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Joseph Luke Cecchini, l’olimpionico che dal Canada arrivò a Selvino

Articolo. In attesa di Milano Cortina 2026 riviviamo la storia dello skeletonista che ha lasciato il Canada per inseguire il sogno olimpico con Sci Club Selvino

Lettura 4 min.
Cecchini taglia il traguardo alle Olimpiadi Invernali di Pyoengchang 2018 (Foto concessa dall’atleta)

Le Olimpiadi sono di fatto una scelta fra il cuore e la ragione. Investire tutto per una sola competizione oppure cercare di distribuire le energie per una carriera che possa essere meno avara di soddisfazioni in caso di errore? Se chiedete a un atleta, la risposta probabilmente potrà essere una soltanto: andare all-in sulla rassegna a cinque cerchi che conduce nell’Olimpo anche solo chi possa partecipare.

Chiaramente dipende dalle aspettative che si possono creare alla vigilia, ma essere parte delle Olimpiadi per una fetta abbastanza grande di atleti è un sogno che si realizza e basterebbe soltanto quello per essere orgogliosi dei risultati raggiunti nella propria carriera. Joseph Luke Cecchini ha dovuto combattere non poco per raggiungere questo traguardo e per farlo ha deciso di attraversare addirittura l’Oceano Atlantico per inseguire una meta ancor più complicata considerato lo sport scelto, lo skeleton. Quello “slittino a testa in giù” che farebbe paura a chiunque, considerato che si gareggia a oltre cento chilometri orari su un budello ghiacciato, senza particolari protezioni ad attenuare eventuali impatti con il “muro bianco”.

Partecipare alle Olimpiadi, soprattutto rappresentando un Paese come il Canada, sembrava quasi un’utopia. Per questo ha deciso di trasferirsi in Italia, seguendo le orme del nonno che, all’inizio del Novecento, aveva lasciato Gabicce Mare per cercare fortuna in Nord America. «All’epoca mi stavo formando e migliorando all’interno del sistema canadese, lavorando al tempo stesso a tempo pieno nella Polizia di Calgary. Quando il sistema della Nazionale Italiana venne riformato, si aprì un’opportunità più compatibile con i miei impegni lavorativi e personale. Così, da un punto di vista pratico, ho scelto l’Italia – spiega Cecchini – Sono cresciuto in una comunità e in una famiglia dalle radici profondamente italiane: rappresentare l’Italia mi sembrava naturale. È stata un’opportunità entusiasmante e sono felice di aver deciso di coglierla».

Dopo aver debuttato in Skeleton America’s Cup nel 2008 con il Canada, Joe (come è conosciuto da tutti) ha vissuto una crescita costante che lo ha portato al cambio di nazionalità nel 2013, esordendo il 13 dicembre a Lake Placid in sedicesima posizione e realizzando una serie di podi e successi proprio nella coppa americana. Risultati ottenuti grazie anche allo Sci Club Selvino che ha deciso di investire su Cecchini offrendogli la possibilità di gareggiare sotto la propria insegna. «Lo Sci Club Selvino mi ha supportato in modo incredibile. Senza il loro sostegno, non credo che sarei riuscito a entrare nella squadra nazionale. Sono stato presentato al club tramite un’altra atleta, Marina, e loro sono stati disponibili ad accettarmi, a permettermi di gareggiare sotto la loro bandiera. Sono estremamente grato per quel supporto e sono molto orgoglioso di aver potuto rappresentare lo Sci Club Selvino alle Olimpiadi del 2018».

Un sogno che è stato realizzato con la chiamata del direttore tecnico Maurizio Oioli, olimpionico a Sochi 2014, che, dopo una vittoria e un secondo posto in North American Cup, decise di convocarlo per le Olimpiadi Invernali di Pyeongchang 2018 come unico italiano nello skeleton. Un risultato che ha radici molto lontane, considerato che il rapporto con questo sport si lega ancora una volta all’Italia. «Ho scoperto per la prima volta lo skeleton mentre guardavo le Olimpiadi Invernali di Torino 2006. Era la prima volta che vedevo questo sport e sono rimasto subito affascinato da quanto fosse veloce e intenso. Ricordo di averlo guardato con mio fratello e di avergli detto, tra il serio e il faceto, che avrei potuto farcela anche io a partecipare. Lui rise e non mi prese sul serio. Quasi vent’anni dopo, sono ancora parte di questa disciplina nella sezione tecnica, il che rende questo momento davvero speciale – sottolinea Cecchini – Lo skeleton è incredibilmente difficile da descrivere perché non c’è niente di simile. Per me richiede una concentrazione così completa che tutto il resto viene messo in secondo piano. Non appena sono sulla slitta, tutte le preoccupazioni esterne svaniscono. Ciò che percepisco è che quel raro momento in cui sei completamente concentrato, in cui il tempo sembra rallentare e tutto andare liscio, io sembro completamente connesso alla slitta e alla pista. Non c’è sensazione migliore nello sport».

L’esperienza a Pyoengchang 2018 ha rappresentato un’occasione imperdibile per Cecchini che, a differenza delle partecipazioni ai Mondiali vissute fra il 2017 e il 2019, ha potuto raccogliere emozioni incredibili che gli hanno cambiato la vita. « Partecipare ai Giochi è stata un’esperienza surreale, come il sogno di una vita che si realizza. Il momento in cui tutto è diventato reale è stato quando sono entrato nello stadio insieme alla squadra italiana sotto la bandiera tricolore – ricorda il rappresentante dello Sci Club Selvino – Da un punto di vista sportivo, è stata una sfida. Nonostante le difficoltà tecniche, rappresentare l’Italia su quel palcoscenico è stata un’esperienza indimenticabile». A distanza di otto anni dalle Olimpiadi di Pyeongchang 2018, molto è cambiato nel mondo dello skeleton, così come nel movimento italiano che è pronto a candidarsi a conquistare una medaglia che manca dal 1948, quando Nino Bibbia conquistò a Sankt Moritz il primo oro della storia azzurra nella rassegna invernale. Anche il movimento bergamasco potrà contare su Alessandra Fumagalli che ha fatto grandi passi in avanti in vista di Milano-Cortina 2026 e che ha colpito decisamente anche Cecchini.

«Rispetto al 2006 quando ho iniziato a seguire questo sport e anche al 2018 quando ho preso parte ai Giochi, lo skeleton ha continuato a evolversi in modo significativo, tanto che il livello di professionalità è cresciuto parecchio. L’attrezzatura gioca un ruolo fondamentale e il successo dipende da ogni dettaglio. Per competere per il podio a livello internazionale, gli atleti hanno bisogno di un team di supporto completo, inclusi tecnici, allenatori e personale di supporto, in modo da potersi concentrare esclusivamente sulla prestazione. Lo skeleton sta assomigliando sempre di più a un vero ambiente di gara professionistico e sono entusiasta di poter ancora essere coinvolto e aiutare lo sport a muoversi in quella direzione – conclude il poliziotto canadese naturalizzato italiano – Una delle cose più emozionanti per me è vedere lo skeleton tornare in Italia quasi vent’anni dopo i Giochi di Torino, ora con Milano - Cortina che ospiterà le Olimpiadi. Cortina è un posto speciale nella storia di questa disciplina in Italia. È stato un lungo viaggio e un vero privilegio rimanere in contatto con il programma italiano e vedere quanta strada ha fatto. Vedere la crescita della squadra sotto la guida di Maurizio Oioli, che era anche un mio compagno di squadra, rende tutto ancora più speciale. Sono entusiasta di vedere dove sta andando questo sport e di vedere la prossima generazione portarlo avanti».

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