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I gioielli della Val Mora, tra paesaggi e storie di eroismo

Articolo. Ispirati dall’escursione descritta poche settimane fa, oggi decidiamo di andare alla scoperta della Val Mora nel territorio di Averara con un itinerario ad anello che promette interessanti spunti storico-paesaggistici

Lettura 5 min.
Animali al pascolo in località Dosso Gambetta (sullo sfondo il monte Cavallo)

Anticamente, la valle era percorsa dalla via Mercatorum, nel suo tratto più faticoso e impervio, prima dello scollinamento in Valtellina. Ai tempi della Serenissima, la via era un’arteria determinante per raggiungere il cuore dell’Europa senza transitare dai territori del Ducato di Milano (che imponeva dazi onerosi). Risalire oggi la Val Mora calpestando il medesimo selciato di un tempo, immersi in una natura selvaggia e silenziosa, è sorprendente e affascinante.

Averara, per alcuni secoli ha rappresentato il cuore pulsante dell’alta valle Brembana essendo l’ultimo cruciale avamposto della via Mercatorum prima di entrare nei Grigioni (che in quei tempi comprendevano la Valtellina). Averara conserva ancora numerose testimonianze del suo prestigioso passato che andremo a conoscere al termine dell’escursione odierna.

Da Averara risaliamo in auto la Val Mora per un paio di chilometri seguendo le indicazioni per Valmoresca. Poco prima della contrada, in corrispondenza del bivio per Caprile inferiore, posteggiamo l’auto in prossimità del fiume ove c’è un ampio slargo (795m). In pochi minuti a piedi raggiungiamo il minuscolo borgo di Caprile inferiore (840m), un pugno di case molto raccolte che fungeva da presidio militare di confine lungo la via Mercatorum.

Mentre ci riforniamo d’acqua presso la fontana scambiamo due parole con un signore appena uscito dalla sua bella dimora. Ci rassicura sulla qualità dell’acqua e ci racconta con un velo di malinconia che i residenti di Caprile sono rimasti soltanto due, le altre case si aprono solo nei fine settimana. A Caprile inferiore, inizia il sentiero CAI n° 110 che seguiamo in direzione della Cà San Marco. Risaliamo la Val Mora sulla sinistra (destra orografica) percorrendo una strada cementata che, in molti tratti, affianca il tracciato originale della via Mercatorum. Lassù, davanti a noi, vigila e guida il cammino la severa mole rocciosa del monte Mincucco.

In pochi minuti raggiungiamo la località Lòsc (933m) presso cui la strada termina. Il sole in Val Mora entra piuttosto tardi, pertanto l’aria è assai fresca e ristoratrice. Ci accompagna lo scroscio del torrente che nella sua discesa verso valle compie alcuni bei salti d’acqua. Il bosco è costituito da una provvidenziale varietà di conifere d’alto fusto, biodiversità che contrasta la proliferazione del famigerato bostrico, mentre tra le latifoglie il faggio regna sovrano. Il sedime della via Mercatorum per molti tratti è ancora ottimamente conservato.

Senza troppa fatica raggiungiamo i 1305m del Ponte dell’acqua, manufatto che agevola l’attraversamento del torrente. La via Mercatorum ora risale il ripido pendio con stretti tornanti in cui si possono apprezzare i muretti di contenimento di pregevole fattura. Qualche decina di minuti ed eccoci nei pressi della casa dei guardiani della diga di Alto Mora. Il possente muraglione di cemento della diga incute un certo timore agli escursionisti costretti a transitare ai suoi piedi.

Con sorpresa notiamo che il sentiero, sempre ben segnalato, conduce all’interno di un tunnel che attraversa il cuore della diga e guida sull’altro lato della valle, dove, con un paio di tornanti, guadagna la sommità dello sbarramento (1546m). L’invaso artificiale di Alto Mora (sulle carte topografiche viene indicato come lago di Valmora) è uno dei pochi laghi orobici che in questo periodo siccitoso non mostra segni di sofferenza e regala piacevoli scorci. Dinnanzi a noi si apre grandiosa la conca pascoliva della alta Val Mora, culla della Cà San Marco.

A fianco del lago corre una strada sterrata che lambisce alcune malghe in questo periodo utilizzate dalle mandrie in alpeggio. La via Mercatorum risale le pendici orientali del monte Colombarolo in direzione del passo di Verrobbio, mentre noi ci manteniamo sul sentiero CAI n° 110 che, seguendo la strada sterrata, con un ampio semicerchio, guadagna i 1753m della casera Ancogno, in corrispondenza del tornante n° 10 della strada provinciale del passo San Marco. Siamo anche all’intersezione con l’antica via Priula, la strada che a partire dalla fine del 1500 soppiantò la via Mercatorum grazie a un percorso più agevole e a una carreggiata più larga.

Dalla casera Ancogno il nostro obiettivo diviene ora il Rifugio Alpe Cantedoldo. Il sentiero che conduce al rifugio è il n° 113. Consiglio tuttavia una variante alta. Si rimonta la traccia gippabile alle spalle della casera di Ancogno che guadagna velocemente i 1854m del bel panettone erboso chiamato Montù. È uno splendido balcone panoramico sulle Orobie brembane.

Mantenendosi lungo il crinale, la traccia degrada dolcemente in direzione sud-est attraverso i pascoli del dosso Gambetta. Si raggiungono due malghe in un ambiente bucolico (1650m). Alle baite seguiamo le indicazioni per l’Alpe Cantedoldo. In un’alternanza di brevi discese nel bosco e traversi nei prati si tocca lo Stallone, una grande stalla bianca capace di ospitare numerosi capi di bestiame e, poco oltre, la casera nuova di Cantedoldo. Qui, ogni estate, Giacomo Paganoni di Isola di Fondra sale con le proprie mucche di razza bruna alpina per produrre un Formai de Mut di ottima qualità. Giungendo presso la casera in tarda mattinata è possibile assistere alla lavorazione del latte in diretta.

A cinque minuti dalla casera si trova il Rifugio Alpe Cantedoldo. Il contesto ambientale è particolarmente suggestivo: un pianoro erboso ai margini del bosco accoglie il rifugio. Facile immaginare la miriade di animali selvatici avvistabili quassù il mattino presto (non a caso Cantedoldo significa «canto del tordo») così come l’abbondanza di funghi nei periodi propizi.

Inaugurato nel mese di giugno 2021, il Rifugio Alpe Cantedoldo è stato realizzato ristrutturando sapientemente la vecchia casera dell’alpeggio. La costruzione di legno (entrando si avverte gradevolissimo il profumo) ha inglobato parte dei muri di pietra della vecchia casera. Arriviamo mentre il cuoco sta “menando” la polenta su un focolare allestito all’esterno del rifugio. Vicino all’ingresso una lavagna descrive i succulenti piatti del giorno. Purtroppo è ancora presto e optiamo per proseguire il cammino.

Per tornare a valle, seguiamo il sentiero CAI n° 133 che, immerso nel bosco, ripercorre per alcuni tratti la strada agrosilvopastorale di accesso all’alpeggio. Senza troppe tribolazioni, in meno di un’ora, si raggiunge la contrada Valmoresca (843m). Sono le ore più calde della giornata e le nostre gambe accusano la stanchezza, condizioni ideali per un tuffo ristoratore. Attraversiamo la contrada fino all’ultima casa, dove inizia un sentiero che risale dolcemente la Valmora. Dopo dieci minuti (poco meno di un chilometro) si giunge nei pressi della Pozza della maestrina, uno splendido specchio d’acqua cristallina formata dal torrente Val Mora.

La pozza della maestrina

Purtroppo a questo luogo così ameno è legata una tragica vicenda: il 29 luglio 1964 Piera Gelpi, giovane maestra di Mapello in villeggiatura a Valmoresca, si reca con alcuni amici presso il «Puzzù» (così chiamato ancor oggi dai locali) per godere della frescura del luogo. Insieme a loro un bimbetto che, improvvisamente, scivola in acqua. Non sapendo nuotare, il bambino inizia ad annaspare e Piera, senza esitare un attimo si tuffa in acqua per soccorrere il bimbo. Le acque gelide del torrente però non lasciano scampo né al bimbo né alla maestrina. Fu un atto di eroismo che le valse la medaglia al valor civile. Alla memoria di Piera Gelpi è intitolata la scuola media di Mapello. Ancor oggi, a distanza di anni, i familiari di Piera nel giorno dell’anniversario portano i fiori presso la lapide che ricorda il triste episodio. Nel frattempo per i frequentatori del luogo, il Puzzù è diventato la Pozza della maestrina.

Con la dovuta prudenza, memori di quanto accaduto 58 anni fa, ci immergiamo nelle freschissime acque del torrente… un vero e proprio toccasana! Completamente rigenerati addentiamo due panini prima di rimetterci in cammino.

Torniamo a Valmoresca per visitare la contrada. Facciamo conoscenza con Nadia, nativa del borgo. Nadia ci rivela che Valmoresca, negli anni cinquanta, sfiorava i cento abitanti. Le case brulicavano di bambini e c’era addirittura la scuola. Oggi Valmoresca conta due abitanti, tutti ultraottantenni! Negli anni settanta ad agosto nella piazza (un piccolo slargo tra le case), si tenevano feste e giochi per grandi e piccini. Con un briciolo di imbarazzo, Nadia ci rivela anche che nella casa vicina, in quegli anni, un ragazzo appassionato di luci e musica aveva realizzato un piccolo locale adibito a discoteca, chiamato «òl Picio», che richiamava tutti i giovani del circondario. Ci congediamo da Nadia non dopo aver ascoltato alcuni curiosi aneddoti relativi alle levatrici dell’alta valle, le ostetriche di un tempo.

In pochi minuti siamo al posteggio. Prima di rientrare, ci dedichiamo a una visita di Averara e delle sue frazioni: la splendida casa Bottagisi a Redivo (per decenni erroneamente ritenuta sede della dogana veneta) e la chiesa di San Pantaleone col campanile quattrocentesco a bifore; i ruderi delle due torri medioevali (la Torre della Fontana e la dirimpettaia Torre sopra la Corna) poste a vigilanza della vallata; la celeberrima via porticata, passaggio obbligato per chi percorreva la via Mercatorum e la parrocchiale di San Giacomo con l’interessantissimo affresco della torre della Sapienza. Mirabili testimonianze di un passato glorioso.

P.S. L’itinerario qui descritto (escludendo la variante della Pozza della maestrina) è lungo 15 km con 1100m di dislivello positivo. Richiede circa quattro ore e mezza di cammino.

P.P.S. Per approfondimenti relativi ad Averara e la sua valle consiglio di visitare il sito.

P.P.P.S Tutte le foto sono di Camillo Fumagalli.

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