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La New York di Antonio Rovaldi, fra terzo paesaggio, antropocene e rewilding

Articolo. Alcune considerazioni sulla mostra fotografica “Il suono del becco del picchio” fino al 17 maggio, grazie a GAMeC. Il futuro comincia negli spazi al margine degli scatti dell’artista parmense

Lettura 4 min.
Antonio Rovaldi, “Belt Pkwy and Paerdegat Basin, Brooklyn”

Se si smette di guardare il paesaggio come l’oggetto di un’attività umana subito si scopre (…) una quantità di spazi indecisi, privi di funzione”. Così l’agronomo, entomologo e paesaggista Gilles Clément scrisse nel suo “Manifesto del Terzo paesaggio” in cui proponeva un nuovo modo di guardare lo spazio, alla ricerca di quei residui sparsi di terre vuote, sospese, indefinite. Terre di mezzo che in realtà si rivelano preziose “riserve”, dove possiamo osservare i meccanismi di rigenerazione della natura, per elaborare modelli per rigenerare l’intero pianeta.
Possono essere i lunghi nastri del waterfront che segnano la fine di New York e l’inizio dell’Oceano, ma possono essere anche “spazi” politici, sociali, antropologici, fino al singolo ciuffo d’erba che continua imperterrito a ricrescere, non si sa come, in una crepa aperta nell’asfalto.

La mostra

In queste aree ai margini, dimenticate e considerate inutili perché inabitate e improduttive, che si avventura, rigorosamente camminando, l’artista Antonio Rovaldi (Parma, 1975, vive e lavora tra Milano e New York). Ne nascono un reportage fotografico e un volume a dir poco sorprendenti, presentati dalla GAMeC nella mostra “Il suono del becco del picchio”, allestita fino al 17 maggio, nell’Ala Vitali di Accademia Carrara.

Curata dal direttore GAMeC Lorenzo Giusti, insieme a Steven Handel, Visiting Professor di Ecologia alla Graduate School of Design dell’Università di Harvard, e alla Design Critic Francesca Benedetto, la mostra fotografica si muove al passo di Rovaldi presentandoci New York, la metropoli più iconica al mondo, dal punto di vista delle sue periferie e dei bordi estremi dei suoi cinque boroughs (Manhattan, Brooklyn, Queens, The Bronx, Staten Island).

Vaste lagune in prossimità dell’oceano, svincoli autostradali, zone incolte e non facilmente accessibili, detriti urbani e grandi silenzi. Che cos’è questa New York? Non è una città ma non è neanche un parco, è una zona “grigia” senza luci né ombre, ma è un luogo che ci fa sperare che gli equilibri tra uomo e natura, sia pur fragili, non si siano ancora completamente spezzati.

Antonio Rovaldi “West 33rd St and Bay View Ave, Brooklyn“

Boroughs

È lo stesso Rovaldi a raccontare il suo “metodo” di esplorazione: camminare, guardare e ascoltare. Davvero alla portata di tutti coloro che vogliono scoprire le piccole e grandi terre di confine, perché ce ne sono ovunque: “mi sono spinto lungo i bordi dei cinque boroughs della città che, nella loro diversità, compongono l’immagine complessa di New York. Ho camminato e fotografato intorno al suo perimetro perché volevo vedere, fuori dai libri di fotografia e da Google Maps, le zone più nascoste: aree di verde spesso circondate da recinzioni metalliche, dove è ancora possibile ritagliarsi un angolo di silenzio per riflettere sul senso di distanza da casa. Le recinzioni che circondano la città spesso non permettevano al mio corpo e al mio sguardo di andare oltre, così restavo al di qua, cercando di sfuggire l’occhio bionico delle telecamere e i cartelli con la scritta ‘Keep Out’. Se trovavo un varco tra quelle reti, a tratti accompagnato da una sensazione di disagio, mi assottigliavo e passavo dall’altra parte. Spesso raggiungevo la fine di una strada e mi trovavo davanti a un cartello giallo con la scritta End…”.

Antonio Rovaldi, “Between Beach 40st and Beach 67 St, Rockaway Beach Broadwalk, Queens”

This is the end

La fine di quelle strade segnava il confine tra il cemento della città e le aree di verde, canali inquinati, lagune e le spiagge dell’oceano. La maggior parte delle volte ho scattato fotografie in una condizione di pace e di silenzio quasi irreale, in quei luoghi dove la densità del cemento sfuma all’improvviso e la natura torna a espandersi, l’acqua ritrova le spiagge sulle quali depositare i suoi detriti e l’orecchio la dimensione perfetta per ascoltare il suono della città, vicina e lontana al tempo stesso. In queste aree di verde spontaneo le oche canadesi covano le uova e i limuli, strane creature dell’oceano, si arenano corazzati e primordiali sulle spiagge ricordandoci che New York City potrebbe essere una città fantasma emersa dagli abissi milioni di anni fa o improvvisamente destinata a sprofondare per sempre nelle acque grigie dell’oceano.”.

In esposizione, cinquanta fotografie in bianco e nero in stampa analogica, mappe geografiche, un’installazione sonora e due sculture in bronzo: la copia di un limulo, creatura pleistocenica che ancora oggi si spiaggia lungo l’East Coast americana, e il detrito di una tastiera ritrovata lungo una spiaggia di Staten Island, dritta come una divinità totemica emersa dalle acque grigie dell’oceano. Completa l’allestimento il video “The Rest of the Images”, realizzato in collaborazione con la regista Federica Ravera, che documenta la pratica dell’artista.

Antonio Rovaldi, “Inside Spring Creek Park, 159th Ave and 78th St, Queens”

Le vere “riserve”

È vero, stiamo parlando di arte ma il lavoro di Rovaldi è una delle rare incursioni di tipo visivo negli spazi marginali, a fronte di importanti e storici riferimenti letterari, di cui non possiamo fare a meno. In primis, un’ispirazione dichiarata dallo stesso Rovaldi: il bestseller di Alan Weisman “Il mondo senza di noi”, nel quale la risposta alla domanda “Che cosa succederebbe se l’uomo scomparisse dalla faccia della terra?” è la descrizione di una travolgente, sistematica, inarrestabile riconquista della natura. E poi, inevitabilmente, il già citato saggio di Gilles Clément.

Negli ultimi anni, poi, nuovi vocaboli sono entrati prepotentemente tra le pagine del nostro dizionario, alimentando nuove e controverse visioni del nostro futuro, non solo ecologico.
Il primo, già popolarissimo, è Antropocene, la nuova era geologica che secondo gli scienziati stiamo vivendo, caratterizzata dalla determinante impronta dell’uomo sull’ecosistema globale. Da non perdere “Antropocene – L’epoca umana”, film di rara suggestione di Jennifer Baichwal, Edward Burtynsky e Nicholas de Pencier, dove tra i nuovi paesaggi dell’uomo compaiono anche le cave di marmo di Carrara e l’acqua alta a Venezia.

Rewilding

Il secondo neologismo è “rewilding”, il processo di rinaturalizzazione propugnato dallo scrittore britannico George Monbiot: l’uomo faccia un passo indietro, resista alla pulsione di controllare la natura e consenta alla natura di rimettere in moto i propri meccanismi per trovare da sola la propria strada. Facciamo “scivolare via la civiltà, leggera, come un accappatoio”, senza preoccuparci di ciò che potrà succedere: “Il rewilding – scrive – non ha punti di arrivo, non ha visioni rispetto a cosa un giusto ecosistema o un giusto gruppo di specie debba assomigliare. Lascia che sia la natura a decidere ”.
Tra questi due poli, che continuano a far discutere, a noi non resta che intravedere il nostro futuro dalle “finestre” degli spazi di confine. È da qui che il nostro sguardo è attirato sugli animali selvatici che hanno colonizzato la zona di esclusione per radiazioni pericolose di Chernobyl e Fukushima, oppure sui germogli che stanno già spuntando nelle zone australiane del Nuovo Galles del Sud, dopo l’ondata di devastanti incendi che qui si è placata solo alla fine del 2019.

Antonio Rovaldi, “Inside Spring Creek Park, 159th Ave and 78th St, Queens”

Public program

Il reportage di Rovaldi evoca immediatamente scenari ecologici, ma non solo. Se ci pensiamo, infatti, nella società liquida contemporanea il Terzo Paesaggio non è solo quello geografico ed ecologico, ma anche quello politico, sociale, antropologico. Così, in parallelo alla mostra, la GAMeC in collaborazione con Accademia di Belle Arti G. Carrara, Bergamo Film Meeting, Orlando. Identità, relazioni, possibilità e Festival Danza Estate promuove “Public Program”. In una serie di laboratori, escursioni, esplorazioni, incontri e conferenze che coinvolgeranno artisti, architetti, urbanisti, filosofi e scrittori, il “metodo di indagine” di Antonio Rovaldi a New York sarà applicato anche all’esplorazione dei i confini della città di Bergamo..

Accademia di belle arti G. Carrara, .

Sito GAMeC

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