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Che cosa è o meglio che cosa non è la metafotografia?

Articolo. Lo abbiamo chiesto a Mauro Zanchi e Sara Benaglia, curatori per BACO della mostra “Metafotografia (2). Le mutazioni delle immagini” al Palazzo della Misercordia Maggiore di Bergamo fino al 31 ottobre

Lettura 3 min.
“11 messaggi speciali” (Bari, 2019) (Fabrizio Bellomo)

Secondo il grande fotografo Neil Leifer la fotografia non mostra la realtà, ma l’idea che se ne ha”. Concetto banale e ormai assimilato? Siamo sicuri che ci si riferisca soltanto all’incursione dell’universo soggettivo nei territori di quel medium, la fotografia, che forse troppo rapidamente abbiamo derubricato nelle categorie del “ritratto della realtà” e dell’“istante rubato” allo scorrere del tempo? Ma se ammettiamo che dentro la fotografia non c’è soltanto un frammento del reale, ma qualcosa in più, allora che cos’è quel qualcosa? È qualcosa che sta dentro o fuori di noi? Che si colloca nel passato o profetizza il futuro?

Risiede in questi sconfinamenti dell’immagine fotografata l’esplorazione di “Metafotografia”, il progetto ideato da Mauro Zanchi e Sara Benaglia per BACO_Base Arte Contemporanea Odierna, “osservatorio” non solo espositivo sull’arte contemporanea ospitato nell’antico Palazzo della Misericordia Maggiore in via Arena 9 a Bergamo.

È qui che fino al 31 ottobre possiamo visitare “Metafotografia (2). Le mutazioni delle immagini”, secondo capitolo con la formula mostra + volume, che si propone di esplorare ciò che la fotografia non ha ancora “fotografato”. Per smentire la convinzione che con il diluvio di immagini che ormai ha travolto la nostra epoca non sia rimasto nulla da fotografare (e da vedere). “È necessario rapportarsi con l’immagine anche con un’altra prospettiva – spiegano i curatori – intendendola come porta utile per tornare a vedere ciò che non vediamo più o che non abbiamo ancora intuito”.

“Once they told me I could be anything” (2020)
(Foto Claudio Beorchia)

Che cos’è la Metafotografia?

È un campo aperto di ricerca che è ancora difficile chiudere una definizione ma che sappiamo con certezza esistere. Non a caso i curatori procedono per negazioni: “Metafotografia non è un movimento artistico. Non è nemmeno una forma tardiva di avanguardia. È il nome modificabile che è stato dato a un processo aperto, a una ricerca iniziata nell’ambito della fotografia italiana a cavallo tra il primo e il secondo decennio del Duemila. Metafotografia non è solo un testo che non parla di fotografia, ma è anche una pubblicazione che vuole immaginare come si possa costruire un coro a più voci per raccontare come stia cambiando oggi il modo di fare e pensare l’immagine, dentro e oltre i mezzi che le producono. Metafotografia semmai è un campo per allenarsi a non pensare che l’atto del vedere sia assorbire in modo neutro qualcosa che sta lì di fronte bello e fatto, ad andare oltre i limiti del visibile, al di là delle entità che ancora non vediamo, oltre l’illusione che esista qualcosa che si possa sentire solo con la vista”.

“Pointing at a New Planet” (2020)
(Foto IOCOSE)

Come chiavi di lettura delle opere esposte ci consegnano non descrizioni ma interrogativi: “ Una volta fotografato, il mondo è ancora lo stesso rispetto al momento precedente lo scatto? Le immagini possono sottrarre qualche frammento di realtà allo scorrere del tempo? Sarà possibile intervenire con la tecnologia e far vedere qualcosa molto prima che accada?”.

Le immagini guida

In principio, ossia nel primo capitolo di indagine sulla Metafotografia tenutosi lo scorso anno, fu un’immagine conturbante: quella di un uomo che reggeva una bambina che stava in piedi sul palmo della mano. Pareva un’immagine d’epoca ma la posa era talmente inverosimile da farci dubitare che la foto fosse autentica.

Oggi l’immagine guida è quella del codice a barre che contrassegna la copertina del catalogo, edito da Skinnerboox, che accompagna la mostra. Gli algoritmi di correzione dell’immagine, il deep web, la codificazione dell’immagine in stringhe di numeri, l’archivio, l’utilizzo delle telecamere di sorveglianza e dello scanner: sono solo alcuni esempi di “fotografie” che pure non nascono dall’obiettivo tradizionale, interrogandoci sui cambiamenti sociali e tecnologici che hanno profondamente cambiato la natura stessa dell’immagine.

Gli artisti

Per esplorare il campo sconosciuto della Metafotografia, il progetto si muove tra “la meglio gioventù” della ricerca fotografica italiana contemporanea. La distinzione tra fotografia e immagine si fa infatti ogni giorno più sottile. Così, sono state privilegiate quelle ricerche che rendono sempre meno netto questo confine. In questa seconda tappa della ricerca sono esposte opere di Fabrizio Bellomo, Claudio Beorchia, Federico Clavarino, Ezio D’Agostino, Discipula, Teresa Giannico, IOCOSE, Silvia Mariotti, Luca Massaro, Filippo Minelli, Francesco Pozzato, Alessandro Sambini ed Emilio Vavarella.

“What Things Are Not (2016)
(Foto Filippo Minelli)

E che la fotografia non sia soltanto un “istante privilegiato” fissato nel tempo, ma che contenga anche qualcosa che va oltre, sconosciuto ma percepibile, ci appare lampante: che cosa si nasconde sotto il lenzuolo di acqua cristallina steso ad asciugare sullo stendibiancheria da Filippo Minelli? Com’è possibile che la “parola” diventi scrittura nel paesaggio contemporaneo, trasformandosi in luogo e immagine, come documenta Luca Massaro? Come è riuscito Federico Clavarino a scovare nella quotidianità il ripetersi del gesto più iconico e potente della Creazione (michelangiolesca)?

Il presagio

In filigrana, Metafotografia, è anche una “reazione visiva” a quel “ capitalismo della sorveglianza che ha varcato la soglia delle nostre vite interiori, per cui il timore è che anche la produzione visiva e culturale di ciascuno sia ampiamente premeditata perché eteronoma, ovvero regolata da altri, su un cammino che porterebbe alla convergenza di uomo e macchina”.

Il premio

“Metafotografia (2)” è stato selezionato come migliore progetto fra i 48 partecipanti da tutta Italia a “Exhibit program 2020”, il bando elaborato dal Ministero dei Beni Culturali per incentivare le buone pratiche e la qualità delle mostre d’arte contemporanea in musei pubblici e spazi no profit.

I progetti sono stati vagliati da una commissione d’eccezione, presieduta da Fabio De Chirico, Presidente della Direzione Generale Creatività Contemporanea: Giulia Ferracci, Curatrice presso il Museo MAXXI di Roma; Luca Lo Pinto, Direttore del Museo MACRO di Roma; Cecilia Guida, Docente di Storia dell’arte contemporanea all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino; Denise Ottavia Tamborrino, Funzionario MiBACT per la Direzione Regionale Musei Emilia Romagna e vicepresidente del Comitato tecnico-scientifico per l’arte e l’architettura contemporanee del MiBACT.

Sito BACO

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