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The Temple Gallery, un nuovo spazio d’arte in città

Intervista. Nel quartiere di San Paolo è nato un progetto giovane che abita il margine e ripensa il ruolo della galleria come spazio di esperienza, relazione e responsabilità culturale

Lettura 6 min.

A Bergamo, lontano dalle strade di passaggio e dai circuiti più prevedibili, l’arte contemporanea trova un nuovo spazio di ascolto. The Temple Gallery è nata nel quartiere di San Paolo, all’interno delle «Terrazze Fiorite», complesso architettonico degli anni Settanta progettato da Giuseppe Gambirasio e Giorgio Zenoni. Lontana dalle vetrine e dalle traiettorie obbligate, sceglie fin da subito una posizione che mette alla prova l’idea stessa di visibilità. Qui non si capita per caso: si arriva perché si è deciso di arrivarci. La galleria sceglie di abitare questo margine e di farne una posizione, più che un limite.

«Non vogliamo essere un luogo di passaggio, ma uno spazio che chiede tempo, attenzione, una disponibilità all’ascolto», racconta Nicole Gritti, project manager della galleria. Insieme a lei lavora un team giovane e affiatato, che unisce competenze manageriali e conoscenza della storia dell’arte: Alberto Tripoli (founder & art director), Giulia Carsetti (social media manager e content creator) ed Elisa Ciocca (PR e communication manager).

In dialogo con un’architettura che porta con sé una memoria di sperimentazione urbana, The Temple Gallery, in via Coghetti 260, si propone come un dispositivo culturale più che come una semplice sede espositiva: un luogo in cui l’opera non è oggetto da consumare rapidamente, ma occasione di relazione, riflessione, incontro. In una città che sta rinegoziando il proprio rapporto con l’arte contemporanea, questo nuovo «tempio» lavora in sottrazione, puntando su un’idea di esperienza lenta, quasi domestica, e su una pratica curatoriale che intreccia territorio, ricerca e responsabilità culturale. È un progetto giovane ma già articolato, che tiene insieme ricerca, attenzione al contesto e una visione etica del fare cultura, con l’ambizione dichiarata di diventare un punto di riferimento per la scena artistica cittadina. Abbiamo chiesto a Nicole Gritti di raccontarci le origini del progetto e le direzioni future.

CDM: The Temple Gallery nasce in un luogo non di passaggio. Quanto conta, oggi, chiedere al pubblico uno sforzo di ricerca e di attenzione? Il nome che avete scelto per questo spazio è collegato a questa scelta?

NG: Il nome nasce proprio dal desiderio di portare un piccolo angolo di cultura in città, ma senza renderlo immediatamente disponibile o consumabile. È un «tempio» perché la voglia di arte va cercata: è una scelta entrare in uno spazio che non si affaccia sulle strade più frequentate. Molti ci dicono che siamo difficili da raggiungere, ma per noi questo fa parte dell’esperienza. Anche alcuni elementi architettonici dialogano con questa idea: penso, per esempio, alla parete nera in fondo alla galleria, che dà profondità allo spazio e ricorda una soglia, una porta simbolica. Abitare questo luogo significa inserire l’arte in un dialogo costante con la storia e con la vita quotidiana, offrendo ai visitatori un’esperienza che unisce creatività e bellezza urbana, lontano dal caos.

CDM: Nei vostri comunicati parlate spesso di esperienza più che di semplice esposizione. Che tipo di rapporto immaginate tra il pubblico e le opere? E che pubblico avete incontrato finora?

NG: The Temple Gallery nasce come spazio dedicato alla promozione dell’arte contemporanea, ma per noi è prima di tutto un luogo di incontro, in cui l’arte diventa esperienza, riflessione, dialogo con il presente. Da quando abbiamo inaugurato, abbiamo incontrato pubblici molto diversi: c’è chi entra a fondo nelle mostre, chi si affaccia con curiosità, chi torna più volte. Il nostro obiettivo non è mostrare semplicemente dei lavori, ma portare un significato. Non è mai una mera esposizione di quadri. La mostra attualmente in corso, «Abitare i sogni», nasce proprio da questa idea: mettere in dialogo la ricerca di un artista affermato e quella di un artista emergente per invitare chi guarda a rivolgere lo sguardo verso l’interno. Antonio Cugnetto, con un tratto solo in apparenza infantile, lavora molto sulla propria dimensione personale e sulle fragilità umane, aiutando l’osservatore a interrogarsi su di sé. Emilio Sgorbati, invece, invita a riflettere sul tempo e sulla vita che scorre: la clessidra è un tòpos ricorrente, le sculture animano i dipinti, creando un percorso che chiede attenzione. Qui l’osservatore non è passivo: è chiamato a fermarsi, a pensare.

CDM: Avvicinare all’arte in modo autentico è una formula ambiziosa. Cosa significa, concretamente, autenticità in una galleria contemporanea oggi?

NG: Dietro ogni mostra, ogni catalogo e ogni incontro in galleria c’è un lavoro di squadra molto intenso. Siamo un gruppo giovane, con competenze diverse, guidato da una visione comune: rendere l’arte un’esperienza accessibile, profonda e consapevolmente curata. Per noi autenticità significa non fermarsi alla superficie estetica. Intendiamo avvicinare le persone all’arte contemporanea portando sempre un significato, una riflessione. Non un giudizio istintivo del tipo «mi piace/non mi piace», ma un tempo di ascolto. Sappiamo che l’arte contemporanea può non piacere, può essere anche scomoda o persino “brutta”, ma crediamo che oggi non possa esaurirsi in una questione puramente estetica. Anche dietro a una bruttezza oggettiva può esserci una riflessione che vale la pena riconoscere.

CDM: Dalla mostra inaugurale con Primo Formenti alla bipersonale «Abitare i sogni», emerge un dialogo costante tra artisti affermati ed emergenti. Che tipo di equilibrio cercate tra riconoscimento e rischio?

NG: Il rischio è altissimo ed è una componente costante del nostro lavoro. La dimensione commerciale per noi passa in secondo piano: se avessimo voluto andare sul sicuro, probabilmente avremmo scelto un’altra strada, come l’antiquariato. Il nostro debutto è avvenuto sotto il segno della grande pittura, con la mostra inaugurale «I Racconti», conclusasi lo scorso dicembre, dedicata a Primo Formenti. È stato un inizio molto intenso, segnato anche dalla partecipazione di critici come Giorgio Gregorio Grasso. Le opere di Formenti ci hanno insegnato a leggere silenzi e attese attraverso l’astrazione, portando a Bergamo l’eco di quella Parigi degli anni Sessanta che ha formato la sua sensibilità. Oggi le pareti della galleria ospitano una conversazione diversa ma altrettanto potente. «Abitare i sogni» (visitabile fino al 10 febbraio, ndr) mette a confronto due mondi lontani e complementari. Accanto al «Nuovo Surrealismo Padano» di Emilio Sgorbati, siamo particolarmente orgogliosi di dare spazio alla ricerca di Antonio Cugnetto, vincitore del «Premio Arte Mondadori», un artista emergente che attraverso sculture e opere apparentemente leggere costringe l’osservatore a confrontarsi con la propria dimensione emotiva.

CDM: Cosa vi convince davvero, oggi, di un giovane artista: la tecnica, la visione, la fragilità?

NG: Ci basiamo soprattutto sul significato delle opere. Ogni lavoro può essere interpretato in molti modi diversi e quello che cerchiamo è proprio questa apertura. Non ci interessa vedere le opere solo come le vede l’artista, ma come possono essere lette da chi entra in galleria. Cerchiamo una ricerca interiore, quasi spirituale. Non è una questione di gusto estetico, ma di senso. È chiaro che lavorare in team significa anche confrontarsi e non essere sempre tutti d’accordo, ma cerchiamo una direzione condivisa, che tenga conto dell’esperienza del pubblico.

CDM: Parlate esplicitamente di un impegno etico e sociale verso il territorio. Che ruolo può avere una galleria privata in una città come Bergamo sul piano culturale e civile?

NG: La nostra è stata prima di tutto una scelta di passione. The Temple Gallery nasce dal desiderio di sostenere gli artisti e di costruire percorsi espositivi che parlino di un cammino interiore. Siamo una galleria privata, ma sentiamo una responsabilità verso il territorio: creare occasioni, aprire spazi, generare relazioni. In questo senso, per noi è importante anche costruire reti. Attualmente collaboriamo con TD Art Gallery, spazio espositivo di Rimini con una sede anche a Milano Marittima, una realtà strutturata che ci sta accompagnando in questa avventura.

CDM: Avete da poco lanciato una call for artists dedicata al tema del blu. È anche un modo per mettere in discussione le gerarchie tradizionali del sistema dell’arte?

NG: Crediamo molto nell’integrazione delle nuove generazioni. L’arte contemporanea, per noi, non ha come obiettivo principale il piacere, ma la riflessione. La call for artists nasce proprio per dare a chi lavora nel silenzio del proprio studio la possibilità di mettersi in gioco e di entrare in contatto con un contesto curato e con potenziali interlocutori. Abbiamo scelto un tema ampio come il blu per favorire una partecipazione libera e trasversale. Dal 20 febbraio al 20 marzo ospiteremo una collettiva di dodici opere selezionate, capaci di interpretare questo colore in chiave emotiva, simbolica o materica.

CDM: The Temple Gallery ha un team di lavoro molto giovane. Da project manager, cosa significa per lei lavorare oggi nell’arte contemporanea?

NG: In una parola: complicatezza. Oggi non è semplice lavorare nel mondo dell’arte contemporanea. È difficile raccontarla, trasmetterla, anche a chi pensa di conoscerla bene. Io vengo da una formazione giuridica, non da questo mondo, e proprio per questo il confronto con i miei colleghi è fondamentale. C’è sempre qualcuno che ne sa più di noi e a volte è complesso orientarsi tra le richieste del mercato e le aspettative del pubblico. Ma l’arte è sempre stata una grande passione e oggi è diventata anche parte del mio orizzonte professionale.

CDM: Se dovesse descrivere The Temple Gallery non come uno spazio, ma come un’idea o un bisogno, cosa direbbe che mancava e che cosa state provando a costruire?

NG: Credo mancasse un luogo in cui l’arte potesse essere vissuta senza fretta, senza sovrastrutture, come un’esperienza sincera. Oltre all’aspetto curatoriale, ci guida un impegno etico verso il territorio e le persone. L’arte è un linguaggio universale, capace di unire e di generare crescita collettiva. Invitiamo chiunque lo desideri a varcare la soglia della galleria per lasciarsi attraversare dall’esperienza dell’arte. Qui ogni opera è una possibilità di incontro, un sogno che prende forma.