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Il cosplay, divertimento ma anche riflessione su identità di genere e discriminazione sessuale

Articolo. Quella di trasformarsi in un personaggio dei manga non è solo un passatempo, ma un’arte che richiede cura e passione. Raccontando molto dei problemi della nostra società

Lettura 4 min.
Nejire (Valentino Frigerio)

Fin da piccola ho sempre amato guardare i cartoni animati trasmessi da Italia Uno. Rimanevo incantata di fronte a quei disegni e a quelle storie. In un certo senso si può dire che sono cresciuta con loro e grazie a loro. A quel tempo non sapevo ancora che quei prodotti venissero realizzati in Giappone, ero solo sicura che su di me esercitassero un fascino incredibile. È stato durante l’adolescenza che ho iniziato a guardare assiduamente sempre più anime, a leggere manga e infine a fare cosplay.

Ma di cosa sto parlando? Fare cosplay è un hobby che consiste nel vestirsi come un personaggio copiandone anche il modo di agire. I personaggi interpretati possono appartenere al mondo fantasy, dei videogiochi, delle serie tv, dell’animazione oppure essere anche animali umanizzati.

Cosplay come aggregazione

All’inizio non è stato semplice. Oggi questo hobby è diventato più comune: ci sono moltissimi shop online che vendono costumi e parrucche, ormai quasi ogni città ha la sua fiera del fumetto e sui social rimbalzano ovunque foto di persone in cosplay. Ma cinque anni fa questa era una passione più di nicchia. Ricordo ancora il mio primo vestito, davvero orrendo a ripensarci oggi, ma all’epoca mi diede una enorme soddisfazione. Mi sentivo orgogliosa di quello che ero riuscita a creare ma soprattutto non scorderò mai l’emozione della prima volta in cui sono andata in una fiera come cosplayer. Mi sembrava incredibile che in quel luogo ci fossero centinaia di persone con i miei stessi interessi. Questo per me è stato uno stimolo ad aprirmi e a superare la timidezza.

Il bello di una fiera è proprio questo: poter fare nuove conoscenze sapendo già di avere qualcosa in comune. E da semplici incontri casuali posso nascere grandi amicizie o grandi amori rigorosamente in costume. Così è accaduto a me: alla prima fiera in cui andai con il mio cosplay sgangherato conobbi un ragazzo anche lui con il suo primo costume alla sua prima fiera. Insomma, galeotto fu il cosplay.

Le amicizie nascono sia dal vivo che online. Piattaforme come Facebook e Instagram hanno reso più semplice la creazione di grandi community di appassionati italiani (Cosplayer In Italia o Cosplay Universe). Sono luoghi virtuali dove è possibile mostrare i propri lavori e farsi conoscere, cercare e caricare foto con il proprio cosplay e scambiarsi consigli utili. Fra i due social, Instagram è quello che permette con più facilità di sorpassare i confini italiani e raggiungere cosplayers di altri paesi, dove magari l’approccio al proprio corpo è molto diverso da quello occidentale.

Cosplay come libertà di espressione

Fare cosplay è anche interpretare qualcun altro per un giorno rimanendo infondo sempre se stessi. Ognuno è libero di impersonare qualsiasi personaggio senza alcun tipo di limitazione o barriera. C’è chi sceglie una figura del proprio genere o di quello opposto – e allora parliamo di crossplay. E chi vuole modificare le caratteristiche fisiche originarie, ad esempio, di Goku (Dragon Ball) o di Sakura (Naruto) facendone la propria versione rispettivamente al femminile o al maschile, quello si definisce genderplay.
Il crossplay in altre parole maschera le proprie caratteristiche fisiche per lasciare percepire solo il genere del personaggio scelto. Il genderplay invece personalizza l’aspetto e il vestiario di un personaggio per renderlo del proprio stesso genere, facendone una versione alternativa.

È chiaro che la scelta di essere un cosplayer sfida anche tutti i vecchi stereotipi sulle realtà di genere che il nostro Paese si porta ancora dietro. Ma in fondo fare cosplay può anche essere solo un gioco oppure un gesto di libertà utile a ricercare il proprio posto nel mondo. Ci si trasforma per divertimento, ma a volte anche per capire chi si è veramente.

Tamamo
(Foto Giuliano Gorghetto)

L’altro lato della medaglia

Purtroppo però non tutto ciò che riguarda il fare cosplay è positivo. Ancora oggi c’è chi considera questa attività come infantile, sciocca, narcisistica. Spesso il cosplayer è visto come un bambinone che rifiuta di crescere e si rifugia in un mondo fittizio fatto di cartoni animati e statuine in pvc. Ma la realtà è ben diversa. Il cosplay non è indossare un costume per rendersi ridicoli in fiera. Non è una ‘’carnevalata’’. Il cosplay è passione e arte.

Spesso chi non appartiene a questo mondo non sa quanto tempo comporti realizzare un cosplay. Gli abiti cuciti interamente da me ad esempio richiedono mesi per la creazione e anche quelli acquistati da internet hanno comunque bisogno di numerose modifiche. Sono ore e ore passate di fronte alla macchina da cucire per imparare la tecnica giusta ed essere un buon autodidatta. Ma sono anche le bruciature date dalla colla usata per costruire gli accessori e la fatica nel districare e acconciare le parrucche. Senza contare la vestizione e il trucco, che di solito richiedono almeno un’ora di lavoro. La cura per i dettagli, lo studio del personaggio, la scelta dei materiali e dei colori sono tutti aspetti fondamentali per avvicinarsi il più possibile all’originale. E testimoniano una forte dedizione verso questo mondo.

Cosplay is not consent

Se le critiche non mancano, di certo non mancano anche le offese gratuite. Soprattutto se si è donne in Italia. Spesso i personaggi femminili nei fumetti vengono rappresentati con forme prosperose e con abiti molto corti, talvolta provocanti. Questo porta le cosplayers che decidono di interpretarli a ricevere, soprattutto online, insulti, apprezzamenti volgari, allusioni sessuali fino a vere e proprie molestie in chat. Come se indossare una parrucca o un vestito particolare significasse automaticamente dare la propria disponibilità sessuale. Del resto anche per molte persone una ragazza in minigonna che subisce una violenza sessuale “in fondo se l’è cercata”. In questo senso il cosplay è un’ottima cartina al tornasole del sessismo diffuso ancora nella nostra società.

Le molestie non avvengono solo in chat ma pure durante le fiere. Per questo è nato il movimento ‘’Cosplay is not consent’’. Una campagna partita negli Stati Uniti, che spinge a un maggiore controllo da parte degli organizzatori delle fiere, per prevenire determinati tipi di comportamenti molesti. Con l’affissione di volantini e cartelloni si cerca di sensibilizzare i partecipanti agli eventi su questo tema.

“Cosplay is not consent” è stata adottata anche nel nostro Paese: più volte ho sentito ragazze, perfino minorenni, denunciare di essere state vittime di episodi spiacevoli. Un selfie può diventare l’occasione toccare le parti intime del corpo. Un apprezzamento troppo pesante può diventare dispregiativo e lesivo. Una fotografia da un’angolazione inappropriata diventa l’occasione per fotografare la biancheria intima invece che la bellezza del costume. E c’è pure chi insulta direttamente ad alta voce. Insomma, in gioco c’è la dignità delle donne, non meno che nella realtà di tutti i giorni. Ma pure i maschi vengono importunati, nonostante il numero dei casi sia decisamente inferiore.
Il retropensiero di queste azioni assolutamente inopportune è che chi fa cosplay “mette in conto” di ricevere attenzioni sessuali. Niente di più sbagliato. Il cosplayer è un artista, non di certo un oggetto sessuale, e il problema è dell’autore della molestia, non di chi la subisce.

Di conseguenza il cosplay è un passatempo, un gioco divertente, che però si porta dietro anche degli aspetti molto importanti. Da un lato è una forma di espressione, aggrega e costruisce comunità. Dall’altro fa venire a galla e si confronta con alcune questioni sociali (l’identità di genere, la discriminazione sessuale) non meno di altri contesti del presente. È una nicchia che si allarga, e intanto filtra i valori positivi e le criticità di un contesto sociale, come ogni cultura che si rispetti.

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