La tempesta è quella della vita, fatta di difficoltà personali e sociali, ma anche di un desiderio che non si spegne: trovare un luogo in cui sentirsi accolti, trovare un senso, arrivare a casa. È da questa immagine, racchiusa nel titolo dell’edizione 2026 di «BergamoIncontra», che nasce la mostra «Fu come giungere in porto dopo un mare in tempesta», realizzata dall’Associazione BergamoIncontra con il contributo di Ubicos Srl. Il titolo riprende una frase del cardinale John Henry Newman, con cui descriveva il proprio approdo alla Chiesa. All’interno dello spazio espositivo, la metafora prende forma concreta. Il visitatore – anche tramite visite guidate prenotabili – attraversa un percorso segnato dalla presenza di un faro e arriva a tre stanze dedicate all’arte, all’amore e alla preghiera. Da lì si apre il porto, quello del perdono, dove la mostra propone un ultimo gesto: raccogliere lungo il cammino un frammento considerato prezioso e consegnarlo perché possa diventare parte di qualcosa di più grande.
Abbiamo raggiunto telefonicamente Emy Serio, tra gli ideatori e curatori del percorso, che ci ha raccontato come è nata la mostra, che cosa accade nelle tre stanze e quale approdo vuole offrire a chi la attraversa.
Per prenotare una visita guidata alla mostra – nei tre giorni in cui resterà esposta – è possibile iscriversi compilando questo format.
CP: Come nasce l’idea di trasformare il titolo di «BergamoIncontra» in una mostra?
ES: La mostra nasce dall’idea di dare una forma e una visibilità espositiva al titolo, che personalmente mi ha colpito molto. La metafora, del resto, nasce sempre da un’esperienza: non si può inventare davvero un’immagine se prima non si è vissuto ciò che quella stessa immagine vuole esprimere. Mi viene in mente “Il postino di Neruda”, dove proprio la parola “metafora” diventa uno dei fulcri attraverso cui il protagonista cerca di comprendere un’esperienza e di trovare un linguaggio per raccontarla. Quella che abbiamo scelto è una metafora particolarmente potente perché coinvolge sia l’esperienza di chi la pronuncia sia quella di chi la ascolta o la legge. Quando chi riceve il messaggio si riconosce in ciò che viene evocato, si crea immediatamente la possibilità di un dialogo. È un’immagine forte perché racconta la vita come un viaggio sul mare, e non su un mare tranquillo, ma attraversato dalla tempesta. E introduce l’idea di un porto: non semplicemente un luogo che esiste, ma una meta verso cui è possibile dirigersi e alla quale, nonostante tutto, si può arrivare. Siamo entrati dentro questa immagine e ci siamo chiesti che cosa serva, in mezzo alla tempesta, per riuscire a raggiungere quel porto. Serve un punto di riferimento. Per gli antichi poteva essere una stella; il faro, invece, rende ancora più concreta l’idea della presenza di un luogo verso cui orientarsi. È un segnale che indica che una meta esiste, che c’è un luogo in cui si può arrivare, essere accolti e, forse, trovare finalmente ciò che si sta cercando.
CP: Nel costruire il percorso avete incontrato anche una frase di don Giussani che è diventata centrale per la mostra.
ES: Esatto. Parlando del faro, ci siamo imbattuti in una frase sorprendente di don Giussani, che ci ha provocati e, allo stesso tempo, ci ha offerto uno spunto artistico che mi sembra particolarmente originale. Nel 1956 don Giussani fece una gita al faro di Portofino insieme ai primissimi studenti del Berchet che lo seguivano. Durante la salita verso il faro, il fotografo lavagnese Nicolini scattò una fotografia che abbiamo scelto di inserire nella mostra. È un’immagine molto bella, che per noi è diventata parte integrante del percorso espositivo.
Un istante prima dello scatto, don Giussani disse: «Ci sono tre cose che permettono di scoprire l’eterno nel quotidiano e sono l’amore, l’arte e la preghiera». Quella frase ci ha portato a porci una domanda: se siamo dentro questo mare in tempesta, è davvero possibile che questi tre segni, che appartengono alla vita quotidiana di ciascuno di noi, possano aiutarci a uscire dalla tempesta e condurci verso un porto diverso? Da questa domanda è nato un dialogo. Abbiamo cercato di capire come tradurla in un linguaggio artistico, come renderla visibile e concreta, e proprio attraverso questo confronto abbiamo costruito il percorso della mostra.
CP: Come si sviluppa concretamente questo percorso?
ES: Si percorre il cammino della mostra fino ad arrivare a un punto in cui si aprono tre stanze: quella dell’arte, quella dell’amore e quella della preghiera. In ciascuna di esse accade qualcosa che richiama e rende concreta quella specifica esperienza, ma sempre nel rispetto della libertà e dell’umanità di chi entra. Non è detto che per tutti accada la stessa cosa, né che ciascuno viva quelle esperienze nello stesso modo. La mostra non vuole suggerire una risposta già data, ma offrire una possibilità: entrare, lasciarsi interrogare e vedere che cosa accade, secondo la propria sensibilità e la propria esperienza.
CP: Partiamo dalla stanza dell’arte. Che cosa incontrerà il visitatore?
ES: Abbiamo scelto di esprimere questa esperienza attraverso due forme artistiche: le creazioni in ceramica di Teo Negri e il teatro. Abbiamo raccolto cinque opere di Teo Negri e abbiamo affidato l’ideazione e la cura della parte teatrale a Gabriele Allevi. Il progetto nasce anche a partire da un’esperienza già realizzata a Bergamo, all’oratorio di San Lupo, dove erano state esposte alcune opere di Teo Negri e veniva proposta la lettura de “La strada”. Questa volta però volevamo creare la possibilità di incontrare la bellezza proprio dentro quel mare in tempesta da cui prende avvio il percorso della mostra.
Da una parte c’è la bellezza concreta delle opere, dall’altra quella della parola letteraria: una parola che evoca, che permette di scoprire e apre uno spazio all’immaginazione. Per questo abbiamo scelto di proporre la lettura delle ultime pagine de “La strada”, in un momento teatrale della durata di circa nove minuti.
CP: E come avete scelto di parlare d’amore nella seconda stanza?
ES: Ci siamo chiesti come parlare dell’amore nel modo più semplice e immediato possibile. Da questa domanda sono emerse due forme espressive: la poesia e la canzone, quindi il canto. Al centro della stanza ci sarà un pianoforte a coda, che verrà suonato a turno da tre pianisti, che alterneranno al pianoforte e saranno accompagnati da cantanti che daranno voce ai diversi brani. La scelta definitiva delle canzoni sarà affidata ai musicisti, che individueranno i brani a partire da una serie di proposte.
Sulle pareti saranno invece esposti alcuni cartoncini con poesie d’amore, selezionate da Marcello Raimondi, che cura l’intera stanza e ha avuto l’idea di unire pianoforte, canto e poesia. Le poesie non saranno soltanto esposte, ma verranno anche lette. Le poesie, invece, non verranno proiettate: saranno affidate esclusivamente alla voce di chi le leggerà e all’ascolto di chi sarà nella stanza.
CP: La terza stanza è quella della preghiera. Da dove nasce la sua impostazione?
ES: Questa stanza l’ho curata personalmente. Negli ultimi anni ho fatto diversi viaggi intercontinentali e mi è capitato di entrare nelle piccole cappelle che si trovano negli aeroporti. Ce ne sono, per esempio, a Linate e a Lima. Ci sono poi le piccole cappelle dove si può pregare. Anche nella Stazione Centrale di Milano ce n’è una: fuori c’è il caos, mentre dentro trovi un silenzio totale, un luogo di raccoglimento. Chi entra lo fa in punta di piedi, si siede e si ferma. È un’esperienza molto bella.
Da qui è nata l’idea di inserire nella mostra un luogo in cui possa accadere un istante di preghiera, per chi lo desidera, per chi sente il bisogno di fermarsi. Ci saranno alcune sedute e, lungo una parete, dei cartoncini con delle preghiere. Il visitatore potrà leggerle, ma potrà anche semplicemente stare lì, senza necessariamente fare altro. In fondo alla stanza ci sarà una scultura di Giampaolo Cornal (dal titotlo “Il vero angelo” – che il proprietario ci ha gentilmente prestato.
CP: Dopo le tre stanze si arriva al porto. Che cosa rappresenta questo approdo?
ES: È come dire che, dopo aver incontrato la bellezza, l’amore, la preghiera e il rapporto con il mistero, si possono intravedere dei punti di luce che permettono finalmente di vedere il porto. Lo abbiamo chiamato “Il porto del perdono”, perché questo è il vero porto a cui desideriamo arrivare: un luogo in cui essere accolti dentro un abbraccio che perdona. Nel porto abbiamo inserito una grande stampa di Chagall, “Il ritorno del figliol prodigo”, che appartiene a una collezione privata.
CP: Nel percorso ci sono anche dei frammenti raccolti dal mare. Perché avete scelto di coinvolgere direttamente i visitatori?
ES: Volevamo che chi percorre la mostra fino ad arrivare al porto si sentisse coinvolto personalmente, non soltanto come spettatore. Lungo il cammino abbiamo quindi deciso di inserire alcuni detriti del mare: sassi, legni levigati, piccole pietre.
Questi frammenti accompagneranno il visitatore dall’inizio del percorso fino alla soglia delle tre stanze. All’interno delle stanze ne rimarrà soltanto qualche traccia, mentre nel porto scompariranno completamente. Qui, invece, compariranno delle piccole cose preziose che il visitatore potrà raccogliere lungo il percorso. A un certo punto sarà invitato a sceglierne una, portarla con sé e consegnarla nel porto.
CP: E che cosa accadrà a tutti questi frammenti?
ES: L’ultimo giorno Teo Negri realizzerà con questi oggetti un’opera d’arte. Anche questo diventerà il segno di un artista più grande che, attraverso i nostri frammenti, attraverso quei piccoli pezzi preziosi che magari siamo tentati di considerare inutili o insignificanti, può comporre qualcosa di bello e di grande. L’idea è che ci voglia un artista, un artefice, capace di mettere insieme questi pezzi e di ricomporli in armonia. Nella vita, in fondo, accade qualcosa di simile.
CP: Da dove nasce, personalmente, questa idea dei detriti e degli oggetti da raccogliere?
ES: Sono cresciuta in Liguria e ricordo che, quando ero bambina, si camminava lungo la spiaggia e si trovavano tantissimi detriti. Mia mamma ci portava a cercare, per esempio, un legnetto che assomigliasse a un cerbiatto, a un vecchietto, a un uccellino. Quella ricerca, dentro ciò che il mare aveva lasciato sulla spiaggia diventa nella mostra una proposta: raccogliere ciò che per te è bello, ciò che per te vale la pena salvare. E perché consegnarlo? Perché finché non condividiamo e non affidiamo a qualcuno le cose belle che troviamo, rischiamo che ci muoiano tra le mani.
CP: Se ogni visitatore arriva alla mostra con la propria tempesta, quale può essere il significato più concreto dell’approdo finale?
ES: Sono certa che ognuno di noi abbia la propria tempesta. E più si va avanti nella vita, più se ne incontrano. Ma se attraversi la tempesta senza una speranza, sei perduto. Esistono invece dei segni che ci permettono di scoprire che anche dentro la tempesta è possibile continuare a sperare.
Quello che desideriamo dire a ogni visitatore è: guarda. Come faceva don Giussani con i ragazzi, quando ripeteva: «Guardate, guardate, guardate». Guarda nell’arte, guarda nell’amore, guarda nella preghiera, ma soprattutto guardati intorno. Raccogli ciò che parla a te, perché ciò che parla a una persona non è detto che parli a un’altra. Ognuno può raccogliere la propria scintilla di bellezza che incontra lungo il cammino.
CP: E che cosa volete comunicare a chi arriva finalmente nel porto?
ES: Il porto che sogniamo di comunicare a chi visiterà la mostra è un luogo in cui ognuno possa riconoscersi come prezioso, amato e accolto così com’è. Non serve altro che esserci. Nessuno ti misura, nessuno ti chiede di presentare la lista degli errori che hai commesso. Ti aspetta e ti abbracci. L’immagine di Chagall è straordinaria anche per la sua storia e per il modo in cui l’artista è riuscito a esprimere questa dimensione. Non soltanto per i colori, che trasmettono comunque una grande speranza, ma perché desideriamo arrivare al porto della speranza, al porto del perdono.
CP: Qual è, allora, il frammento che vorreste che ogni persona raccogliesse idealmente dalla mostra e portasse con sé?
ES: Penso che ciascuno, entrando nella mostra, può riconoscersi in una delle situazioni raccontate nell’ultimo pannello. Perché tutti, prima o poi, attraversiamo momenti in cui ci sentiamo fragili, in cui dobbiamo affrontare una perdita, una difficoltà, una responsabilità o una situazione che non avremmo scelto. C’è chi incontra la solitudine, la malattia, il lutto, la povertà o semplicemente una fase della vita in cui si sente più vulnerabile. Dentro a questa varietà di storie, ciascuno può trovare qualcosa che lo riguarda. Perché la tempesta non è uguale per tutti, ma nessuno è estraneo all’esperienza della fragilità. E questa deve unirci, come comunità e come esseri umani capaci di ammirare il bello, pregare e amare.
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