Con qualunque mezzo si raggiunga la nostra città, via terra o aerea, la prima cosa che colpisce lo sguardo è sicuramente Città Alta, per la sua posizione sopraelevata e per le mura veneziane che la difendono, mura che dal 2017 sono entrate a far parte del patrimonio Unesco. Ma la difendono da cosa? Nate come imponente sistema di difesa dell’impero veneziano, le mura sono dotate di quattro porte e di cannoniere che probabilmente tutti conosciamo, ma che non vennero mai effettivamente usate militarmente.
Vi propongo ora una piccola deviazione immaginativa. C’era una volta un re, a capo di un piccolo ma facoltoso regno. Per difendere il regno, e le sue ricchezze, da eventuali invasori – siamo in un’epoca di scorribande barbariche – fa costruire delle mura possenti, che fa difendere assiduamente dal suo esercito. Passa il tempo, i barbari non arrivano, mura e difese restano. Ogni tanto un viandante bussa al portone, porta la notizia che la minaccia è definitivamente lontana, si possono aprire le porte, mollare le armi, ma figuriamoci…Potrebbe essere una spia! Effettivamente in passato abbiamo visto i barbari e la loro violenza, e le difese restano alte e i forestieri vanno tenuti all’esterno della cinta. Pian piano il re, forse una volta illuminato, diventa un dittatore oppressivo e autoritario, anche gli oppositori interni vengono perseguitati e le libertà limitate. E così il tempo continua a passare, le risorse del regno a diminuire e il castello e i suoi abitanti restano immobili.
Una cosa simile può avvenire anche dentro di noi, nel nostro sistema di corpo e mente. Quella che Wilhelm Reich – allievo di Sigmund Freud che introdusse il lavoro corporeo nella pratica psicanalitica – definiva «corazza caratteriale» è, semplificando, un insieme di tensioni, sia muscolari che psicologiche, che abbiamo dovuto costruirci nostro malgrado per difenderci da un pericolo che minacciava la nostra esistenza. Alla lunga, queste tensioni diventano croniche e limitano la nostra libertà, come le mura del castello, che da un lato proteggono, dall’altro chiudono al loro interno. Concretamente, da un punto di vista psico-corporeo, queste tensioni si manifestano sia a livello psichico e emotivo, per esempio nella difficoltà a esprimere alcune emozioni, sia a livello corporeo, spesso limitando il respiro.
L’apnea o un assottigliarsi del respiro sono il metodo più rapido e semplice per anestetizzarsi e non sentire dolore, sia fisico che emotivo, ma poi finisce che perdiamo la capacità di respirare pienamente. Una persona che non respira è morta, questo è banale, ma spesso non cogliamo il fatto che una persona che respira poco, è poco viva. Da qui l’attenzione posta da varie pratiche, fra cui l’analisi bioenergetica che deriva dalle teorie di Reich, poi ampliate e aggiornate da Alexander Lowen, al respiro e alla sua “liberazione” come punto di partenza per la crescita di sé. Sentirsi continuamente sotto attacco, o sotto accusa, dover stare sempre all’erta, come ci fosse una minaccia costante a perseguitarci sono esperienze in realtà molto comuni, e possono manifestarsi nella necessità di dover essere sempre perfetti, di avere tutto sotto controllo, o di non poter mai sbagliare.
Tutto questo produce tensione, e la tensione costa fatica: tenere un muscolo rigido e fermo ci fa spendere energia, anche se non produce movimento. Come nel castello, le risorse spese per la difesa non possono essere usate in altro modo, e le truppe e gli abitanti della fortezza non possono divertirsi, e nemmeno stare sereni e in tranquillità. È difficile andare verso la felicità, se ci sentiamo sempre sotto attacco o in guerra.
Il re, inizialmente spaventato e protettivo, si è trasformato in una sorta di dittatore crudele. Spesso anche dentro di noi, quelle parti nate per proteggerci da minacce esistenziali si trasformano in persecutori interni, in giudici spietati o violenti inquisitori, mai contenti e limitano da dentro la nostra libertà.
In molti testi alchemici si trovano illustrazioni in cui un re viene ucciso, a volte con una lancia, a volte a bastonate, avvelenato o addirittura dato in pasto a un lupo. Nella visione della psicologia analitica nata dalle teorie di Carl Gustav Jung, l’alchimia rappresenta il processo di individuazione, il cammino in cui diventiamo ciò che siamo, per semplificare. In quest’ottica, il regicidio può rappresentare proprio l’uccisione di un principio interno che è diventato troppo oppressivo e limitante: in gergo tecnico psicologico l’Io, quella parte della nostra psiche con cui ci identifichiamo, troppo spesso in maniera eccessivamente rigida e resistente al cambiamento, deve lasciare posto al Sé, che rappresenta la totalità della Psiche. E quindi queste comprende anche parti di noi rimaste nell’Ombra, nascoste e piene di potenzialità, parti che possono crescere e quindi portare un cambiamento individuativo e evolutivo.
A volte le vere minacce sono subdole, e le nostre mura devono temere più l’erosione causata da inquinamento e traffico che l’arrivo di barbari e invasori. Allo stesso modo noi possiamo provare a cercare la pace lavorando su di noi prima di concentraci sul mondo esterno, o almeno questa è la via proposta dalla psicologia del profondo. Viviamo in tempi di guerra, in cui accadono cose orribili di fronte a cui il nostro senso di impotenza può essere sopraffacente. Provare a attenuare e gestire il nostro conflitto interiore non risolve la situazione globale, ma può aiutarci a trovare un senso, per quanto limitato e precario, di pace interiore, e a non iniziare noi piccole grandi guerre. Nella speranza, spero non vana, di un effetto «farfalla» a cascata, positivo e irradiante.
