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Cosa succede ai bambini se i genitori tornano al lavoro il 4 maggio?

Articolo. I figli sono “invisibili” anche nella Fase 2. Ma senza strumenti adeguati per il sostegno alla famiglia il rischio non è solo sociale, ma sanitario

Lettura 5 min.

I bambini erano i grandi assenti della Fase 1 e lo sono anche nella Fase 2. La scuola non riapre fino a settembre e il Governo ripropone le stesse misure, non più sufficienti: i congedi parentali di massimo 15 giorni e il bonus babysitter. L’impressione è che le famiglie siano state poco considerate. Forse perché, da sempre, sono abituate ad arrangiarsi da sole. E in qualche modo lo faranno anche stavolta. Ma a che prezzo?

Non è una domanda retorica e non c’è vittimismo in questa considerazione. Pressoché tutti gli italiani stanno facendo sacrifici: chi non può riaprire la sua attività, chi aspetta la cassa integrazione e ha intaccato i risparmi, chi non ha i risparmi, il personale sanitario, gli autonomi senza tutele, chi è comunque costretto a fare un lavoro a contatto con la gente, gli anziani isolati in casa senza affetti, i malati, i parenti dei malati e dei morti… un elenco interminabile. Le famiglie e i bambini sono solo un punto in questo elenco, ma sono un punto trasversale a tutte le categorie.

Il fraintendimento di fondo è intendere la Fase 2 come una graziosa concessione del Governo, invece che come un nuovo step nella lotta al virus. Noi non vogliamo incorrere in questo errore: se le scuole non possono riaprire per motivi di sicurezza prendiamo atto della cosa. Si chiama principio di realtà. Il nemico non è il Governo, ma il Covid.
Detto questo, sempre in nome del principio di realtà: cosa succede se la maggior parte delle aziende riapre il 4 maggio e le scuole no?

Abbandono di minore e altri funambolismi

Succede che bisogna trovare qualcuno che si occupi dei bambini piccoli, altrimenti un genitore rinuncia al lavoro. Non esiste una terza possibilità. A meno di non fare come quella mia amica che una mattina ha lasciato soli in casa i figli di 5 e 8 anni per andare qualche ora in ufficio. Soluzione che – da fautrice dell’autonomia precoce – piacerebbe adottare anche a me, se non fosse che il mio bimbo non ha nemmeno compiuto i 3.

Quindi cosa succederà ai bambini? Quello che avviene sempre in Italia, solo in maniera più accentuata del solito: i bambini rimarranno un problema della famiglie, che si destreggiano fra nuovi ed estremi funambolismi.

La mia amica Antonella a metà maggio ricomincerà a lavorare. Un mezzo miracolo, visto che viene dalla seconda gravidanza e da un periodo di disoccupazione. Ovviamente ha accettato prima ancora di sapere come fare. Il marito medico cercherà di mettersi di turno il sabato e la domenica, in modo da avere più tempo in settimana da passare con i bambini. Nei giorni durante i quali entrambi lavoreranno, i figli andranno a stare dalla sorella di lui (distante una trentina di chilometri, partiranno alle 6 del mattino) che nel frattempo è rimasta disoccupata. Alla fine si considera ancora fortunata.

Il ritorno dei nonni

C’è una ipocrisia di fondo che nessuno rivela, per paura che anche questa possibilità ci venga formalmente negata (e che l’alternativa sia fra l’abbandono di minore e la disoccupazione): molti bambini andranno a stare dai nonni.

La mia amica Chiara ha retto finora, fra congedi familiari e figli tenuti a bada dal padre (temporaneamente a casa perché con sintomi sospetti da Covid, per fortuna lievi). Ma da maggio torneranno a lavorare tutti e due e affideranno i bimbi ai nonni. Pensano proprio di lasciarli a dormire a casa dei genitori di lei, per evitare di fare troppi tragitti. Dopotutto, al termine della quarantena, i bimbi dovrebbero essere sani e non infettivi. O no?

Proprio le due settimane di chiusura delle scuole ma con le aziende aperte, tra fine febbraio e inizio marzo, sono state terribili per la diffusione del virus, perché i piccoli “untori” hanno fatto il giro di tutti i pensionati della famiglia. Una situazione che ora si ripropone, speriamo in misura più contenuta.

Siamo sicuri che dal punto di vista epidemiologico non sia meglio ipotizzare qualche forma pubblica, alternativa alla scuola, di cura dei bambini, quando entrambi i genitori lavorano? Nessuno vuole prendersene la responsabilità: è comprensibile, forse anche giusto. Però che si sappia che l’alternativa sono ancora una volta i nonni, quelli rimasti. E nessuno venga a parlare di “party privati”, quando il problema dei genitori è sostanzialmente quello di evitare l’abbandono di minore.

Fai da te e nidi abusivi

Tra amiche si parla di come organizzarsi alla ripartenza: la sorella di Francesca ha un grande giardino, le piacciono i bambini, non ha mai avuto sintomi e sta a casa, visto che lavorava in un bar. Portiamo da lei i bimbi? Può essere una cosa ufficiale o la paghiamo in nero? Quanti ne potrà tenere?
Altri cercano di organizzarsi fra colleghi di lavoro o fra vicini di casa: oggi stanno da me, domani da te, dopodomani dalla mamma del terzo. Una situazione che rischia di degenerare da subito.

Finora il nostro freno è stata la responsabilità individuale, della quale voglio credere la maggior parte di noi sia dotato. Perché qui a Bergamo non possiamo dimenticare che di Covid si muore, e tanto. Ma di fronte alla necessità di lavorare, se i soldi per fare la spesa finiscono, possiamo biasimare chi si inventa strani e pericolosi accrocchi per tenere tutto insieme, se non ha una alternativa reale?

Come pedine di un domino

Sofia e Massimo sono una coppia di cari amici, provenienti dallo stesso paesino dell’entroterra siciliano. Vivono in Valseriana e hanno una bimba di quattro anni. Come tutti coloro che non hanno la famiglia vicina, già in tempi di pace si sono attrezzati con una tata. Perché quando la bambina è malata oppure la scuola dell’infanzia fa vacanza loro devono potere continuare ad andare in fabbrica. Quella stessa tata si è detta disponibile a tenere la figlia tutto il giorno. Dato che sono molto scrupolosi, contano che la babysitter terrà la mascherina indosso mentre si occupa della loro bambina.

Questo è un altro punto sul quale le famiglie si interrogano: come possono sapere che la persona cui affidano i figli sta bene e che i bambini non sono contagiosi? Da che età i piccoli devono mettere le mascherine? Chi sta con loro deve tenerle tutto il tempo? Bastano quelle chirurgiche? Non sono domande oziose. Se la tata di Sofia e Massimo dovesse essere portatrice sana potrebbe facilmente infettare la bambina, che infetterebbe loro, che lavorano con centinaia di altre persone.

Ognuno di noi, in questo momento, sa di essere come una pedina del domino, che deve restare in piedi e a distanza per non crollare e non farne crollare altre cento.

Chi al lavoro non torna

La mia amica Elena fa l’avvocato. È bravissima, mi spiega tutti i retroscena dei decreti e le loro implicazioni costituzionali, che non sempre capisco. Come tanti liberi professionisti, sta lavorando da casa, generalmente di notte o all’alba. Dal 4 maggio le chiederanno di tornare in studio, ma lei dirà di no. Non può: non se la sente di rischiare affidando il bambino alla nonna, molto anziana. Spera di conservare il posto fino a giugno, quando la didattica online finirà e la sua tata, precaria della scuola, potrà tornare da lei.

Si fa presto a dire “bonus baby sitter”. Non è solo una questione di soldi, ma di conoscenza e di fiducia. Era così anche prima del Covid: non solo perché prima di affidare il figlio a estranei ci si pensa, ma perché non è facile incrociare domanda e offerta. Di questo, forse, potrebbe riuscire a occuparsi il settore pubblico. Magari con un portale cui potersi iscrivere e dove incrociare le reciproche esigenze.

Un acceleratore di disuguaglianze

Questo è il Covid, se il settore pubblico non trova il modo di intervenire: un formidabile acceleratore di disuguaglianze. I bambini provenienti da famiglie in condizioni di difficoltà economica e sociale sono quelli che patiranno di più, costretti in case poco confortevoli, spesso senza spazi verdi e senza adulti in grado di farsi carico delle loro esigenze. Che ne è di loro quando il controllo della scuola non c’è, non ci sono neppure gli spazi di aggregazione o lo sfogo del parchetto sotto casa?

Chi può permettersi di pagare una tata a tempo pieno potrà tenersi il lavoro. Oppure, chi ha sufficienti risorse finanziare, potrà scegliere di non lavorare. L’occupazione femminile, così preziosa, vitale e spesso malpagata, è in serio pericolo. Non è un problema “solo” di emancipazione e autonomia: con un solo stipendio (ammesso che ci sia e non sia precario) le famiglie con figli piccoli sono a rischio di impoverimento.

A questo dovremmo cominciare a pensare prima di subito, o il ritorno alla “normalità” sarà impossibile. E quella stessa normalità sarà molto più cattiva e brutale di prima.

(foto di Marina Marzulli, rielaborate da Marta Belotti)

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