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Perché ho smesso di fare attività “per bambini” con i miei figli

Articolo. Parchi divertimento, villaggi vacanze, baby-dance, menù bambini, cartoni animati al cinema. Tutte cose che mi annoiano moltissimo e ho eliminato dalla vita di famiglia. Sensi di colpa? Nessuno

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(Foto Shutterstock.com)

Ho frequentato anch’io i ristoranti “per famiglie”, quelli con la vasca con le palline, i gonfiabili, i salterelli. Caos infernale, luci al neon, cibo mediocre, ma almeno i bambini si distraevano quei venti minuti in cui provare ad avere una normale conversazione fra adulti (altri genitori, perché sarebbe ingiusto infliggere tale esperienza a chi non lo è). Ci pensavo l’altra sera, godendomi una pizza seduta in un ristorante normale, mentre i bambini mangiavano anch’essi seduti e la mia maggiore preoccupazione era che il primogenito imparasse a tenere forchetta e coltello senza impugnarli come forconi. Ho pensato: «Che bello», e anche: «Mai più».

Mai più: non voglio più spendere il mio tempo libero in posti che non mi piacciono, neanche se ho due figli. Non voglio fare attività specificatamente pensate “per i bambini”, non voglio preoccuparmi che la pizzeria abbia l’area giochi, non voglio pensare prima di tutto a loro. Qualcuno dirà che è esattamente questo il mestiere del genitore: dare priorità ai figli, ma ho come l’impressione che ci siamo lasciati prendere un po’ la mano. Sorbirmi la baby-dance o le orride cotolette del menù bambini non rientra nei sacrifici che sono tenuta a fare per la prole.

De gustibus

Uno dei primi insegnamenti che ho dato ai miei figli, un assoluto fondamento del vivere civile, è che: «Ognuno ha i suoi gusti», e i gusti non si discutono. Ad esempio: detesto i balli di gruppo. Non è un giudizio morale, non ho niente contro i balli di gruppo, ho molti amici che fanno i balli di gruppo (avete presente la scena iniziale de «La grande bellezza»? Ecco, ma senza terrazze romane). A me non piacciono. L’idea di passare le sere di vacanza a praticando simili attività, o assistere allo spettacolo dei miei figli che fanno mossette stereotipate su orrende basi musicali, mi getta nel più profondo sconforto. Una volta ho provato ad andare in un hotel che forniva questo tipo di intrattenimento: mi ha reso triste. Perciò evito. I miei figli possono fare corsi di danza e ballare tutte le volte che vogliono e come vogliono: in casa, alla festa degli alpini, in oratorio, ma non li porto in villaggi vacanze con la baby dance. Mi sembra equo.

La migliore amica quest’estate porta le nipotine a Disneyland; è entusiasta e non vede l’ora. Sono contenta per lei, veramente. Io piuttosto preferirei andare a lavorare, e infatti i miei figli non ci sono mai andati, non dico a Parigi, ma neanche a Gardaland o a Leolandia. Mi viene un po’ di senso di colpa quando sento di famiglie che affrontano viaggi da altre province e regioni d’Italia per portare i figli in parchi divertimento che distano mezz’ora da casa mia, senza che io mi sia mai scomodata a fare altrettanto, ma mi passa subito. A loro evidentemente piace, a me no.

Godersi il tempo con i figli

Passare il tempo libero in famiglia dovrebbe essere un piacere per tutti. Già ci sono i compiti da fare, i bagni da pulire, i centri estivi da prenotare, le visite mediche da fissare, gli orari da incastrare, la cena da cucinare... Almeno quando possiamo, proviamo a rilassarci. Prevedo già la prossima obiezione: con i figli il tempo libero non c’è più. È vero: io e mio marito non andiamo al cinema insieme dal 2021 (era «No time to die», l’ultimo James Bond con Daniel Craig. Avevamo trovato una proiezione la domenica pomeriggio e affidato i bambini ai nonni). Questo non vuol dire, però, che – pur di andare al cinema – portiamo i bambini a vedere i cartoni animati. Non ci divertiremmo, e avrei anche l’impressione di buttare via un sacco di soldi per niente (come per i villaggi vacanze, del resto). Quando mio figlio grande va al cinema (all’oratorio, con i compagni di classe), io lo aspetto fuori al bar.

Potrebbe sembrare uno scenario sconsolante: io, genitore degenere, che non condivido nulla con i miei figli. Ma non è così: con i bambini mi diverto più di prima. Il tempo libero esiste, ma va ripensato perché sia gradevole per i grandi così come per i piccoli. A me piacciono, banalmente, i parchi pubblici (so che per molti genitori non è così: de gustibus). Stare fuori nel verde mentre i bambini giocano e io leggo un libro mi pare un doposcuola perfetto. Mi piace il cinema all’aperto nelle sere d’estate, specie se proiettano vecchi classici (nulla realizzato in computer grafica può essere superiore agli «Aristogatti»). Ci piace andare in montagna – anche a due passi da casa – o al mare. Ci piacciono i castelli medievali, le torri da scalare, i passaggi segreti, i tuffi, gli acquarelli (farli, non ammirarli), le biblioteche e le gelaterie. Ci piace persino andare a fare la spesa insieme. C’è qualche compromesso – un giro più corto, un gelato più grande, una storia più lunga – ma non ci sono finzioni e non ci sono sacrifici.

Non tutto deve essere «a portata di bambino»

C’è poi un altro aspetto, anche se ammetterlo ormai sembra eretico: i bambini ogni tanto devono adeguarsi agli adulti. Non è necessario che siano sempre al centro dell’universo, che si divertano immancabilmente né che capiscano tutto o che non si annoino mai. Possono fare delle cose semplicemente perché sono obbligati, e possiamo pretendere che le facciano senza troppo lamentarsi: andare a trovare un anziano parente brontolone, seguire una visita guidata non pensata per i bambini, ascoltare musica che piace a noi e non a loro. Non stiamo facendo un torto a nessuno, anzi: i bambini imparano a sopportare un minimo di frustrazione, e magari alcune di queste esperienze sedimenteranno in loro e daranno buoni frutti.

Cos’ha capito mia figlia di 4 anni della mostra del Beato Angelico? Niente, ma io ci volevo andare ed egoisticamente ce l’ho portata perché non potevo fare altrimenti. È stata buona, mi ha chiesto solo tre o quattro volte «Quando finisce?», a bassa voce perché non le va di fare brutte figure. Forse un po’ di bellezza si è impressa nelle sue retine, più probabilmente no. Pazienza, a me è piaciuto, ne è valsa la pena. Del tardogotico lei non sa – giustamente – nulla, ma sa che sua madre ogni tanto fa qualcosa per il puro piacere di farlo. Anche questo mi pare educativo.

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