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I «Luoghi del Cuore FAI» sono storie da non perdere

Articolo. Dal lago alle valli, passando per l’Isola e la pianura, scopriamo i siti più amati e votati negli ultimi anni

Lettura 7 min.
Il borgo di Sparavera (Foto L’Eco di Bergamo)

Ci sono luoghi che tengono insieme storie, identità e paesaggi con grande forza. Sono borghi, edifici e manufatti che rischiano di scolorire o di scomparire, se non trovano nuove energie e nuovi sguardi. Il programma «I Luoghi del Cuore del FAI» nasce proprio qui: come un primo gesto di cura, spesso decisivo, capace di innescare processi di recupero, attivare competenze locali, rafforzare il senso di appartenenza e, in alcuni casi, generare vere e proprie economie territoriali. I progetti che accedono ai contributi, grazie a una soglia minima di voti raccolti durante il censimento, portano alla luce un patrimonio diffuso e poco conosciuto, che merita non solo tutela ma anche di essere raccontati. Da qui prende forma il nostro itinerario seguendo alcuni dei siti più votati degli ultimi anni, a partire dai due luoghi che conosciamo molto bene e che sono stati da pochi giorni proclamati «Luoghi del cuore FAI».

La Motonave «La Capitanio», Lovere

Ormeggiata sulle acque del lago d’Iseo, a Lovere, «La Capitanio» è molto più di un battello storico: è una pagina galleggiante di storia nautica. Costruita nel 1926 nei cantieri di Genova Voltri come piroscafo a vapore, è oggi l’imbarcazione più antica del Sebino ancora in grado di navigare. Il suo nome rende omaggio a Bartolomea Capitanio, religiosa loverese canonizzata nello stesso anno del varo. Nel corso della sua lunga vita, la motonave ha cambiato funzione e motore – quello attuale risale al 1958 – passando dal trasporto passeggeri al traino delle chiatte ferroviarie, fino all’uso privato.

Dopo la dismissione, avvenuta negli anni Sessanta, è stata salvata dal disarmo grazie alla passione di armatori che ne hanno riconosciuto il valore storico. Dal 2023, l’associazione La Capitanio APS ha raccolto intorno a sé istituzioni, enti culturali e realtà economiche del territorio con un obiettivo chiaro: restituire piena dignità a questo mezzo in vista del centenario del 2026 e trasformarlo in un museo itinerante del lago d’Iseo.

Il Traghetto di Leonardo da Vinci, Imbersago

Attraversare l’Adda senza motore, affidandosi unicamente alla forza della corrente: accade ancora oggi a Imbersago, dove sopravvive l’ultimo esemplare funzionante di un traghetto cinquecentesco. Questo sistema di attraversamento, documentato anche in un disegno di Leonardo da Vinci datato 1513, è stato per secoli un collegamento strategico tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia.

Il meccanismo è di una semplicità sorprendente: un cavo teso tra le due sponde guida l’imbarcazione, che si muove inclinando gli scafi rispetto al flusso dell’acqua. Costruito in legno e manovrato da una sola persona, il traghetto è oggi un esempio ante litteram di mobilità sostenibile, perfettamente integrata nel paesaggio fluviale. Rimasto senza traghettatori, è stato salvato grazie all’impegno diretto dell’amministrazione comunale e a una mobilitazione che lo ha portato al settimo posto nazionale del censimento FAI, con oltre 31.000 voti.

Santuario della Madonna della Cornabusa, Valle Imagna

Incastonato nella roccia, il Santuario della Cornabusa nasce da una grotta naturale in cui sgorga una sorgente d’acqua. Le sue origini affondano nel tardo Medioevo, quando la cavità offrì rifugio durante le lotte tra guelfi e ghibellini. Secondo la tradizione, proprio qui venne ritrovata una statuetta lignea della Madonna, al centro di un evento miracoloso che diede avvio al culto.

A partire dal Cinquecento, la grotta venne progressivamente trasformata in santuario, mantenendo però un rapporto fortissimo con la natura circostante. Ancora oggi, la statua è custodita in un piccolo tempietto all’interno della cavità. Il luogo resta un punto di riferimento spirituale per tutta la valle, ma la sua posizione e la stagionalità delle aperture rendono complessa la fruizione.

Santuario della Madonna di Prada, Mapello

Circondato dai prati ai piedi del Monte Canto, il Santuario della Madonna di Prada è uno dei luoghi più identitari dell’Isola bergamasca. Il suo nome richiama proprio il paesaggio agricolo che lo avvolge e che ne fa una soglia naturale tra pianura, collina e paese. La tradizione racconta di un’apparizione mariana e di una sorgente miracolosa, meta di pellegrinaggi per secoli.

A legare il santuario alla comunità è anche il lungo viale alberato che lo collega al centro abitato: cinquecento metri di tigli, piantati all’indomani della Prima guerra mondiale come simbolo di pace e memoria collettiva. Un secondo intervento, dopo il conflitto successivo, ha completato l’abbraccio verde che oggi rende questo luogo un paesaggio della devozione.

Villaggio operaio di Crespi d’Adda

Tra Adda e Brembo sorge Crespi d’Adda: un villaggio industriale progettato alla fine dell’Ottocento come città ideale del lavoro. Voluto da Cristoforo Benigno Crespi e dal figlio Silvio, il complesso è un esempio straordinario di urbanistica paternalistica, dove fabbrica, abitazioni e servizi convivono in un disegno unitario.

Case con giardino, scuola, chiesa, ospedale, spazi ricreativi e sportivi: tutto era pensato per una comunità che ruotava attorno al cotonificio, attivo fino al 2004. Dal 1995 il villaggio è Patrimonio UNESCO e conserva un impianto urbano integro.

Santuario e chiesa rupestre di San Vittore, Brembate

Affacciato sull’Adda, tra grotte e anse rocciose, il complesso di San Vittore è uno dei rari esempi di chiesa rupestre di pianura. La sua origine risale all’alto Medioevo, lungo un antico asse viario che collegava Milano ai territori orientali. Il santuario si sviluppa su tre livelli, integrando grotte naturali, una chiesa ipogea affrescata e una struttura superiore più tarda. All’interno, affreschi che attraversano i secoli raccontano una stratificazione di devozioni, interventi e restauri.

L’umidità e le infiltrazioni, però, minacciano seriamente la conservazione delle superfici decorate e delle strutture lapidee. C’è un progetto di recupero che punta a un restauro conservativo che possa arrestare il degrado e restituire leggibilità a un luogo di grande complessità storica e artistica.

Complesso storico di San Michele, Torre de’ Busi

Immerso nel verde della Valle San Martino, il complesso di San Michele domina un paesaggio aspro, scavato da torrenti e rupi. Oratorio, chiesa, via Crucis e canonica formano un insieme che nei secoli è stato punto di riferimento religioso e fonte d’ispirazione per artisti e pittori.

Oggi il sito racconta anche una fragilità crescente: frane e cedimenti minacciano le strutture, mettendo a rischio affreschi, architetture e il loro carico di simboli e misteri. La candidatura ai «Luoghi del Cuore» è nata dalla volontà di evitare che questo patrimonio venga perduto, trasformando la tutela in un atto collettivo di responsabilità verso il territorio.

Basilica di Santa Giulia, Bonate Sotto

Isolata e silenziosa, la Basilica di Santa Giulia racconta una storia di centralità perduta. Oggi appare ai margini dell’abitato di Bonate Sotto, ma per secoli è stata il fulcro religioso e simbolico dell’antico borgo Lesina, sorto in un punto strategico alla confluenza dei corsi d’acqua Brembo e Lesina. La sua vicenda è strettamente legata a quella del territorio. Quando, intorno al XIII secolo, il Castrum Lisina, un insediamento di origini antichissime, venne distrutto per ragioni politiche, la popolazione si spostò più a nord, dando vita al nuovo centro di Bonate. La basilica rimase così progressivamente isolata, perdendo il ruolo originario e conoscendo una lunga fase di abbandono, fino alla trasformazione dell’area in cimitero nell’Ottocento.

L’edificio, databile all’XI secolo, conserva ancora oggi tracce della sua imponenza romanica. Di quell’impianto restano le absidi, parte dei muri perimetrali e la prima campata coperta, mentre il tetto e ampie porzioni delle murature esterne sono andate perdute. Ciò che sopravvive, però, basta a restituire la misura di un’architettura che un tempo dominava il paesaggio e la vita della comunità.

Sparavera, borgo antico di Mezzoldo

A quota 960 metri, Sparavera è un borgo minuscolo, abitato stabilmente da appena quattro persone. Il suo nome compare nei documenti già nel XIV secolo e richiama il termine lombardo Sparavee», «sparviere». Raccolto attorno a un compatto nucleo medievale, il borgo si sviluppa lungo un asse pedonale che ricalca l’antica via del Ferro, una rete di mulattiere che per secoli ha sostenuto i traffici delle fucine brembane verso la Val Sassina.

Le case mantengono altezze armonizzate tra loro. Ballatoi lignei, le lóbie, ricordano le pratiche di essiccazione dei cereali, mentre cantine e fontane testimoniano una quotidianità fatta di lavoro condiviso e autosufficienza.

Diga del Gleno, Vilminore di Scalve

A 1.534 metri di quota emergono i resti della diga del Gleno: due tronconi che raccontano una delle più gravi tragedie della storia bergamasca. Era il 1° dicembre 1923 quando, a poche ore dal completo riempimento dell’invaso, la struttura cedette improvvisamente, liberando a valle una massa d’acqua devastante. Interi paesi vennero travolti, tra le province di Bergamo e Brescia, e centinaia di persone persero la vita.

La diga rappresentava al tempo un esperimento ingegneristico ambizioso e azzardato, una combinazione inedita di sistemi a gravità e ad archi multipli. Oggi ciò che resta è un monumento civile alla memoria e alla responsabilità. Il piccolo lago che si è formato è diventato una meta di cammini. La natura in questo luogo ha ripreso possesso del paesaggio senza cancellarne il significato storico.

Mulino «Maurizio Gervasoni», Bàresi – Val Brembana

Nel piccolo abitato di Bàresi, in Val Brembana, il mulino «Maurizio Gervasoni» conserva il racconto di una civiltà montana fondata sull’ingegno e sulla condivisione. L’edificio in pietra custodisce un raro torchio per la spremitura delle noci, un mulino per le farine datato 1672 e le tracce di un antico forno per il pane.

Nel corso dei secoli, il mulino è stato anche casera, bottega di fabbro, punto di incontro e scambio. Qui si producevano beni essenziali: farina, pane e olio di noci, utilizzato sia in cucina sia per l’illuminazione. Sopra l’ingresso, una «Madonna con Bambino» veglia ancora sull’edificio, affiancata dall’immagine simbolica del noce, pianta centrale nella cultura contadina locale. L’area circostante conserva tracce di insediamenti dell’età del Bronzo, segnando una continuità di presenza umana che attraversa i millenni.

Chiesa di San Bernardino, Caravaggio

La chiesa di San Bernardino nasce nella seconda metà del Quattrocento. Edificata grazie alla donazione della famiglia Secco e affidata agli Osservanti della Provincia di Milano, ha attraversato secoli di trasformazioni politiche e istituzionali senza mai perdere la propria funzione liturgica. Se il convento annesso ha subito soppressioni, vendite e riusi, da casa colonica a caserma, la chiesa ha conservato con coerenza il suo impianto originario.

La facciata, tipicamente gotico-lombarda, è arricchita da un rosone e da una terracotta con il simbolo bernardiniano. Sopra il portale, una lunetta affrescata con la «Natività», attribuita a Fermo Stella, racconta la pittura cinquecentesca locale. Il portico antistante, aggiunto in epoca successiva, dialoga con l’edificio senza alterarne l’equilibrio. Dopo il restauro novecentesco, la chiesa è tornata a essere spazio di cultura e arte, oltre che luogo di memoria per la comunità caravaggina.

Oratorio della Beata Vergine Assunta, Calvenzano

Tra i campi coltivati a Sud di Calvenzano, sorge l’Oratorio della Beata Vergine Assunta, noto anche come Madonna dei Campi. La piccola costruzione in cotto, con abside orientata a Est e portico d’ingresso a Ovest, si inserisce con discrezione nel paesaggio agricolo, diventandone parte integrante.

All’interno, una sola navata accoglie un ciclo di affreschi seicenteschi firmati da Tommaso Pombioli, che rivestono completamente pareti e volte. Restaurato grazie all’impegno della comunità locale, in particolare degli Alpini, l’oratorio è oggi un esempio virtuoso di cura condivisa del patrimonio. Le aperture periodiche, garantite da volontari, studenti e associazioni, trasformano questo edificio appartato in un luogo di incontro, conoscenza e trasmissione della memoria.

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