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L’Alta via delle Grazie, il cammino di Santiago bergamasco

Intervista. È un pellegrinaggio di 315 km che tocca 18 santuari mariani della nostra provincia con partenza dalla Chiesa di Santa Maria delle Grazie a Bergamo. Ma soprattutto può diventare un viaggio alla riscoperta di noi stessi

Lettura 6 min.

Il pellegrinaggio è un viaggio devozionale compiuto verso un luogo sacro. Un’usanza nata nel 313 d.c. quando, grazie alla libertà di culto sancita dall’Imperatore Costantino, i primi Cristiani poterono viaggiare verso Gerusalemme alla ricerca dei luoghi in cui aveva vissuto Cristo e delle sue reliquie.

Che sia fatto per devozione, penitenza o per puro spirito d’avventura sembra che ancora oggi l’idea di compiere un pellegrinaggio a piedi conservi un certo appeal , soprattutto se guardiamo al numero dei viandanti sui “cammini” europei più famosi come quello di Santiago de Compostela, in Spagna o la Via Francigena in Italia. Nel 2019, prima dello scoppio della pandemia, il primo è stato frequentato in un anno da oltre 347.000 pellegrini, la seconda da circa 50.000.

È proprio cercando di scoprire quali sono le motivazioni che ancora oggi spingono tante persone, spesso giovani, a misurarsi in questi viaggi d’altri tempi e con una forte valenza spirituale che ho conosciuto Gabriella Castelli, ideatrice insieme a Giambattista Merelli, dell’Alta Via delle Grazie: un percorso ad anello che si dipana per 315 chilometri all’interno della nostra provincia, toccando ben 18 santuari mariani, con partenza dalla Chiesa di Santa Maria delle Grazie e arrivo in Santa Maria Maggiore in città alta. Impegnativo ed emozionante perché in 13 tappe a piedi (8 se si sceglie la bici) regala notevoli scorci paesaggistici della Valle Seriana e dell’alto Sebino ma anche soste in luoghi carichi di arte e di spiritualità.

Gabriella Castelli e Giambattista Merelli

Gabriella è prima di tutto una donna appassionata che mi parla dell’Alta via con l’entusiasmo di chi è riuscito a dare vita ad un progetto a lungo coccolato e ora vuole condividere la gioia che ne deriva con il maggior numero possibile di persone. Sempre però cercando di preservarne lo spirito originario.

MA: Oggi i cammini vanno quasi di moda. Sono sempre di più le persone che si cimentano.

GC: Attenzione, un cammino di pellegrinaggio non è un trekking, ha poco a che fare con tempi, dislivelli e prestazioni. È legato invece al concetto di “viandare”, percorrere una strada a passo lento per vivere l’esperienza, anche intima e personale, di mettersi in cammino. È con questo spirito che ho provato a Santiago e che ho voluto in qualche modo ricreare anche in questo itinerario bergamasco.

MA: Raccontaci allora come è nato.

GC: L’idea mi è venuta nel 2014, proprio al rientro in Italia dal mio primo Cammino di Santiago. Quella esperienza, fatta in solitaria e con un piccolo zaino sulle spalle, ha cambiato la mia prospettiva sulla vita e, al rientro, mi sono chiesta se non fosse possibile vivere anche sul nostro territorio un’esperienza simile, fatta non solo di luoghi da visitare ma soprattutto di valore spirituale. Poi ho conosciuto Giambattista Merelli che condivideva il mio stesso desiderio e dal 2015 abbiamo iniziato a lavorarci. Naturalmente in maniera del tutto volontaria e senza aiuti economici, contando sulla nostra passione.

MA: E dopo tre anni ce l’avete fatta.

GC: Dopo tre anni di lavoro assiduo, il 14 luglio 2018 l’Alta Via viene ufficialmente inaugurata con la tappa che da Castione conduce fino a Sovere. Da quel momento, complice anche la vicinanza dell’aeroporto di Orio al Serio, sono iniziati ad arrivare i primi pellegrini anche dall’estero, come spagnoli e inglesi.

La mappa del cammino

MA: E il nome “Alta Via delle Grazie” che cosa significa?

GC: Si chiama “Alta Via” perché è un cammino montano: subito dopo i primi chilometri che ci fanno uscire dal centro città si comincia a salire lungo la Val Seriana, fino ad arrivare al punto più alto di tutto il tragitto che è il passo della Manina (1.798 metri slm). Il nome fa poi riferimento al punto di partenza e di arrivo: la Chiesa delle Grazie, nel centro di Bergamo. Ma le “grazie” sono anche tutte le cose belle e speciali con cui si entra in contatto lungo il percorso.

MA: Perché, cosa ha di speciale questo cammino?

GC: Il simbolo del cammino è un quadrifoglio, come quattro sono gli aspetti che lo caratterizzano. Prima di tutto c’è l’ospitalità. Proprio come nei cammini più famosi abbiamo voluto creare una rete di luoghi di accoglienza particolari: posti di pace in cui è piacevole sostare a fine giornata ma anche luoghi che incentivano la condivisione e il racconto delle esperienze. Ci sono monasteri e conventi in cui si può soggiornare con offerta libera, proprio come a Santiago, ma anche B&B a conduzione familiare e low cost.

Il logo del Cammino

Il secondo “petalo” è l’aspetto naturalistico: questo itinerario percorre la Valle Seriana, la Val Vertova, l’alto Sebino, poi Montisola… insomma tocca laghi e montagne. Poco asfalto, quasi tutti sterrati e sentieri CAI, spesso in mezzo ai boschi. Il terzo aspetto che abbiamo curato sono le tradizioni: ci piace l’idea che questo viaggio ci porti a contatto con persone speciali. Sotto il Monte Poieto, per esempio, c’è Antonio, un signore che vive come un eremita in una baita e che ha scolpito per noi il bastone del pellegrino. A Parre consigliamo la visita a locande in cui assaggiare i tipici Scarpinocc. In generale sul nostro sito segnaliamo sempre posti in cui entrare in contatto con le bellezze storico-artistiche del luogo e con le tradizioni enogastronomiche.

MA: E poi c’è l’ultimo aspetto…

GC: Il più importante, che distingue l’Alta Via delle Grazie da tanti altri cammini di prossimità: la spiritualità. Durante le 13 tappe si toccano ben 18 santuari dedicati alla Madonna, alcuni davvero affascinanti come il Santuario della Madonna del Frassino a Oneta, il cui custode accoglie i pellegrini e permette loro di soggiornare in un piccolo appartamento affianco alla chiesa. O il Santuario della Madonna della Ceriola in cima a Montisola, con il suo splendido panorama sul lago. Ancora, una delle strutture in cui è possibile sostare per la notte è il Monastero di Santa Chiara della Clarisse a Lovere: un luogo di pace e raccoglimento in cui si cena separatamente dalle suore di clausura ma è possibile partecipare con loro ad alcuni momenti di preghiera e ad un’ora di incontro spirituale proprio con la suora che ha redatto la guida spirituale del cammino. Inoltre questo pellegrinaggio è nato con l’appoggio della Diocesi di Bergamo, dunque è ufficialmente riconosciuto come cammino devozionale tanto che al termine viene consegnata al pellegrino la “Grazia”.

Il Santuario della Madonna del Frassino
(Foto Emanuele Biava)

MA: Cioè?

GC: L’ultimo giorno, quello in cui si fa ritorno a Bergamo, la tappa si conclude in Città Alta, alla Basilica di Santa Maria Maggiore. Lì il pellegrino consegna la sua Credenziale, ossia la carta che il pellegrino porta con sé per essere identificato come tale e che farà timbrare ad ogni santuario o tappa lungo il percorso (i timbri son diversi e su misura per ogni luogo, realizzati in base alla storia e allo spirito che li contraddistingue). La Credenziale è una specie di passaporto che serve anche per soggiornare gratuitamente o con forti riduzioni nelle strutture convenzionate. Una volta verificato il completamento della credenziale si riceve la Grazia, appunto, un attestato ufficiale, scritto in latino, che sancisce la conclusione del pellegrinaggio.

MA: Non deve essere stato facile realizzare un progetto così articolato.

GC: Davvero, è stata durissima. Eravamo solo in due, io e Giambattista, animati dalla nostra passione e dal ricordo di quello che avevamo vissuto e provato nei nostri pellegrinaggi. In tanti all’inizio non capivano che non volevamo replicare il Cammino di Santiago a Bergamo ma portare lo stesso spirito su un percorso in grado di valorizzare le potenzialità del nostro territorio. Tutto quello che abbiamo fatto è stato possibile grazie all’aiuto di tanti volontari, appassionati come noi. Con loro per esempio abbiamo posizionato la segnaletica delle tappe. Lo scorso febbraio purtroppo Giambattista è venuto a mancare. Eppure grazie all’aiuto dei volontari siamo riusciti a fare nuovi interventi per migliorare il percorso. Ricevo gesti di generosità e altruismo che non mi aspetto: un pellegrino di Trino Vercellese , Giuseppe Marchisio, dopo aver percorso il nostro cammino orobico, ha realizzato in onore dei morti di Bergamo delle tavole in legno da posizionare lungo il cammino con immagini legate al pellegrinaggio e alcune frasi significative. Adesso mi piacerebbe dedicare una tappa a Giambattista, con legnetti a tema che ricordino quello che ha fatto e il grande spirito che lo animava.

Lungo il percorso

MA: Secondo te che senso ha oggi, anche per un giovane, compiere un pellegrinaggio?

GC: Don Mazzi un giorno disse che invece del militare ai ragazzi bisognerebbe far fare il Cammino di Santiago. Gli do ragione: è un’esperienza in cui sei costretto a misurarti con te stesso, con la natura e con la realtà che ti circonda… altro che social e mondi virtuali! A pensarci bene il cammino è un po’ la metafora della vita: bisogna arrangiarsi da soli, si sperimenta la fatica (le salite, i terreni sconnessi, il maltempo) e l’esaltazione (la bellezza, la soddisfazione di raggiungere un obiettivo, l’incontro con gli altri), occorre selezionare l’essenziale (lo zaino deve essere leggero e si deve rinunciare alle comodità) e così facendo si comprende cosa conta davvero. Per un ragazzo giovane, oggi, capire che si può stare bene con poco e si può apprezzare quello che si ha è quasi rivoluzionario. Su una tavola, lungo l’Alta Via delle Grazie, è riportata una frase di Bernardo di Chiaravalle che recita così: “Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà”.

Sito Alta Via delle Grazie

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