93FE310D-CB37-4670-9E7A-E60EDBE81DAD Created with sketchtool.
< Home

Al «Bergamo Film Meeting» tutta la magia di uno «schermo di spilli»

Articolo. La 44esima edizione della rassegna, dal 7 al 15 marzo, dedica un focus speciale alla pinscreen, una tecnica d’animazione artigianale che risale agli anni Trenta del Novecento, ma che ancora oggi continua ad affascinare animatori da tutto il mondo

Lettura 7 min.
Pierre-Luc Granjon, Les Bottes de la Nuit

Un uomo sta suonando il pianoforte in una stanza, concentrato. Quando la porta si apre all’improvviso, l’uomo si interrompe, si alza e si affaccia all’esterno. Non c’è nessuno, solo decine di minuscoli spilli che iniziano a muoversi in modo frenetico davanti a lui. Da questi movimenti, a poco a poco, nasce l’universo. Il nostro protagonista assiste incredulo all’eruttare dei vulcani, allo sbocciare dei fiori, alla comparsa dell’umanità. Vediamo un cuore che pulsa, un gruppo di case, una strada. Infine, le bombe, che una dopo l’altra vanno a distruggere gli edifici. A creare, demolire e poi creare una volta ancora il mondo sono sempre loro, questi spilli impegnati in una danza disordinata, metafora delle particelle che formano la realtà.

Forse, per raccontare la pinscreen , la tecnica di animazione a cui la 44esima edizione del « Bergamo Film Meeting » dedica un’intera sezione, si potrebbe partire proprio da qui: dal cortometraggio « Le Grand ailleurs et le Petit ici ». In questo film del 2012, la regista e animatrice canadese Michèle Lemieux fa della tecnica stessa il cuore del racconto: lo schermo di spilli non è solo uno strumento, ma diventa parte integrante della narrazione.

Ma andiamo con ordine.

Come funziona uno «schermo di spilli»?

Il meccanismo è piuttosto semplice (almeno all’apparenza). Si utilizza uno schermo bianco, posizionato in verticale, perforato da migliaia di piccoli fori all’interno dei quali scorrono degli spilli. Una luce laterale fa sì che le estremità degli spilli proiettino ombre di intensità e lunghezza variabili. Più gli spilli vengono spinti in avanti, più le ombre si intensificano fino al nero; muovendoli indietro, invece, le ombre si attenuano e si torna al bianco dello schermo. Tra questi due estremi prende forma tutta la gamma di grigi. L’animatore interviene manualmente, utilizzando strumenti in vetro o ceramica, pennelli o rulli in gomma per far avanzare o arretrare gli spilli e modellare l’immagine.

L’animazione avviene attraverso una ripresa fotogramma per fotogramma: la camera è posizionata perpendicolarmente allo schermo e, dopo ogni scatto, la configurazione degli spilli viene leggermente modificata, in modo tale che l’immagine si trasformi. La procedura sembra macchinosa, ma il risultato è incredibilmente fluido. Le sequenze sono composte da tanti puntini fitti, come dei pixel, anche se i pixel, quando la pinscreen venne inventata, non esistevano ancora.

Un secolo di storia

Questa tecnica di animazione artigianale risale infatti a quasi un secolo fa. Negli anni Trenta del Novecento, Alexandre Alexeïeff e l’allieva Claire Parker (che sarebbe poi diventata sua moglie) brevettano uno schermo composto da 240.000 fori e spilli, e con questo danno vita al cortometraggio «Une nuit sur le Mont Chauve», pochi minuti ispirati a un noto poema sinfonico russo (che qualcuno potrebbe aver sentito anche nel film «Fantasia» di Walt Disney). Sarà proprio la proiezione di questo corto ad aprire il festival, sabato 7 marzo alle 15: un sabba di streghe, cavalli imbizzarriti, spaventapasseri al vento resi ancora più inquietanti dal gioco di chiaroscuri della pinscreen.

Alexeïeff e Parker continuano a sperimentare, utilizzando la pinscreen anche per una parte del lungometraggio « Le Procès » di Orson Welles, nel 1963. In questo caso non si tratta di sequenze in movimento, ma di un montaggio di scene fisse, capaci però di restituire appieno l’atmosfera visionaria e inquieta del racconto di Kafka da cui è tratto il film.

Una tecnica così curiosa non può che incuriosire, anche se il suo carattere lento e artigianale ne ostacola la diffusione di massa e lo sfruttamento commerciale. Alexeïeff e Parker hanno però degli eredi, come Jacques Drouin, che nel 1973 assiste a un loro workshop presso il National Film Board del Canada.

Tre anni dopo, decide di mettersi in gioco. « Le paysagiste » del 1976 è la sua prima sperimentazione con lo schermo di spilli: 10.800 “disegni” per 7 minuti di film. Sullo schermo vediamo gli occhi di un uomo chiudersi, poi il volto si dissolve, le linee sfumano in un paesaggio collinare. Capiamo allora di trovarci dentro un mindscape, un paesaggio mentale dove fantasia e realtà si confondono. Ci sono nuvole, una chiesetta, l’ombra di un aeroplano: l’uomo - un pittore paesaggista - entra ed esce dalla tela su cui sta lavorando. Le sequenze sono dense e materiche, come fossero tracciate a carboncino: è una poesia per immagini.

L’avventura di Alexandre Noyer

Tra i più grandi estimatori del lavoro di Alexeïeff e Parker non ci sono solo animatori di professione. C’è anche uno degli ospiti più curiosi della nuova edizione del «Bergamo Film Meeting»: l’informatico ed elettronico francese Alexandre Noyer.

Il suo amore per la pinscreen, e ancora prima per il cinema di animazione, nasce quando è ancora uno studente, frequentando lo storico «Festival di animazione» di Annecy, la città dove vive. «Ho partecipato a una giornata di porte aperte all’Atelier d’Animation d’Annecy - racconta - Poi, l’atelier ha organizzato un corso serale, dove ho realizzato dei film amatoriali utilizzando tecniche tradizionali». Il “padrino” dell’atelier era proprio Alexandre Alexeïeff, che aveva costruito uno schermo di spilli a scopo didattico. «C’era anche un poster, dal film “Ex-Enfant” di Jacques Drouin, che mostrava un volto infantile estremamente espressivo. Chiesi se fosse realizzato con la sabbia e mi risposero di no, che si trattava di uno schermo di spilli. In quel momento pensai: un giorno vorrei provare questa tecnica».

Ci sono amori che nascono lentamente, altri che scoppiano all’improvviso. Al festival di Annecy, nel 2012, Noyer vede proprio quel film di Lemieux di cui abbiamo parlato all’inizio: «Le Grand ailleurs et le Petit ici». Eccolo, il colpo di fulmine. «Ho deciso seriamente di cercare un modo per lavorare con lo schermo di spilli, ho cercato libri e DVD. Il 1° gennaio 2015 la data è ancora impressa nella mente – ho preso una decisione: costruire un mio schermo di spilli».

Dei dieci schermi realizzati da Alexandre Alexeïeff e Claire Parker, ne restava in funzione solo uno in Canada (al National Film Board) e un altro in Francia, l’Épinette, acquistato dal Centre national du cinéma et de l’image animée (CNC) e in fase di restauro. «Avevo chiesto se, una volta restaurato, sarebbe stato possibile accedervi, ma mi spiegarono che, vista la sua rarità, sarebbe stato riservato a un numero ristretto di professionisti». Noyer trova così il modo di costruire uno schermo di spilli da 26.000 aghi. Lo termina in pochi mesi, nell’aprile del 2015. Il caso vuole che proprio quell’anno al festival di Annecy si tenga una mostra dedicata al lavoro di Alexeïeff e Parker, e venga organizzato un workshop, guidato da Michèle Lemieux, per imparare a sperimentare sullo schermo Épinette. Noyer si candida al workshop e viene selezionato come osservatore.

«Ho potuto incontrare anche Jacques Drouin, che mi aveva dato consigli fondamentali – ricorda – Quando ci siamo incontrati ad Annecy, mi ha preso le mani e mi ha detto: “Bravo Alexandre, sei il primo, dopo quarant’anni, a essere riuscito a ricostruire uno schermo di spilli”. Mi spiegò che molte persone lo avevano contattato, ma che tutti i progetti si erano arenati a causa della complessità, del tempo e dei costi. Due anni dopo, sempre ad Annecy, ho incontrato Gianalberto Bendazzi, uno storico dell’animazione. Durante le mie ricerche, mi aveva inviato scansioni di vecchie riviste in cui Alexeïeff stesso descriveva la costruzione degli schermi a spilli».

Diciotto schermi di spilli (e oltre)

Ad oggi, Alexandre Noyer ha realizzato 18 schermi di spilli e ne ha due attualmente in costruzione (uno da 200.000 e uno da 26.000 spilli). A breve ne progetterà anche uno da 100.000 spilli. «Il tempo di lavoro dipende ovviamente dal numero di spilli. Poiché l’inserimento è manuale, è un processo molto lungo: circa cinque secondi per ogni spillo. Per esempio, uno schermo da 100.000 spilli richiede circa 130 ore di lavoro per una sola persona. Da tre anni, però, ho sviluppato strumenti con la stampante 3D che permettono di inserire 100 spilli alla volta, riducendo il tempo di assemblaggio di circa 2,5 volte: si passa così a circa 50 ore invece di 130».

Gli schermi che realizza vengono utilizzati all’interno di scuole, festival e mediateche, oppure dagli artisti che hanno voglia di mettersi alla prova. «Ho già venduto schermi a spilli in diversi paesi oltre a Canada e Francia – spiega – Il mio obiettivo è rendere questa tecnica accessibile al maggior numero possibile di persone ».

Irina Rubina, che sarà ospite del «Bergamo Film Meeting», ha utilizzato proprio uno degli schermi ideati da Noyer (il modello Alpine) per realizzare, nel 2024, il suo cortometraggio « Contradiction of Emptiness ». Un’opera autobiografica che indaga il senso di spaesamento e di insicurezza che l’autrice, nata a Mosca ma emigrata in Germania nel 2002, ha provato vedendo la sua lingua, il russo, trasformarsi improvvisamente nella lingua del nemico («La lingua in cui mi cantavano le ninne nanne uccide» dice) e nel rendersi conto che anche quella “adottiva”, il tedesco, è stata lingua del nemico in passato. Rubina traduce questa frattura interiore in macchie scure che sembrano divorare una casa di colore rosso, simbolo di protezione e di appartenenza.

Tra i film più recenti che vedremo proiettati al festival ci sarà anche « Les Bottes de la Nuit » di Pierre-Luc Granjon, anche lui ospite a Bergamo (con un seminario gratuito su prenotazione). La storia, una tenera fiaba di poco più di dieci minuti, è quella di un bambino dagli occhi grandi che una sera, dopo una noiosa cena tra “grandi”, anziché andare a letto decide di indossare un paio di stivali di gomma e scappare nel bosco, dove farà amicizia con una creatura solitaria.

Nel suo lavoro, Granjon fa uso prevalentemente di altre tecniche di animazione, come la puppet animation (una tecnica di stop-motion con pupazzi tridimensionali), ma dopo aver partecipato al workshop sull’Épinette (proprio lo stesso workshop del 2015 a cui aveva assistito anche Noyer) scopre che la pinscreen consente cose che altre tecniche non permettono, a partire dalla facilità con cui si può fare scomparire e riapparire una scenografia o un personaggio nella stessa inquadratura. «La fluiditàha ammesso in un’intervista è incomparabile».

Ma perché, a distanza di decenni dalla sua invenzione, una tecnica così impegnativa (per tempo, energie, costi) come la pinscreen non smette di affascinare?

Noyer non ha dubbi. «La prima osservazione che mi viene fatta da chi utilizza gli schermi è che risultano piacevoli da manipolare, un po’ come un’enorme palla antistress. Il gioco di luci e ombre ha qualcosa di magico: è possibile creare rapidamente effetti di profondità e tridimensionalità. C’è anche un ritorno al senso del tatto, che il digitale tende a farci dimenticare: si percepiscono la pressione, il gesto, la materia. E poi, io personalmente sono legato a libri come “Elogio della lentezza” e alla pratica di riparare oggetti che non funzionano più, in una prospettiva ecologica ed economica».

L’invito che il «Bergamo Film Meeting» fa, allora, è quello di prendersi del tempo, che si sappia disegnare oppure no. Tempo per sperimentare e per creare. Domenica 8 marzo alle ore 10, Alexandre Noyer terrà un laboratorio dedicato all’animazione pinscreen, gratuito su prenotazione. Il titolo (poetico come la tecnica che si imparerà a conoscere) è «Plasmare forme di luce». Da non perdere.

Approfondimenti