93FE310D-CB37-4670-9E7A-E60EDBE81DAD Created with sketchtool.
< Home

ArtDate 2021: il ritornello stanco del “tempo sospeso”

Articolo. Il cosiddetto “tempo sospeso” non deve essere per forza tempo di attesa o tempo perduto. Forse è ora di cambiare punto di vista, per voltare pagina e cominciare a riconfigurare il futuro in modo costruttivo. A cominciare dalla mostra “Statements” (12 novembre-9 gennaio, Palazzo della Ragione), evento centrale di ArtDate 2021

Lettura 3 min.
Lawrence Weiner, Statement (tbc), 2021, Courtesy of the artist

Tempo sospeso o tempo riconquistato? Abbiamo davvero il diritto di proclamarci (comodamente) in stand-by, confortati dal ritornello del “tempo sospeso della pandemia”? Ed è davvero così gratificante per noi continuare a riproporre il leitmotiv di Bergamo “città-simbolo della lotta al Covid”, una delle preferite dalla retorica della pandemia? Il destro per una riflessione aperta ce lo offre il Festival di arte contemporanea ArtDate che, organizzato da The Blank d’intesa con il Comune di Bergamo, si svolge a Bergamo dall’11 al 14 novembre.

Quello del “Tempo sospeso” è il tema affrontato nella XI edizione dell’evento, che propone “un’ampia riflessione sull’indeterminatezza e apprensione che sta caratterizzando questo indimenticabile periodo di cui tutti noi siamo protagonisti e testimoni, fase storica anche però densa di aspettative e desideri”.

Al cuore di una quattro giorni di incontri, proiezioni, visite guidate, aperture a tema nelle gallerie cittadine, è la mostra “Statements” – che si inaugura giovedì 11 novembre alle ore 19 al Palazzo della Ragione in Città Alta e sarà visitabile fino al 9 gennaio. Ventisei artisti, di assodato prestigio internazionale, hanno accettato l’invito a lanciare al mondo una propria dichiarazione in forma visiva e testuale, uno statement appunto.

Ogni dichiarazione avrà un momento di fruizione collettiva, appesa per un giorno al balcone di Palazzo della Ragione, e poi andrà ad incastonarsi all’interno, nel percorso espositivo che riunisce tutti i lavori prodotti, grazie all’allestimento di Maria Marzia Minelli.

Gli artisti coinvolti sono di riconosciuto valore e vale la pena di nominarli tutti: Cory Arcangel, John Armleder, Ed Atkins, Elmgreen & Dragset, Nathalie Djurberg & Hans Berg, Cao Fei, Regina José Galindo, Ryan Gander, Kendell Geers, Shilpa Gupta, Alfredo Jaar, Emily Jacir, Luigi Ontani, Yan Pei Ming, Diego Perrone, Jack Pierson, Paola Pivi, Pipilotti Rist, Pamela Rosenkranz, Marinella Senatore, Cally Spooner, Pascale Marthine Tayou, Goran Trbuljak, Nora Turato, Francesco Vezzoli e Lawrence Weiner.

La mostra “Statements”, a cura di Stefano Raimondi, è presentata con queste parole: “Molti dei più importanti artisti internazionali lanceranno una propria dichiarazione al mondo dal balcone del Palazzo della Ragione di Bergamo, città simbolo della lotta alla pandemia”. E ancora, una “mostra-simbolo che sintetizza attraverso nuove opere di alcuni tra i più importanti artisti internazionali la traumatica esperienza della pandemia vissuta da tutto il mondo negli ultimi due anni. La mostra si tiene a Palazzo della Ragione in Piazza Vecchia a Bergamo, città simbolo del dramma del Covid e della volontà di resistere e ripartire”.

Dunque, se è vero che le parole sono azioni a tutti gli effetti come anche questi artisti sembrano voler gridare, tra i tanti statements esposti personalmente ne scelgo uno: BASTA, di Lawrence Weiner.

Il “tempo sospeso” della pandemia non può diventare un alibi per stare fermi. Forse è giunta l’ora di cambiare punto di vista e chiederci quante sono le opportunità importanti che questo “tempo sospeso” ci ha offerto e continua ad offrirci.

Per prima cosa il “tempo sospeso” ci ha offerto il tempo. E non è poco, per noi che fino a due anni fa non facevamo altro che lagnarci di non avere mai tempo. Ma ripensandoci, con quale scopo reale correvamo sempre, tutti, così tanto?

E poi ci sono tutti i nodi che il tempo sospeso ha portato al pettine, costringendoci a non fare più finta di nulla: la crescente povertà, la disuguaglianza, l’ingiustizia, l’ostracismo della vecchiaia, la cultura come vetrina, la voragine delle relazioni intergenerazionali, il virus letale che siamo noi per l’ambiente.

Arrivati a questo punto, quelli del “tempo sospeso della pandemia” e della “città simbolo della lotta contro il Covid”, cominciano a rivelarsi stanchi ritornelli. E come ogni ritornello che si rispetti, sono un invito a ripetere, che finisce per oscurare le sfaccettature declinate nelle strofe.

Secondo quale dimostrata formula l’irrompere del Covid nelle nostre vite si traduce in un arresto temporale non solo soggettivo ma anche oggettivo? E perché abbiamo l’arroganza di ricondurre al tempo e al modello unico lombardo, o più ancora nello specifico bergamasco, un’esperienza che invece ha avuto una straordinaria articolazione territoriale, negli eventi come nelle risposte? Possiamo attribuirci il diritto di proclamare l’arresto del tempo a causa del Covid?

Lucrezio ci viene in soccorso rammentandoci che “in uno tempore, tempora multa latent” (“in un istante si celano una pluralità di tempi”). Ci sono più tempi possibili che si intrecciano all’interno di uno stesso tempo, ed è ora di farne tesoro se vogliamo approfittare, noi che non facevamo che lamentarci di stare male senza rimedio, dell’opportunità che ci è offerta di inventarci un nuovo modo di stare al mondo, facendo tesoro degli errori.

Continuiamo a “cantare” il ritornello del “tempo sospeso”, per non farlo vedere per quello che è: una responsabilità. Era il 27 marzo 2020, il mondo da due settimane sapeva che il Covid-19 era una pandemia, e in una piazza San Pietro deserta Papa Francesco già lanciava il suo statement: “Cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. […] Il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è”.

Questo in verità dovrebbe essere il compito degli artisti: essere sensori, come noi non sappiamo essere, del presente e del futuro. Il loro compito non è quello di scrivere ritornelli, ma di tracciare le strofe che noi non sappiamo scrivere.

Approfondimenti