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La piccola rivincita del cinema italiano…a Venezia

Articolo. Dopo un’annata festivaliera con poche presenze nei grandi concorsi internazionali, l’83esima Mostra ha riportato in primo piano i nostri registi: ecco quattro film veneziani in arrivo nelle sale

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La Mostra del cinema di Venezia 2026 sta per concludersi – stasera, in diretta su Rai3 dalle 20, la cerimonia di chiusura con la premiazione dei film vincitori – e come ogni anno molti dei titoli passati durante il festival sono già usciti o in procinto di uscire in sala, aprendo di fatto la stagione autunnale. In un’annata festivaliera che ha visto il cinema italiano un po’ penalizzato – né a Berlino né a Cannes c’erano film italiani in Concorso, mentre a Toronto ce n’era soltanto uno – Venezia si è presa, per così dire, una piccola rivincita, inserendo ben cinque opere di registi di casa nostra in Concorso per il Leone d’oro e numerosi altri nelle altre sezioni. E dato che, come da tradizione, sono proprio le produzioni italiane a sfruttare maggiormente l’onda lunga della Mostra, trovando una distribuzione a stretto giro, vediamo più nel dettaglio i film passati nella selezione veneziana che saranno in sala in questi giorni e nelle prossime settimane. Lasciando per un attimo da parte il nuovo film di Nanni Moretti, «Succederà questa notte», che uscirà un po’ più in là, il prossimo 3 dicembre (avremo tempo per riparlarne).

The « Echo Chamber » di Andrea Pallaoro

Andrea Pallaoro, regista trentino che vive negli Usa da quasi trent’anni e da sempre ambienta i suoi film nel mondo anglosassone, adatta l’ultimo soggetto lasciato incompiuto da Bernardo Bertolucci, che negli ultimi anni della sua vita, costretto sulla sedia a rotelle, vedeva il mondo – e di conseguenza il cinema – come una prigione, un luogo chiuso, confinato e delimitato, nel quale muoversi con difficoltà o dal quale non poter uscire. Ecco perché «The Echo Chamber» è tutto ambientato dentro un appartamento: un’elegante casa londinese in cui abita Leonardo (Luca Marinelli), produttore musicale di successo che, dopo un incidente, soffre di fortissimi dolori alla schiena. Con Anne (Alicia Vikander), l’infermiera che si prende cura di lui alcune ore alla settimana, nasce una storia d’amore che prende una brutta piega quando Leo, diventato dipendente dagli antidolorifici oppioidi, finisce in ospedale per un’overdose. Il loro rapporto si interrompe, ma il loro legame sembra indissolubile, anche perché lei continua a frequentare di nascosto l’appartamento quando lui non c’è, lasciando piccoli indizi della sua presenza.

Il film, che cita «Ultimo tango a Parigi» di Bertolucci – opportunamente evocato fra le righe – e ricorda vagamente «Il filo nascosto» di P.T. Anderson per la relazione fra i due amanti, è ben scritto, ben diretto e ben recitato, ma non ha la forza espressiva né l’eleganza dei film citati. Pallaoro è un regista che conosce il cinema e ha studiato tanto, sa fare i film, ma gli manca la sensibilità del grande autore. Ci mette tutto quello che deve: le suggestioni colte, le metafore e i rimandi interni – la «echo chamber» del titolo è la camera vuota dove nei vecchi studi di registrazione si andava per produrre l’eco e inciderlo, che può essere però anche un luogo dell’anima o lo specchio della solitudine e dell’irrisolutezza dei personaggi – e pure la grande attrice del cinema impegnato, Susan Sarandon, che interpreta una cantante ritiratasi da anni che torna in attività convinta dal protagonista. Ma alla fine tutto questo rimane in superficie: «The Echo Chamber» è un film intelligente, raffinato e impeccabile nella confezione, ma non riesce mai a trasformare la sua ricchezza formale in una vera necessità espressiva.

In sala: Capitol/Anteo Treviglio/Iride Costa Volpino

«Serpenti» di Roberto De Paolis

Scritto dai fratelli D’Innocenzo e messo in scena con un impianto teatrale, «Serpenti» è uno di quei film “scritti”, come si dice in gergo: un’opera tutta di dialoghi e di parola, in cui la sceneggiatura finisce per essere il vero motore della storia. La vicenda si svolge in un commissariato di polizia, dove il quarantenne Paolo (Leonardo Lidi) arriva una mattina con l’intenzione di costituirsi per l’omicidio della moglie. L’uomo pensa di essere subito tratto in arresto, mentre invece chi di dovere prende la questione molto alla leggera, gli dice di attendere e poi lo manda a parlare con un ispettore (Alessandro Borghi), che sembra più interessato ai problemi logistici che la confessione gli crea che a mettere sotto arresto l’uomo. Paolo si incontra poi con il proprio avvocato d’ufficio (Pietro Castellitto), che vuole scagionarlo a tutti i costi nonostante sia reo confesso, e con una cartomante (Valeria Golino), che gli consiglia di compiere un secondo omicidio – senza confessarlo, questa volta – se vuole che la polizia lo prenda sul serio e lo arresti davvero.

«La situazione politica italiana è grave... ma non è seria», recita la celeberrima citazione di Ennio Flaiano in esergo e restituisce il senso di tutta l’operazione. Ovvero mettere in scena, attraverso una sorta di teatro dell’assurdo e del non senso, una fotografia satirica del Paese. Un luogo cioè dove niente è davvero preso sul serio, se non le cose più banali (Paolo alla fine dovrà far fronte a un’altra accusa, estremamente meno grave ma che gli causerà conseguenze più serie) e in cui i dibattiti, le polarizzazioni e le prese di posizione politiche sui temi più scottanti – come appunto il femminicidio – spostano l’attenzione dal nodo della questione alle conseguenze mediatiche e politiche che ne derivano. Benché abbia le sembianze di un divertissement, «Serpenti» è in realtà una satira intelligente e pungente, nel solco della tradizione della commedia nera all’italiana, sostenuta da una sceneggiatura solidissima, da attori bravi, capaci di trasformare la parola in azione con originalità, e da una regia sottile e puntuale. Un cinema capace di fondere leggerezza e intelligenza, come se ne vede sempre meno dalle nostre parti. E non è poco.

In sala: Auditorium Piazza della Libertà

«Nessun dolore» di Gianni Amelio – 24 settembre

Gianni Amelio ha sempre provato, con il suo cinema, a interpretare il nostro paese attraverso le sue ferite e i suoi temi sociali più spinosi. «Nessun dolore», presentato a Venezia Fuori concorso, non fa eccezione e racconta una storia che, come recita la didascalia in esergo, «deve ancora accadere». È la vicenda di Davide (Alessandro Borghi), che vive a Roma e ha una bancarella di libri usati. Un giorno, mentre si assenta per pranzo lasciandola nelle mani di Elsa (Valeria Golino), una professoressa universitaria di letteratura e sua cliente abituale, si imbatte in una coppia di mendicanti: sono un padre e il figlioletto, cui Davide dà qualche spicciolo di elemosina. Improvvisamente però il padre spinge il figlio a seguire l’uomo ovunque vada, dicendogli che Davide, da quel momento, sarà suo padre. Quest’ultimo fa di tutto per liberarsi della presenza del bambino ma, pur involontariamente, ne causa la morte.

Da quel momento l’uomo cercherà di rimediare in ogni modo, facendo di tutto per aiutare le persone in difficoltà, soprattutto tra gli immigrati irregolari e i clandestini che affollano l’area intorno alla stazione Termini. Ma questo gli causerà soltanto guai e incomprensione da parte di tutti, tranne che di Elsa e di Bruno (Valerio Mastandrea), un impiegato del forno crematorio, un po’ burbero, che lo aiuterà a seppellire il corpo senza nome del bambino. La storia, che culmina con Davide che ospita in casa propria decine di senzatetto, finendo arrestato dalla polizia, non è ancora accaduta, dice il film, ma le condizioni che potrebbero renderla possibile sono già tutte qui. Amelio, che superati gli ottant’anni dimostra ancora di tenere alle sorti della società di questo paese, tenta di rintracciare una briciola di solidarietà in un mondo spento e autoreferenziale, che non sa guardare in faccia gli altri e liquida i problemi del nostro tempo in maniera arbitraria e manichea. Lo racconta in un inverno romano di luce spenta e monocorde, dove il sole sembra non splendere mai. Il regista calabrese prova – e ci chiede – invece di guardare le sfumature, di ragionare fuori dagli stereotipi e di diffidare delle soluzioni più facili. Lo fa forse in maniera un po’ schematica, ma con una partecipazione emotiva che nel cinema italiano di oggi si vede ormai raramente. (dal 24 settembre)

«L’estranea» di Paolo Strippoli – 8 ottobre

Un anno dopo il successo de «La valle dei sorrisi», presentato Fuori concorso a Venezia 2025, Paolo Strippoli torna, questa volta in Concorso, alla Mostra con un film che, come è tipico del suo cinema, mescola dramma, horror e commedia nera. La storia è quella di un’agiata famiglia pugliese, composta dalla madre Anna (Jasmine Trinca), dal padre Walter (Adriano Giannini) e dai due figli Alice e Tobia (da adulti Romana Maggiora Vergano e Andrea Genovese), che da un giorno all’altro vede la propria esistenza sconvolta da un incidente domestico: Alice, a soli cinque anni, viene aggredita dal cane di casa e rischia di perdere una gamba. Mentre tutta la famiglia è in ospedale, in attesa e pregando per le sorti della piccola, Anna viene avvicinata da una bizzarra donna senza nome (Valeria Bruni Tedeschi), che le propone un patto sinistro: la salvezza della gamba di Anna in cambio del «peso di Tobia».

Anna, disperata, accetta. La bimba avrà salva la gamba, ma negli anni successivi Tobia inizierà a ingrassare a dismisura, mettendo a repentaglio la propria salute e la propria vita, fino al giorno in cui, ricoverato per un infarto, la donna si ripresenterà proponendo un nuovo patto ad Anna... Il film è una versione più o meno aggiornata e fedele di un archetipo narrativo risaputo, quello del patto con il diavolo (o chi per lui) per ottenere qualcosa di desiderato in cambio di un prezzo che inizialmente sembra accettabile, ma che finisce per ritorcersi contro chi lo stipula. Un meccanismo che va dal «Faust» di Goethe a «La zampa di scimmia» di W. W. Jacobs e che il cinema ha declinato in innumerevoli forme. «L’estranea», però, non si ferma al semplice racconto fantastico e al cinema horror che mette in scena, ma ambisce a raccontare, attraverso una famiglia divisa fra il 1999 e il 2026, conflitti generazionali, genitorialità sbagliate e soprattutto l’incapacità di comunicare, a partire dal rapporto fra madre e figlia. Anna vuole proteggere i figli, vuole ergersi a difensore delle fragilità altrui, pensa di doversi sobbarcare il dolore degli altri per proteggerli, ma non fa altro che ferirli, perderli e non vederli davvero. Il suo amore soffocante è in realtà il primo degli aspetti negativi e la causa di tutti i mali che affliggono la famiglia. Un film che il millennial Strippoli sembra dedicare alla propria generazione, a cui dice di sbagliare, di liberarsi dai legami e di vivere la propria vita come vuole. Certamente nulla di nuovo, ma fatto con uno stile che non si vede quasi mai nel cinema italiano di oggi. Sarà un successo. (dall’8 ottobre)

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