Fino a pochi anni fa, incontrare un lupo sulle Orobie era un’eventualità remota. Oggi non lo è più. Le segnalazioni si sono fatte più frequenti, le tracce sulla neve non sono più un’eccezione e, dal 2023, il primo branco stabile si è insediato nel Parco delle Orobie bergamasche. Un ritorno silenzioso, avvenuto passo dopo passo, valle dopo valle, fino a ridisegnare la geografia della fauna selvatica anche in provincia di Bergamo. Una presenza che interroga chi vive e frequenta la montagna, tra curiosità, timori e nuove (necessarie) modalità di convivenza.
Se ne parlerà domani sera, alle 20.45, all’Auditorium Modernissimo di Nembro, in un incontro dedicato alla situazione attuale e alle prospettive future del lupo in bergamasca, con l’obiettivo di mettere a fuoco dati, scenari e strumenti per affrontare questo cambiamento. Interverranno Daniele Carrara e Luigi Nervi della polizia provinciale di Bergamo e Roberta Cucchi del Parco delle Orobie bergamasche, per restituire una fotografia aggiornata del fenomeno e approfondire, senza semplificazioni, il tema della convivenza.
Una presenza da immaginare
Oggi la presenza del lupo in bergamasca è sotto gli occhi di molti, ma non sempre è chiara nelle sue dimensioni reali. «Non sappiamo definire un numero certo e sarà sempre così per tutti gli animali a vita libera», spiega il vice commissario della polizia provinciale Daniele Carrara. «Quello che possiamo fare è una stima». Secondo le valutazioni attuali, in bergamasca sono presenti con certezza tre branchi: uno tra alta Val Seriana e Val Sedornia, uno Valcanale e Val Serina e uno tra Valsassina, Val Taleggio e Valtorta. Carrara suggerisce la possibile presenza di un quarto tra Valle Imagna e fascia collinare occidentale. In totale, «parliamo di una popolazione tra i 20 e i 30 capi», a cui si aggiungono esemplari in dispersione o di passaggio.
Una presenza quindi ancora limitata nei numeri, ma ormai strutturata. E, soprattutto, naturale. «La presenza del lupo in bergamasca è frutto di un ritorno naturale», sottolinea Roberta Cucchi del Parco delle Orobie bergamasche. Dopo essere sopravvissuto solo lungo l’Appennino negli anni Settanta, il lupo ha progressivamente ricolonizzato l’arco alpino, arrivando anche qui senza interventi di reintroduzione. Una dinamica ormai ben documentata anche a livello nazionale: secondo le stime più recenti, in Italia vivono circa 3.500 lupi distribuiti tra Appennino e Alpi. Sono 952 solo i lupi nell’area alpina, in particolare in Piemonte, la regione italiana con maggiore presenza di questa specie.
Se guardata su scala più ampia, la presenza del lupo in bergamasca non è una sorpresa. «Se guardassimo dall’alto il nostro territorio, ci renderemmo conto in fretta che la nostra zona era l’unico avamposto della regione alpina centrale rimasto senza il lupo», osserva Carrara. Tre fattori ne hanno favorito il ritorno: la protezione legale della specie, la disponibilità di prede (Carrara testimonia «oltre 20 mila ungulati selvatici presenti sul territorio») e la possibilità di insediarsi in aree dove non esistevano branchi già stabiliti. Un equilibrio che racconta anche qualcosa dello stato di salute degli ecosistemi. «Possiamo dire che la presenza del lupo è un indicatore che ci dice che l’ecosistema è sano e che funziona», spiega Cucchi. In quanto predatore apicale, il lupo contribuisce infatti a regolare le popolazioni di ungulati, con effetti a cascata sulla biodiversità.
Come si monitora la presenza del lupo
Capire dove si trova e come si muove il lupo è un lavoro complesso, fatto di indizi più che di certezze. «Il principale strumento è il monitoraggio diretto», spiega Carrara, che include avvistamenti e immagini raccolte anche grazie alle numerose fototrappole diffuse sul territorio. Accanto a questo c’è il monitoraggio indiretto: tracce, impronte, predazioni e soprattutto campioni biologici. «La raccolta del campione biologico è la prova conclamata che sia un lupo», aggiunge Cucchi, «perché è come se avessimo nome e cognome dell’esemplare».
Un lavoro che coinvolge istituzioni, operatori e cittadini. «Tutte le segnalazioni sono preziose», sottolinea Carrara, «e noi invitiamo sempre la popolazione a farle, rivolgendosi a qualunque organo istituzionale, dalla polizia provinciale alla forestale, dal comune ai vigili del fuoco. Grazie ai canali istituzionali, la segnalazione arriva poi sempre correttamente a chi di dovere». La collaborazione è infatti uno degli elementi chiave per ricostruire una presenza in continua evoluzione. «Il lavoro è coordinato da Regione Lombardia e c’è grande collaborazione tra le province per lo scambio di informazioni», precisa Cucchi.
La convivenza, tra timori e realtà
Se dal punto di vista ecologico il ritorno del lupo è un segnale positivo, sul territorio apre questioni concrete, soprattutto per chi vive e lavora in montagna. «Ci sono stati e continueranno purtroppo a esserci casi di attacco al bestiame», riconosce Cucchi. Per questo negli ultimi anni si sta lavorando sulla sensibilizzazione all’uso di strumenti di prevenzione: recinzioni, cani da guardiania, sistemi di dissuasione. Soluzioni che in passato erano diffuse e che oggi tornano attuali. Le predazioni sono soggette a risarcimento regionale, con procedure che prevedono segnalazione, sopralluogo e valutazione del danno. «I risarcimenti sono aperti a tutti: non ci sono vincoli; non bisogna essere un allevatore», ci tiene a precisare Carrara, «e tutte le segnalazioni sono controllate».
Ma la gestione non è solo tecnica: riguarda anche la percezione. «Possono esserci pregiudizi e possono esserci paure ed è sacrosanto che sia così», osserva Carrara. «Noi, come operatori, dobbiamo tenere conto anche dell’emotività».Tra i cittadini, una delle preoccupazioni più diffuse riguarda la sicurezza personale. «Tanti dicono che hanno paura di andare a fare i sentieri che hanno sempre fatto», racconta Cucchi. Eppure i dati raccontano altro. «Gli episodi ci dicono che il lupo non è una specie pericolosa per l’uomo», chiarisce Carrara. «Un attacco nei confronti dell’uomo è inverosimile». Questo non significa ignorare la presenza del lupo, ma imparare a conoscerla. «L’escursionista con un cane indisciplinato deve acquisire consapevolezza che il cane può essere in pericolo», aggiunge.
Un territorio che cambia
Il ritorno del lupo impone quindi un adattamento. «La parola chiave è consapevolezza», sintetizza Carrara: la presa d’atto di una presenza che non è più episodica. Anche perché nei prossimi anni la popolazione è destinata a crescere, ma non in modo incontrollato. Spiega Carrara: «Ci sarà un aumento, ma bisogna capire bene in che termini e per farlo bisogna spiegare come funziona il branco. Il branco è una bolla chiusa di 4-6 esemplari in cui non entrano altri lupi né che si associa ad altri branchi e che opera su centinaia di chilometri quadrati. Tutto il territorio bergamasco è favorevole alla diffusione della specie lupo, ma a un certo punto arriverà a saturazione: di branchi, non di esemplari. Non avremo quindi migliaia di lupi, ma un numero limitato di branchi con un numero limitato di esemplari».
Il lupo, oggi, non è più un’eccezione nelle Orobie. È una presenza stabile, destinata a restare. «La convivenza è l’unico scenario possibile», riassume Carrara. Non una scelta ideologica, ma una condizione di fatto. Per un territorio come quello bergamasco, fatto di equilibri sottili tra natura, allevamento e turismo, la sfida è trovare un punto di incontro tra esigenze diverse. Informazione, prevenzione e dialogo sono gli strumenti su cui si sta costruendo questo percorso, guidato dalle istituzioni. Con la consapevolezza che il lupo, come ogni specie selvatica, non si adatta alle nostre regole, ma segue le proprie. Lo spiega in questi termini Carrara: «Al nostro tavolo c’è un interlocutore che non si siede: è il lupo. Il lupo che fa quello che fa per natura. La nostra gestione non è sicuramente perfetta e noi non siamo esenti dal dover migliorare, ma l’accettazione della sua presenza è un presupposto imprescindibile».
E forse è proprio da qui che si può ripartire: dal riconoscere che il ritorno del lupo non è solo una criticità da gestire, ma anche il segno di un ambiente che, nonostante tutto, è ancora capace di accogliere la vita selvatica. E di ospitare un ecosistema in equilibrio.
