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Lo skateboard andrà a Tokyo 2020, ma prima fa tappa al Polaresco

Intervista. Il ct della nazionale italiana di skateboard è bergamasco. Lo abbiamo incontrato perché arriva in città il Campionato Italiano di Park Skateboarding. Utile per accedere alle Olimpiadi

In principio fu il surf, poi venne lo skateboard. Erano gli anni Cinquanta e nasceva una nuova disciplina che a quei tempi veniva definita Sidewalk Surfing (surfing da marciapiede). Oggi quel passatempo – che è anche uno stile di vita e una forma di espressione – è diventato uno sport olimpico a tutti gli effetti e gli skaters di tutta Italia si stanno giocando l’accesso a Tokyo 2020. Tra figure come flip, grab e ollie l’appuntamento (da non perdere per gli amanti della tavola o i semplici curiosi) è allo Spazio Polaresco. Il 21 e 22 settembre Bergamo ospiterà il CIS Park 2019 , l’annuale Campionato Italiano di Park Skateboarding arrivato alla sua seconda edizione, evento valido per fare parte della nazionale italiana che parteciperà alle Olimpiadi.

Un evento dalla portata nazionale, quindi, che vedrà gravitare sulla bowl bergamasca un sacco di skaters e i migliori bowl rider da tutta Italia. E in questo processo ha un ruolo determinante il bergamasco Daniele Galli, Commissario Tecnico della Nazionale dell’Italian Skateboarding Commition-Fisr. Originario della Valtellina, classe 1979, Daniele è u no degli skater più apprezzati e capaci della scena nazionale. Sulla tavola da oltre vent’anni, ha fatto della sua passione una professione, prima come rider e adesso come team manager. Daniele avrà così l’onere e l’onore di creare, gestire e organizzare l’attività del Team italiano per Tokyo 2020.

M.O. - Primo coach della storia: quanto sei emozionato?

D.G. - Per me l’emozione più grande è quella di poter continuare a lavorare con la stessa passione e avere del tempo da dedicare a questo sport. Il mio ruolo è quello di fare da team manager e cioè seguire le attività del team e l’organizzazione delle trasferte, sia per i contest che per il training, dando ovviamente delle dritte a livello tecnico. Siamo infatti una struttura che si sta ancora evolvendo: è da poco entrato nel team un fisioterapista ma mancano ancora tanti tasselli. In questi anni abbiamo viaggiato parecchio in giro per il mondo praticando skate in strutture di altissimo livello.

M.O. - Skate disciplina olimpica: come si è arrivati a questo traguardo?

D.G. - Diciamo che lo skateboarding non è arrivato per caso a Tokyo 2020. Di fatto siamo di fronte a una normale evoluzione dello sport e degli interessi giovanili che cambiano. Così siamo arrivati all’accordo siglato sotto l’egida del Comitato Olimpico Internazionale, tra Firs (Federazione Internazionale dei Roller Sport) e Isf (International Skateboarding Federation).

M.O. - Ma come funziona?

D.G. - Alle Olimpiadi possono partecipare gli skaters che hanno il ranking più alto, per un massimo di tre atleti per nazione. Uno dei nostri obiettivi come Federazione è proprio quello di fare scouting e crescere nuove leve.

M.O. - E qui entra in gioco il campionato italiano di scena al Polaresco.

D.G. - Sì, anche perché è l’unica tappa dell’anno. Ma non basta per andare alle Olimpiadi: anche se il campionato italiano dà punti bisogna poi partecipare alle competition internazionali. Siamo stati in California, in Cina e nei giorni scorsi in Brasile per la chiusura della prima parte della stagione. Ad ogni modo, il campionato al Polaresco rappresenta un’ottima occasione per neofiti ed esperti che potranno iscriversi in loco: la categoria di gara è unica senza distinzioni di età o sesso. Gli skaters gareggiano singolarmente con due-tre run da quarantacinque secondi e si considera la top run.

M.O. - C’è la possibilità che gli skaters italiani possano andare alle Olimpiadi?

D.G. - La nazionale italiana conta per ora otto-dieci skaters, di cui tre donne, e tutti si stanno giocando l’accesso alle prossime Olimpiadi. Per ora possiamo puntare sul torinese Ivan Federico, classe 1999: vanta già un ranking molto alto ed è uno degli atleti italiani che può ambire al podio. E poi c’è il giovanissimo Alessandro Mazzara di Roma, classe 2004, nuovo talento e con un importante ottavo posto a Dew Tour Long Beach in California.

M.O. - Quale è il Team più forte in circolazione?

D.G. - Nel circuito che stiamo seguendo per le qualificazioni per Tokyo 2020 direi Usa, Brasile e Giappone.

M.O. - Skate è passione, divertimento e…?

D.G. - Dedizione. Oltre all’adrenalina, lo skateboard dà una forte forza di volontà che ti spinge a provare e riprovare, cadere e rialzarti: insegnamenti utili anche per la vita di tutti i giorni.

M.O. - Lo skate è uno sport prettamente maschile o è vero che anche le ragazze si stanno appassionando alla tavola?

D.G. - È sempre stato uno sport senza confini anche se la scena maschile è superiore in termini di utenza. È curioso comunque notare che anche le ragazze si stanno appassionando sempre di più allo skate.

M.O. - Ci sono grandi differenze tra noi e gli Usa?

D.G. - La differenza fondamentale è che gli americani hanno una cultura molto più radicata e solida con tutto quello che ci può girare attorno, dalle aziende ai media agli skateparks etc. Purtroppo in Italia siamo ancora troppo chiusi solo sul calcio.

M.O. - Forse perché è uno sport da solisti?

D.G. - Se solista intendi come utilizzo sì, però è comune praticare skateboard in gruppo, con la propria crew.

M.O. - In quest’ottica secondo te lo skateboard cosa riesce a creare dal punto di vista del “fare comunità”?

D.G. - Lo skate è uno straordinario mezzo di aggregazione, una finestra sul mondo dove confluiscono tanti linguaggi diversi legati a musica, foto, video, abbigliamento, arte, viaggi. In tutti questi anni ho visto skatebordare persone appartenenti a ceti sociali diversi e di età diverse, bambini compresi.

M.O. - E il legame con la cultura punk-hardcore e hip hop esiste ancora?

D.G. - Esiste ancora ed è molto forte, anche se i più giovani sono influenzati da nuovi generi musicali come la trap. Del resto l’età media dello skate è molto giovane,ed è specchio dei gusti musicali che vanno per il momento. Ai miei tempi si ascoltavano invece Beastie Boys, Wu-Tang, Nofx, Fugazi etc etc.

M.O. - Se dovessi scegliere, a quale trick (numero con la tavola, ndr ) sei più affezionato?

D.G. - È una domanda difficile perché non ho un trick particolare a cui sono più legato. Dipende molto dal periodo: ogni trick importante che ho fatto nella mia carriera si porta con sé una sua storia e dei ricordi precisi. Conta che la prima volta che sono andato in skate avevo otto anni.

M.O. - Vuoi fare un appello per ampliare gli skatepark in Italia?

D.G. - Di skateparks in Italia ormai ce ne sono parecchi e il merito va anche agli skater che stanno dietro a molti progetti. A questo punto serve più qualità che quantità e mi auguro che nei prossimi anni ci sia innovazione nel design e nella funzionalità delle strutture.

M.O. - A proposito la bowl del Polaresco è un fiore all’occhiello?

D.G. - La bowl del Polaresco è molto divertente da skateare nonostante abbia una decina di anni e un disegno abbastanza vecchio rispetto ai nuovi park. Fortunatamente è appena terminato il primo lotto dei lavori per migliorare l’utilizzo della bowl con la speranza di realizzare anche l’area street che ancora manca. Si tratta di un progetto importante che abbiamo proposto al Comune di Bergamo noi skater del territorio e che finalmente si sta concretizzando. L’obiettivo è riuscire a realizzare lo skatepark della città di Bergamo.

https://www.italianskateboarding.org/

(nelle fotografie Daniele Galli in azione e in primo piano)