Mia figlia di 4 anni mi ha chiesto se è grassa. Ho fatto un grosso respiro, trattenendomi dal rispondere di getto: «Certo che no, sei magra!», e cercando piuttosto di capire il perché di quella domanda. «Qualcuno ti ha fatto qualche commento?». Lei: «Non a me, ma a scuola il bimbo XX ha detto al bimbo XY che ha la pancia ed è ciccione. Io sono cicciona?».
So che a questo punto chi mi legge si sta chiedendo, magari senza osare ammetterlo: «La bambina è davvero grassa? E la mamma? Stiamo forse parlando di una famiglia di ciccioni?». Perché da questo dipende l’intera valutazione del fatto. In caso negativo: piena solidarietà. In caso positivo, beh, non sono cose belle da dire, ma il grasso è pericoloso per la salute e magari certe riflessioni possono essere da stimolo per fare una bella dieta. Anzi, come si dice adesso: correggere l’alimentazione.
Appartengo alla generazione cresciuta con il motto di Kate Moss: «Nothing tastes as good as skinny feels» (all’incirca: niente sa di buono come essere magre); ricordo i tempi in cui tutto il mondo dava della cicciona a un’altra Kate (Winslet) all’esordio in «Titanic». Tante mie amiche hanno o hanno avuto disturbi alimentari. Tutto sommato, mi è più simpatico chi ancora gode nell’esaminare la foto della coscia cellulitica di una qualche vip rispetto ai nuovi salutisti che commentano i corpi altrui atteggiandosi a medici. Quindi soddisferò la vostra curiosità: la bambina è normopeso. Non ha però la magrezza propria di molte bimbe di quell’età: le gambe come stecchini, la gabbia toracica ben visibile, il peso da uccellino. Non è esile, ma alta, forte, ben piazzata.
Magro è bello
Tuttavia non è per questo che non le ho risposto «Sei magrissima!», ma perché non voglio rafforzare ulteriormente in lei l’associazione magro = bello. Un’associazione che nessun discorso di body positivity riesce a scalfire mai, perché è quello che tutti pensiamo. Non conosco nessuna donna che non considererebbe una sventura apocalittica prendere dieci chili (salvo gravidanze) e che non pagherebbe soldi veri per poter indossare di nuovo i jeans di quando era adolescente (ammesso che fosse un’adolescente magra, ovviamente).
La magrezza è, nei fatti, un valore: rappresenta autocontrollo, possibilità economiche, glamour, bellezza, salute, accettazione sociale, status. Chi dice il contrario mente sapendo di mentire. Dagli anni Novanta a oggi qualcosa è cambiato: viene rappresentata una maggiore varietà di corpi, i commenti cafoni sui corpi altrui sono giustamente stigmatizzati, c’è maggiore enfasi sulla forma fisica che sull’aspetto, ma c’è anche molta più ipocrisia.
Il detto e il non detto
I bambini assorbono i valori sociali ben più di quanto non assimilino i nostri insegnamenti. Mia figlia porta da sempre i capelli a caschetto, per praticità e perché secondo me sta molto bene così. Più o meno nello stesso periodo in cui ha iniziato a chiedermi se è grassa ha iniziato a chiedermi se i suoi capelli sono «da maschio», perché vede che le sue amiche li hanno più lunghi. Sa, in teoria, che tutti possono avere la capigliatura che desiderano, ma avverte benissimo l’usanza che vuole le femmine con lunghe chiome fluenti e i maschi con i capelli corti. I miei figli hanno imparato che i colori non hanno sesso, e tuttavia sanno perfettamente che il rosa “è da femmine”, «ma anche i maschi se vogliono possono usarlo», come precisano compìti. Imparano che tutti i corpi sono degni di rispetto, e tuttavia sanno che essere magri è meglio.
Educazione e ipocrisia
Proprio perché sono consapevole di queste dinamiche sto attentissima: non commento mai in termini negativi il mio corpo o quello degli altri. Non parlo di diete. Ho detto a mia figlia che dare del ciccione al bimbo XY non è gentile e che non si fanno commenti sui corpi altrui. Mi ha assicurato di non farne. Tuttavia, sento di essere una grandissima ipocrita: certo che il bambino XY è grasso; lo vedo mangiare biscotti e bere bibite ogni pomeriggio.
Cerco di dare le basi di una buona alimentazione e di preparare pasti bilanciati. Dico ai miei figli che frutta e verdura sono quanto di meglio ci sia al mondo, ogni giorno metto in tavola spuntini di mele, carote, broccoli o pomodori. Al contempo sto attenta a non dare un valore “morale” al cibo, non ho una lista di alimenti “vietati” e non faccio drammi per caramelle o patatine, ma se me li chiedono troppo spesso rispondo che non si può perché «fanno male», quando l’unica cosa onesta da dire è che pure io mi mangerei volentieri un pacchetto di patatine tutti i giorni prima di cena, ma poi ingrassiamo troppo.
Provo a togliere l’attenzione dall’aspetto fisico, a non parlare in termini di «grasso» e «magro», ma di «forte» e «debole», di energia, performance, salute. Eppure mi scontro con un senso comune che trova «troppo grossa» una ginnasta o una sciatrice professionista che esplode di muscoli e potenza, perché certo va bene l’esercizio, ma serve essenzialmente a essere – ancora una volta – magre. «Toniche», ma magre. «Vincenti», ma magre.
Non è la società, sei tu
Parlare di società è vago. A me vengono in mente, però, delle persone precise. L’anziana al parco che, mentre mia figlia di due anni faceva merenda, guardandole insistentemente la pancia commentò: «Ti piace la pappa, eh?». I parenti e gli amici che la guardano compiaciuti dicendo: «Ah però, come si è alzata bene», e io so perfettamente cosa intendono: che ora è una bambina più slanciata, meno cicciottella. Tutte le volte che è stata definita «golosa». Mio padre che dopo il pranzo della domenica dice scherzoso: «Da domani io e te ci mettiamo a dieta!». I miei zii che fanno i confronti con le loro figlie magrissime. E queste stesse persone ora si dispiacciono seriamente quando racconto loro che mia figlia si preoccupa di essere grassa o di diventarlo. Mia figlia sta benissimo, è solo meno ipocrita di voi.
Come lo smog in Pianura Padana
Pensavo che avrei avuto qualche anno in più di tempo per affrontare questi temi. Mi ha spezzato il cuore vedere mia figlia di quattro anni guardarsi la pancia per cercare i rotolini, ma sono comunque contenta che me ne abbia parlato. Mi ricordo di quando a sei anni guardavo con sgomento le mie cosce, più grosse di quelle delle altre mie compagne di danza (ero anche dieci centimetri più alta). Avrei voluto poterne parlare anch’io, mentre era un tarlo segreto. Ora so che sono pensieri che qualsiasi persona di sesso femminile ha avuto (per i maschi, non saprei). So anche che a me è andata bene: non sono diventata bulimica né obesa né anoressica né particolarmente insicura.
Mia figlia resta, per fortuna, una bambina di quattro anni: convinta che le mollette di Frozen siano il top dell’eleganza, felice di mettersi in mostra, orgogliosa di essere «forte come Pippi Calzelunghe», serena nel mangiarsi un pezzo di torta. Ho molta fiducia in lei, non credo sia «fragile» e spero di darle gli strumenti adatti per non soccombere alla diet culture, questo fenomeno pervasivo che vede nella magrezza e nell’aderenza a regimi alimentari restrittivi un indicatore di salute e valore personale. Ma la cultura della dieta è come lo smog in Pianura Padana: esiste e ci riguarda tutti, anche se noi personalmente non abbiamo l’asma e andiamo in montagna ogni domenica. Può colpire noi e i nostri figli in molti modi, saperlo è almeno un modo per attrezzarsi.
