorride, torna con i piedi per terra. «Mi piacerebbe che questo posto diventasse un punto di riferimento anche dal punto di vista etico, di consapevolezza, recupero e valorizzazione del tessuto, una sorta di “scuola”».

Scatto qualche foto in Atelier, mentre aspetto che sia pronta la mia gonna Marialuisa. Sì, guarda caso il modello che ho adocchiato non è stato ancora prenotato né acquistato da nessuno. Porterà il mio nome – parola di Moki.

La gonna Marialuisa
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