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Carlo Capitanio, un artista NFT che vende opere digitali

Articolo. Il suo progetto si chiama Cabot COVE. Paesaggi ossessivi e distopici diventati opere di valore grazie ai Not Fungible Token, alle blockchain e ad un’idea di arte che non è fisica ma radicalmente digitale. Ne abbiamo parlato con lui

Lettura 4 min.

“Se ci penso bene sono diventato un artista adesso. Ora che le mie opere vengono vendute e ho un riconoscimento in tal senso” racconta Carlo Capitanio, bergamasco di Treviolo, classe 1978, la cui vita artistica è stata stravolta dal nascente mercato dei “Non Fungible Token” tradotto nell’acronimo NFT, tre lettere che a inizio anno sono cadute come un sasso nelle placide acque del mercato dell’arte.

Il termine giunge alla ribalta della cronaca a marzo scorso, quando l’NFT di un’opera digitale – “Everyday: the first 5000 days”, dell’artista digitale Beeple, nome d’arte di Mike Winkelmann – viene venduta a un’asta americana per 69,3 milioni di dollari. Il sasso è lanciato, i cerchi concentrici nell’acqua cominciano a formarsi e l’effetto d’urto sulla parete liquida si vedono ancora oggi. Gli NFT sono diventati una realtà, anche se nomi, obiettivi e circuiti sono tutt’altro che chiari.

Carlo Capitanio o Cabot Cove

Cosa è un NFT e come funziona il mercato

Domanda basilare la cui risposta è tutt’altro che scontata per chi non mastica di tecnologia. L’NFT è il certificato di autenticità di un’opera, ovvero un video, un file di testo o un file musicale. Non è l’opera in sé, né la sua proprietà intellettuale, ma un attestato crittografico, unico e non riproducibile, “contenuto” in una blockchain. La blockchain o catena di blocchi è una sorta di registro composto da elementi la cui sicurezza è coperta da codici crittografici e la validità è garantita dalla registrazione di ogni singola transazione che li interessa, distribuita sui diversi nodi della rete che creano la catena.

Per capire ancora meglio di cosa si tratta è utile riprendere la nota sui termini e le definizioni realizzata da Stefano Piantini su Artribune. Piantini infatti, per spiegare gli NFT parte dalla distinzione fra Fungible Token (FT) e Non Fungible Token (NFT). I token, o gettoni, corrispondono alla frazione di una criptovaluta che viene scambiata tra gli utenti attraverso transazioni e passaggi registrati dalla blockchain appunto. Stefano Piantini spiega: “I Bitcoin (la criptovaluta più nota) sono per definizione FT poiché sono divisibili e interscambiabili, ossia fungibili, lo stesso vale per le altre, numerose, criptovalute esistenti. Un NFT è unico, contiene qualcosa di unico, non è replicabile ma è scambiabile (si può comperare e si può vendere). La unicità del NFT è scritta nei metadati del token stesso, è inalterabile e permanente, è una sorta di certificato di autenticità”.

Se la definizione sembra contorta, ancora di più lo sono le motivazioni dietro questo nuovo mercato, nato nel 2020, ma esploso realmente solo a inizio 2021. Quando acquisto l’NFT di un’opera, sia essa un’immagine, una fotografia, uno scritto, un tweet, una gif o un meme, non la chiudo nella mia cassaforte, né tantomeno la appendo a una parete. L’opera è libera di circolare come prima. Chi vorrà potrà continuare a ricondividere quel post o pubblicare quell’immagine, ma è chiaro che non si spendono milioni di dollari se non c’è un motivo. Lo scopo – che non è ancora chiaro ai più – si lega in qualche modo all’esplosione dell’uso delle criptovalute e, più in generale, ai mercati digitali. Potrebbe essere una bolla, come una rivelazione, legislatori ed economisti si dividono fra dubbi e possibilità e, in questo senso, solo il tempo potrà disvelare qualcosa in più sull’effettivo successo degli NFT.

Quando gli NFT cambiano la vita

Lasciato il fenomeno nel mondo digitale in cui vive, le ripercussioni della sua esistenza sono più che concrete nella vita reale. Lo ha scoperto in prima persona Carlo Capitanio, la prima volta che l’NFT di una sua opera digitale è stata acquistata.

“Ho sempre realizzato le mie opere digitali completamente da autodidatta – spiega – e collaboro soprattutto con i festival e i club del territorio per le grafiche delle locandine, anche se il mio lavoro nel tempo è diventato un altro e sono un educatore. Da un anno a questa parte, avendo come tutti più tempo libero ho dedicato sempre più tempo a questi miei collage digitali che pubblicavo regolarmente su Instagram avendo un discreto consenso”.

Questo è il preambolo del cambiamento. Una vita lavorativa simile a quella di altre persone, divise fra una vocazione artistica e una concreta necessità di pagare l’affitto, una pandemia arrivata all’improvviso e il tempo e la necessità di riordinare i pensieri scossi da un evento così radicale in una passione mai sopita.

Poi, ad un certo punto, il messaggio che cambia realmente le carte in tavola. “A gennaio mi scrive un ragazzo estone proponendomi una collaborazione e mi scrive ‘Hai mai sentito parlare di NFT?’. Io a quell’epoca non ne sapevo nulla e solo in seguito ho capito che in Estonia il fenomeno è molto più diffuso e comune rispetto a noi. Non avevo niente da perdere, perciò mi sono fidato”.

Carlo si definisce un boomer, che non si era mai impegnato a sponsorizzare le sue opere, né a pensare a chissà quali mercati digitali. Nonostante ciò si è fidato di un ragazzo conosciuto su Instagram e del quale ora è diventato amico, che ha cambiato il suo percorso artistico.

“In realtà col tempo ho scoperto che lui lavora con diversi artisti, con orari pazzi dovuti spesso al fuso orario con gli Stati Uniti – racconta Carlo – Abbiamo scelto alcuni miei pezzi e abbiamo iniziato a proporli su dei portali dove girano gli NFT. Abbiamo fatto il primo drop ed è andato bene e poi ne sono seguiti altri”.

Uno dei portali più famosi si chiama Foundation e su questi portali si trova di tutto, dagli artisti più noti a quelli meno conosciuti e, com’era prevedibile, la loro fama si misura molto a colpi di follower.

Le opere create da Carlo Capitanio, come spiega lui stesso, sono lavori ossessivi e distopici, costruiti sotto forma di collage che uniscono immagini di potenziali passati a paesaggi post apocalittici. “Ricerco immagini tipiche degli anni cinquanta e sessanta, soprattutto di famiglie americane, e le ricompongono in ambienti futuristici e futuribili”. Un’opera continua, che si nutre di circa un nuovo lavoro ogni giorno e che trova nel profilo Instagram Cabot Cove la sua naturale vetrina. “Sì, è proprio un omaggio alla Signora in giallo, di cui sono un fan totale” spiega Carlo.

Da questa pagina gestisce anche le numerose proposte di collaborazione che riceve ogni giorno: “Proprio oggi mi ha scritto un musicista che vorrebbe sonorizzare le mie opere, un ragazzo americano. Ma ultimamente mi arrivano proposte fra le più disparate e da diverse parti del mondo”.

Ripensando concretamente a come la sua vita sia cambiata da quando è entrato nel mercato degli NFT Carlo conclude: “Economicamente non è stata stravolta, sono solo riuscito a tamponare un periodo difficile come quello delle chiusure generalizzate. Personalmente mi accorgo che i miei collages piacciono e questo mi fa davvero piacere. Mi auguro solo di poter riuscire, almeno nell’arte, a uscire da un mondo di precarietà continua, ma non ho particolari ambizioni, questo mondo mi ha preso in contropiede e lo trovo distopico tanto quanto i miei lavori”.

Le uniche opere fisiche di Carlo Capitanio, al momento, sono messe a disposizione dallo stesso artista per supportare il progetto Ink Club.

Profilo Instagram Cabot Cove

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