Le recenti immagini comparse sul web di un orso intento a spostare grossi rami caduti nelle vicinanze di una sorgente in Val Sedornia e la attestata presenza di un branco di lupi stanziali nel medesimo luogo mi hanno spinto a proporre agli amici una gita sulle tracce di questi grandi carnivori. Non che sperassi di intercettare questi animali di giorno ma l’idea mi pareva una buona occasione per stuzzicare la sfera emotiva degli amici. Devo ammettere che le reazioni sono state di “fiduciosa” preoccupazione. Tuttavia mi sono ben premurato di seguire il consiglio di un amico che mi ha suggerito: «l’importante è andare sempre con qualcuno più lento di te…»! Alla fine ci ritroviamo in sei a sfidare orso e lupi, di cui due sicuramente più lenti…
La Val Sedornia è già stata oggetto di una nostra precedente visita. Ci concentriamo su un giro ad anello tra boschi, pascoli e cime che stanno tra la Val Sedornia e gli Spiazzi di Gromo. Il nome originale della località in questione sarebbe Spiazzi di Boario, nucleo abitato che si attraversa salendo agli Spiazzi. Da sempre è una zona di pascolo e a testimoniarlo è proprio il nome, Boario, che deriva dal latino «bovarius», luogo di buoi. Per evitare confusione con la più rinomata cittadina termale camuna si preferisce chiamarli Spiazzi di Gromo, mentre per i local più semplicemente sono gli «Spiazzi». È proprio da qui che partiamo per incamminarci lungo il sentiero (CAI 313), o meglio la strada, che collega le due località. Il caldo di questi giorni suggerisce di mantenersi all’ombra il più a lungo possibile, così optiamo per il giro in senso orario. Il sentiero 313 - identificato anche come sentiero Alto Serio - parte in corrispondenza del primo tornante di via Roccolo (1050m), dove però non è possibile posteggiare. Con un po’ di fortuna si può trovare qualche posto auto poco sopra altrimenti occorre salire agli Spiazzi dove i posteggi sono numerosi ma a pagamento.
La strada sterrata corre immersa nel bosco, inizialmente in leggera discesa per poi continuare in falso piano fino agli «Spiazzi dell’Acqua» (1210m), amena località in riva al torrente Sedornia. Qui notiamo alcune tende di escursionisti che hanno scelto di trascorrere al fresco il weekend noncuranti della presenza di orso e lupi. Comprendo immediatamente che questa presenza umana renderà quasi impossibile avvistare degli animali selvatici. Di lì a poco anche ogni flebile speranza viene annientata dall’assordante rumore di una motosega proveniente dalla baita soprastante…Addio anche ai lupi!
La storia del torrente Sedornia, all’apparenza placido e invitante, in realtà annovera numerose alluvioni e frane tra cui due particolarmente devastanti, una nel XV secolo e l’altra nel 1834 che hanno portato distruzione nel paese di Gandellino. Il carattere impetuoso delle acque è testimoniato da una serie di piccole frane che oltrepassiamo in corrispondenza di ogni valletta laterale. A questo punto giunge necessaria una precisazione: nell’articolo del 2021 fornivo un’interpretazione del termine Sedornia assai suggestiva perché legata al culto del dio Saturno ma probabilmente fuorviante. In questi anni la mia biblioteca si è arricchita di nuovi testi che suggeriscono un’altra versione: la voce Sedornia è collegabile alla radice preindoeuropea «satur/seder» che identifica un corso d’acqua o una zona ricca di sorgenti. Alla medesima radice si riferiscono anche Sedrina, paese della media valle Brembana, e Sudorno, contrada dei colli di Bergamo. Personalmente preferisco il fascino del culto di Saturno…
Risaliamo la valle in direzione delle stalle Prato di Vigna mentre i primi raggi di sole iniziano a far capolino tra le fronde. La strada è sempre la stessa ma ora ci troviamo sul sentiero CAI 309. Raggiunta la baita più alta (1330m), la strada che ormai ha le fattezze di una mulattiera piega con decisione a destra guadagnando ulteriormente quota. Giungiamo rapidamente al bivio (1405m) dove il sentiero 309 devia verso il laghetto Spigorel. Noi ci manteniamo sulla via maestra e giungiamo nei pressi della baita bassa di Fontanamora (1425m). Ora siamo sul sentiero CAI 314. Il tracciato non passa dalla baita (cartelli indicatori) ma sale deciso puntando al colle posto tra l’imponente Sasso di Fontanamora e la cima di Val Sedornia. Alla baita notiamo un bel gregge di pecore all’interno di un recinto elettrificato con due cani maremmani a vigilare. Pare che i cani di questa razza, se ben addestrati, siano i migliori per proteggere il gregge dalle incursioni dei grandi predatori selvatici. Anche il recinto elettrificato è un altro buon deterrente. Evitiamo però di avvicinarci consci del fatto che un faccia a faccia con un maremmano a guardia di un gregge è forse peggio di un incontro ravvicinato con un lupo!
È interessante sapere che, poco sopra la baita bassa di Fontanamora, si diparte il «Sentiero dell’Orso», un tracciato a mezza costa che consente di raggiungere, attraverso un piccolo valico, i pascoli alti degli Spiazzi, nei pressi della baita Avert. È un sentiero molto selvaggio e intrigante che ho percorso qualche anno fa ma che oggi sconsiglio perché una serie di piccole frane su terreno ripido rendono pericolo il cammino. Speriamo che venga presto ripristinato. Il 314 si impenna con decisione per rimontare una balza sormontata dalla poderosa mole del Sasso di Fontanamora. L’ambiente è primordiale, integro, mentre la presenza umana è suggellata solo da un cartello posizionato lungo il sentiero, il resto è tutta natura.
Mentre si arranca vale la pena volgersi alle spalle per ammirare il panorama che si fa progressivamente più vasto e interessante: l’alta Val Sedornia in tutto il suo splendore fa da palcoscenico ai tremila delle Orobie. Gli affanni si attenuano intorno a quota 1850m quando si entra nella conca delle Foppane: un ampio anfiteatro solitario di rara bellezza, fatto di doline (foppe) e dossi ricoperti di prato e vegetazione. Il tutto è circondato da cime rocciose in cui si notano le pieghe sinclinali generate dalla forza orogenetica della crosta terrestre. Alla nostra destra si intravede il monte Avert con il passo della Crocetta, la via di accesso più breve per gli Spiazzi. Dinnanzi a noi spicca il passo degli Omini, così chiamato per via di due grandi ometti di sassi che ne caratterizzano l’orizzonte. È proprio qui che dobbiamo arrivare.
Con un ampio semicerchio all’interno della conca sfioriamo la baita delle Foppane presso cui esiste l’unica fonte per l’abbeverata del bestiame. Notiamo alcuni cavalli, apparentemente incustoditi, pascolare beatamente nei prati. Ammaliati dal paesaggio e quasi senza fatica, raggiungiamo i 2074m del passo degli Omini, uno splendido balcone sulla Valzurio (dove il sentiero 314 è diretto) con l’orizzonte che sconfina fino in pianura.
Al valico seguiamo l’evidente traccia che segue il crinale in direzione Ovest puntando la cima del monte Benfit (sentiero 314C). È un percorso estremamente panoramico e suggestivo. Leggermente tecnico nel tratto iniziale perché un poco esposto senza però mai risultare pericoloso. Il cammino è allietato da splendidi esemplari di stelle alpine mentre il nostro animo si riempie di meraviglia con la Presolana e il monte Ferrante a farci compagnia. L’erta finale al Benfit è piuttosto faticosa ma breve. Eccoci in vetta (2172m) a godere dello spettacolo che oggi regala scorci sorprendenti fino al Sebino dove si distingue chiaramente Montisola. Facciamo a gara a chi azzecca il maggior numero di cime orobiche…c’è da divertirsi!
I silenzi della val Sedornia sono ben presto soppiantati dal frenetico via vai degli escursionisti saliti quassù dagli Spiazzi. Ora ci attende una magnifica progressione in discesa lungo il crinale pratoso che ci separa dalla dirimpettaia cima di Timogno (2099m). Dal Timogno ci abbassiamo fino al colletto di Vaccarizza (1686m) e da lì al sottostante rifugio Vodala (1650m) che brulica già di gente. Dal rifugio le opzioni per scendere agli Spiazzi sono molteplici, prima fra tutte il «sentiero delle malghe». I primi languori ci portano a scegliere la via più breve (sentiero 312). Raggiunti gli Spiazzi rimaniamo sorpresi dal fatto che nonostante i posteggi siano pieni, la zona è tranquilla e vivibile. La gente si è sparpagliata ovunque evitando ogni possibile assembramento. C’è spazio per tutti.
Dagli Spiazzi, seguendo la strada principale (con una piccola deviazione sentieristica), torniamo al punto di partenza. L’orario è perfetto per portarci a Gandellino, presso il Bar Tennis, dove ad attenderci è Nicoletta capace di deliziarci con piatti gustosissimi. Nicoletta, anima pulsante della cooperativa «Il Sole» è uno scrigno di informazioni sul territorio oltre che instancabile promoter di tante iniziative sociali. Il pranzo si conclude con un assaggio dell’amaro Gandellino, liquore prodotto sulle basi di un’antica ricetta tramandata nel tempo da un’anziana signora del paese ed ora rinato grazie all’interessamento di Nicoletta.
P.S. l’itinerario descritto è lungo 16 chilometri con 1200 metri di dislivello positivo. Presenta un unico tratto che richiede un poco di attenzione (dal passo degli Omini verso cima Benfit).
P.P.S. ritengo doveroso cercare di fare chiarezza in merito a una decennale diatriba sulla nomenclatura delle cime toccate in questa escursione: la sommità più alta è da tutti conosciuta come cima Benfit mentre quella minore, in direzione Sud è la cima di Timogno. Scrutando con attenzione le cartine CAI 1:25000 (2021) e Istituto geografico militare («IGM») 1:50000 (1982) e un paio di pubblicazioni però non è così: la cima più alta viene chiamata Timogno e non Benfit, mentre quella più a Sud viene chiamata Vodala. Con il nome Benfit compare soltanto l’omonima baita e la valletta ad essa corrispondente. In una cosa tutti concordano: la cima più settentrionale è chiamata Avert. Come orientarsi in questa confusione? Sul web e tra gli escursionisti le cime sono conosciute come le ho poc’anzi proposte. Quando si consultano pubblicazioni o la cartografia ufficiale occorre sapere di questa anomalia per non incorrere in errori. Personalmente ritengo che si debba adottare la nomenclatura dell’«IGM», che rappresenta la cartografia di riferimento che copre tutto il territorio nazionale. Va però detto che proprio l’«IGM», in passato, ha contribuito a creare confusione contraddicendosi tra la versione del 1974 (1:25000) e quella del 1982 (1:50000). L’IGM adotta la seguente nomenclatura a cui mi sono riferito: partendo da Sud in ordine, cima di Timogno (2098m), Benfit (2172m) e monte Avert (2086m).
Tutte le foto sono di Camillo Fumagalli
