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Vivere in un mondo in rete: storie di un’umanità accresciuta

Articolo. “Web 3.0”, “Società liquida”, “Network Society”. Sono solo alcune delle espressioni che nel gergo comune provano a incasellare i nuovi modi in cui le persone si relazionano creando comunità e continuità tra il mondo online e offline. Ma come sono cambiate le modalità attraverso le quali le persone stanno insieme grazie alle tecnologie?

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Ho sempre trovato affascinante il modo in cui la rete ha azzerato la separazione tra i concetti di prossimità e di vicinanza. Benché non sia una grande fan di Charles Bukowski, trovo efficace una sua frase per descrivere al meglio questa sensazione: “Come fai a dire che ami una persona, quando al mondo ci sono migliaia di persone che potresti amare di più, se solo le incontrassi? Il fatto è che non le incontri?”

Tranquilli, non vi farò una lezione sull’amore in questo articolo. Però ricordo che la prima volta che sono incappata in questa citazione, ho provato un senso di fastidio. Insomma, probabilmente, anzi, quasi sicuramente, l’amore della mia vita si trovava come minimo a migliaia di chilometri di distanza e io non avrei mai avuto la possibilità di conoscerlo. Poi sono cresciuta e ho cominciato ad abbracciare la filosofia di Ambrose Bierce: “Amore: parola inventata dai poeti per fare rima con cuore”.

Appartengo alla generazione che ha visto l’enuclearsi dei social network, ed ero così curiosa di sperimentare la possibilità di interfacciarmi a persone sconosciute coi loro mondi da raccontare che li ho testati tutti: Twitter, My Space, Reddit, MSN, Skype e i forum anonimi. La rete è sempre stata per me un posto sicuro. Una sorta di luogo nel quale potevo entrare come se si trattasse di un bar, osservare gli altri, intrattenere discussioni ma senza l’ansia della prima impressione, lo stress dell’abito che fa il monaco, le noiose uscite del sabato sera. Internet riproduceva esasperate alcune delle caratteristiche tipiche della socialità. Il tutto, restando comodamente seduti sul proprio divano di casa.

L’effetto della rete

Il crollo delle grandi ideologie, dei punti di riferimento e di quelli che chiamiamo confini geografici, politici sociali e comunicativi, è stato accelerato dallo sviluppo della rete intesa come struttura comunicativa in senso più ampio. Sarebbe più corretto dire che questi ideali si sono trasferiti, mutando forma, nell’universo caleidoscopico della rete.

Il potere socievole della rete si condensa tutto nell’uso spasmodico del linguaggio, una delle poche facoltà in grado di compattare una comunità quale attributo essenziale di auto-riconoscimento. Nella rete scegliamo di aderire a gruppi sociali, idee e abitudini, con la stessa costanza di un nomade. Un nomadismo culturale e simbolico basato su legami deboli e scelte identitarie incoerenti. Può essere il risultato della fine delle grandi narrazioni che permettevano a ciascuno di avere un ruolo coerente all’interno di grandi storie.

Eppure, c’è qualcosa di ancora più rassicurante e prevalente rispetto a questa perdita di punti riferimento: Internet ci mette all’interno di una rete in cui ci sono 7 milioni di persone a 6 gradi di separazione.

Si tratta di una teoria elaborata in ambito matematico e sociologico che ipotizza che ogni persona nel globo possa essere collegata ad un’altra persona a caso attraverso sei intermediari. L’ipotesi, per la prima volta dimostrata dallo psicologo Stewart Miller, è stata validata da un nuovo esperimento, ripetuto nel 2011 da un gruppo di ricercatori dell’Università degli Studi di Milano su Facebook, dove è emerso che più del 90% degli utenti è addirittura separato da non più di 4 gradi.

Il popolo della rete: analfabeti funzionali o solo scrittori dilettanti?

Il punto è che le tecnologie sono spesso proclamate come la soluzione ai grandi problemi del mondo. Ma indovinate? Non li risolvono! E, quando questo accade, si sviluppano risentimenti che portano a focalizzare l’attenzione quasi esclusivamente sulle loro terribili conseguenze. Spesso, dalla confusione emerge una retorica utopica e distopica e la conseguenza è la diffusione di un generalizzato panico morale anche negli ambienti accademici.

Ma porre l’attenzione sulla tecnologia (come risolutiva di disuguaglianze) non mette in risalto le altre dinamiche in gioco. Entrambi gli estremi dipendono da una forma di pensiero magico definito determinismo tecnologico. La magia c’entra col fatto che di solito ci si concentra sugli effetti senza analizzare le cause. Queste visioni inquadrano le tecnologie come dotate di poteri intrinseci che influenzano tutte le persone in tutte le situazioni nello stesso momento. Nella retorica utopica si pensa che quando una particolare tecnologia sarà adottata su larga scala trasformerà la società in modo magnifico.

Ma nessuna di queste retoriche aiuta a capire cosa succede. La realtà è sfumata e intricata, piena di pro e contro. Vivere in un mondo in rete è complicato.

Una visione certamente scettica è quella tinteggiata da Umberto Eco, secondo il quale sugli utenti online si esprimeva in questi termini: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano messi a tacere, ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”. Mi permetto umilmente di dissentire. Non so se appartengo alla categoria degli imbecilli e sono consapevole di come spesso i social network siano un palcoscenico che spinge le persone a dire la loro su questioni cui sanno poco e niente. Ma c’è molto più di questo.

Tra le firme sicuramente più autorevoli della mia, Duccio Demetrio, pedagogista animato da un interesse scientifico per la scrittura, esalta la potenza del pensare introspettivo che la scrittura induce, permettendoci di astrarci dalla prima persona singolare e connetterci ad un plurale tu e poi ad un ancora più esterno “noi”.

Egli sostiene che le potenzialità della scrittura siano accresciute dalle possibilità comunicative offerte dalla rete. Anche tra gli strati meno alfabetizzati, perché i social comportano una progressiva sostituzione o quantomeno un affiancamento di una oralità confusa a forme di scrittura spontanea.

Non si tratta qui di relegare questa tendenza ad un impoverimento del linguaggio che si consegna alla barbarità e alla banalizzazione dei media e delle tecnologie. Anzi, piuttosto, sono le tecnologie dell’informazione che attirano l’attenzione e inducono i lettori, gli utenti a interagire, commentando o scrivendo. È proprio attraverso questi meccanismi che si creano delle vere e proprie comunità riflessive, di lettori che si promuovono e correggono, comunicando tra di loro.

La scrittura così è diventata una pratica, un’abitudine quotidiana soprattutto per i significati di cui è investita. Questi si legano a loro volta ai nuovi modi in cui si tracciano i confini tra pubblico e privato che appaiono sempre più sfumati. Ecco allora che essa diventa un antidoto alla solitudine, all’isolamento, comunica senso di appartenenza anche verso sé stessi nella misura in cui si scrive qualcosa, invitando gli altri a leggere la propria interiorità che si esteriorizza nella lettura, sottoposta allo sguardo e alla riflessività altrui.

Secondo Demetrio si tratterebbe di un esito del passaggio dalla società di massa ad una società dell’interiorità nella quale, dando rilievo alle vicende personali, intime e sentimentali, la scrittura diventa il mezzo per eccellenza attraverso cui esprimerla.

In questo modo è riuscita a promuovere nuove forme di condivisione in rete che vanno ben oltre le derive narcisistiche di cui si bollano i loro utilizzatori di Facebook, Twitter o coloro che curano i blog. Online si possono pubblicare facilmente libri, autobiografie, creare gruppi in cui ci si scambiano consigli, si crea cultura, ci si sente scrittori ma senza avere grosse pretese. È in questi contesti che indipendentemente dal grado di alfabetizzazione che si sviluppa inaspettatamente la scrittura, la voglia di ricominciare a scrivere o di cominciare a farlo.

Comunità immaginate o immaginarie?

Facebook, Skype e gli altri sono mondi metaforici e ci raccontano una realtà nelle nostre vite, nella quale abbiamo imparato a costruire, gestire e far crescere i rapporti con gli altri. I fili invisibili che legano le persone nella vita quotidiana in questa mediazione tecnologica diventano visibili e percepibili stati di connessione. È questa la condizione di palpabilità delle vite connesse all’epoca dei social media.

Il punto di svolta risiede nelle potenzialità di contatto, di reperire le informazioni necessarie, quando si vuole e in qualsiasi momento. Inoltre, questo stato di cose non è solo possibile, ma è sempre in primo piano e sempre meno nello sfondo, rappresentando la svolta dell’essere nel mondo, il nostro punto di tensione, il nostro riferimento per l’elaborazione del senso. Ed essendo un prodotto della comunicazione, coincide con la comunicazione stessa.

Le relazioni labili, astratte, deboli, trovano così una loro consistenza. Quando non sentiamo una persona da anni, possedere il suo numero ci dà l’impressione di poter riattivare il contatto. Ciò ha una funzione sociale. Allo stesso modo, quando seguiamo una persona sui social, abbiamo l’impressione di non esserci persi di vista, di essere sempre aggiornati sulla sua vita, anche se abbiamo dimenticato il suo tono di voce. Più che parlare di de-umanizzazione causata dalla supremazia delle intelligenze artificiali, bisognerebbe parlare di umanità accresciuta. La rete si moltiplica dando vita ad uno stato di connessione continua che percepiamo nelle nostre vite e che per comodità e con compiacente pigrizia definiamo “always on”. In pratica, mi ci sono volute una laurea in sociologia e una in comunicazione per capire che, in amore, non conta solo la distanza ma bisogna lasciar fare al caso!

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