Fu proprio quell’atmosfera sospesa, fatta di strade silenziose, nebbia e isolamento, ad attirare il cinema nel Villaggio operaio di Crespi d’Adda, adagiato sulle rive dell’Adda, tra il Bergamasco e il Milanese. Negli anni Ottanta, il progressivo stato di decadenza ne accentuò il fascino scabro e malinconico, quasi onirico, trasformandolo nell’ambientazione ideale per noir e thriller dal gusto classico, tanto da richiamare l’interesse di alcuni tra i più acclamati cineasti del genere.
Non sorprende, allora, che anche Dario Argento avesse preso in considerazione Crespi d’Adda per «Profondo rosso» (1975), recandosi personalmente sul posto per un sopralluogo. Il regista valutò di ambientarvi una delle sequenze del film, ma alla fine scelse il Cimitero Monumentale di Perugia. Eppure, il fascino senza tempo del cimitero di Crespi non lo lasciò indifferente e, negli anni, il borgo è stato spesso associato all’immaginario argentiano, pur senza essere mai comparso in una sua pellicola. Una suggestione che ha resistito nel tempo, contribuendo a trasformare Crespi d’Adda in una meta ricercata da giovani registi e appassionati del cinema di genere, attratti dalle atmosfere sospese e inquietanti che il villaggio continua ancora oggi a evocare.
Non è un caso. Negli ultimi anni il fenomeno del cineturismo ha registrato una crescita significativa: sempre più turisti scelgono di visitare le località che hanno fatto da sfondo a celebri produzioni cinematografiche. Il caso di « Chiamami col tuo nome » (2017), diretto da Luca Guadagnino, dimostra quanto il cinema possa incidere sull’attrattività di un territorio. Anche Crespi d’Adda, seppur con una storia diversa, ha saputo trasformare il proprio legame con la settima arte in un’opportunità di valorizzazione.
In questo approfondimento Giorgio Ravasio, presidente dell’Associazione Crespi D’Adda, ci accompagna alla scoperta del villaggio operaio, raccontando come le sue atmosfere abbiano ispirato scrittori e registi e come i suoi spazi siano diventati, nel tempo, un autentico set cinematografico.
Crespi d’Adda, dalla fabbrica al Patrimonio Unesco
Crespi d’Adda, frazione di Capriate San Gervasio, si trova a circa venti minuti da Bergamo ed è sorto attorno al complesso industriale di fine Ottocento, dove gli operai vivevano nelle abitazioni costruite accanto allo storico cotonificio. «Negli anni Novanta il riconoscimento Unesco non aveva ancora il valore turistico che gli viene attribuito oggi», racconta Ravasio, impegnato nella valorizzazione culturale del borgo e tra coloro che hanno contribuito al suo riconoscimento come patrimonio dell’umanità. «Un gruppo di giovani, prendendo il testimone da Angelo Mariani, autodidatta locale, decise di rivolgersi direttamente all’ufficio Unesco di Parigi per evitare che il villaggio venisse stravolto da nuovi interventi edilizi. Per un borgo così piccolo, quel riconoscimento arrivato nel dicembre del 1995 ha rappresentato un passaggio decisivo».
Ma prima della rinascita, Crespi d’Adda attraversò un lungo periodo di declino. Con la crisi del settore tessile, tra gli anni Settanta e Ottanta il cotonificio ridusse progressivamente la produzione. La fabbrica chiuse definitivamente nel 2003. Con lo stabilimento chiusero anche la cooperativa, l’ufficio postale, il centro sportivo e molti altri servizi che avevano scandito la vita della comunità. «Il villaggio si svuotava lentamente, mentre cresceva un senso di abbandono», ricorda Ravasio.
Il volto oscuro di Crespi
Proprio quel declino inarrestabile contribuì a trasformare Crespi d’Adda in uno scenario ideale per il filone dell’horror e del thriller italiano che, tra gli anni Settanta e Ottanta, aveva trovato in luoghi perturbanti la propria cifra distintiva. In quegli anni, infatti, Lamberto Bava, storico collaboratore di Dario Argento e figlio del celebre Mario Bava, vi girò «Macabro» (1980), prodotto dai fratelli Pupi e Antonio Avati. Il cimitero appare nei primi minuti della pellicola, avvolto dalla nebbia, diventando la perfetta cornice di una storia ambientata in realtà nei meandri oscuri di New Orleans e ispirata a un fatto realmente accaduto. La protagonista, Jane Baker, è una giovane donna sposata e madre di due bambini, che incontra segretamente il proprio amante nella casa di un giovane cieco. Dopo che la figlia, scoperta l’infedeltà della madre, uccide il fratellino per vendetta, una serie di eventi tragici sconvolge la vita di Jane. Il cimitero di Crespi ritorna nella pellicola quando quest’ultima fa visita alla tomba dell’amante.
«18 regali» di Francesco Amato (2020)
Nel frattempo, l’immagine di Crespi d’Adda è profondamente cambiata. Un percorso di valorizzazione culturale ha contribuito a trasformare lo sguardo sul villaggio, passato da luogo segnato dal declino industriale a patrimonio storico capace di generare nuove energie. «La mia ambizione è sempre stata quella di diventare un manager della cultura - racconta Giorgio Ravasio - perché più si genera cultura, più si crea un meccanismo automatico di valorizzazione: c’è chi ristruttura le proprie abitazioni, chi apre nuove attività commerciali, chi recupera spazi e infrastrutture come la centrale idroelettrica, aprendo anche il tema dell’autosufficienza energetica».
«Siamo riusciti a far vedere il bello di ciò che negli anni Ottanta veniva considerato “brutto”», aggiunge Ravasio, cogliendo il cambiamento di percezione vissuto dal villaggio. Anche cinematografia ha contribuito a questa trasformazione. Un esempio è la pellicola «18 regali» di Francesco Amato, con Vittoria Puccini, Edoardo Leo e Benedetta Porcaroli, girato all’interno di una casa operaia di via Cavour. È ispirato alla storia vera di Elisa Girotto, una donna che, dopo aver scoperto di essere malata di tumore, lasciò diciotto doni alla figlia affinché le venissero consegnati ogni anno fino al suo diciottesimo compleanno. Girato in larga parte a Crespi, il film valorizza le case ordinate e colorate del villaggio, trasformandole nello sfondo di un’atmosfera familiare e sospesa. Il cortile delle abitazioni operaie ospita le scene del battesimo della figlia e del matrimonio, mentre la luminosità degli spazi crea un forte contrasto con il dramma della madre, costretta ad affrontare una malattia incurabile. Qui prende forma l’incontro-conflitto immaginario tra madre e figlia, sospeso tra dolore e speranza. Non è un film sulla morte, ma sulla rinascita. Una storia di resilienza che sembra incontrare quella dello stesso villaggio.
«Guida romantica a posti perduti» (2020)
Diverso il caso di «Guida romantica a posti perduti» (2020) di Giorgia Farina, con Clive Owen e Jasmine Trinca, che ha scelto l’ex cotonificio come ambientazione principale. «La fabbrica, chiusa dal 2003, è ancora oggi il luogo che meglio conserva il fascino dell’archeologia industriale e del tempo fermo», osserva Ravasio. Il road movie racconta l’incontro casuale tra Benno, giornalista cinquantenne alcolista e Allegra, una giovane affetta da agorafobia, da cui prende avvio un viaggio attraverso i “posti perduti” d’Europa. Tra le tappe c’è anche Crespi d’Adda.
Il regista inserisce inoltre una velata critica all’abusivismo delle guide turistiche nella scena in cui Benno, al bar di corso Alessandro Manzoni 7, incontra un ragazzo che gli propone una visita all’ex cotonificio in cambio di venti euro. È proprio a Crespi che il viaggio dei due protagonisti cambia direzione: mentre camminano tra le tombe del cimitero monumentale, Allegra trova il coraggio di confidare a Benno le proprie fobie. Una scelta tutt’altro che casuale, perché il cimitero diventa il luogo in cui affrontarle e, simbolicamente, provare a superarle.
«I cammelli» di Giuseppe Bertolucci (1988)
Il complesso industriale ha affascinato anche il regista Giuseppe Bertolucci che lo ha scelto come ambientazione per una scena del film «I cammelli» (1988). Con Paolo Rossi (Ferruccio Ferri) e Diego Abatantuono (Camillo), la commedia segue il viaggio di una sgangherata compagnia diretta a Milano per partecipare a un telequiz e provare a vincere cinquecento milioni di lire. L’ex cotonificio di Crespi fa da sfondo all’eccentrica esibizione di Ferruccio davanti a un gruppo di spose incredule. La performance viene però interrotta dallo stesso protagonista, colto da un improvviso vuoto di memoria, che si allontana correndo tra i capannoni. Nelle scene successive l’azione si sposta poco distante da Crespi: Camillo riceve nel motel in cui alloggia una telefonata che lo informa della tappa successiva dello spettacolo. Alle sue spalle, attraverso la finestra della stanza, si riconosce chiaramente la cupola del Santuario di Santa Maria del Fonte a Caravaggio. La scena è girata in quello che per lungo tempo è stato l’Antico Ristorante Meris, oggi chiuso.
«Nebbia in Val Padana» (2000)
Il paesaggio crespiano fa da cornice anche a commedie stralunate. È il caso di «Nebbia in Val Padana», serie televisiva diretta da Felice Farina e andata in onda nel 2000 in prima serata su Rai 1, che riunisce Cochi e Renato (alias Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto) dopo una separazione artistica durata circa venticinque anni. La storia racconta il ritrovo di due amici d’infanzia nella fittizia Vimordore (nella realtà Brembate). Renato è un conte eccentrico che vive in una villa (Villa Gritti-Morlacchi di via Trieste) circondato da personaggi singolari, Cochi, invece, è un ex agente segreto che ricompare improvvisamente nella sua vita. Insieme si improvvisano detective, risolvendo piccoli casi locali tra giallo e comicità surreale.
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Didascalia: Il cotonificio di Crespi d’Adda
Fin dalle prime scene, con l’arrivo rocambolesco di Cochi che atterra con il paracadute nei pressi dell’Adda, il villaggio operaio offre uno scenario unico, tra campi, edifici industriali e atmosfere sospese nella nebbia. I celebri inseguimenti in auto attraversano i viali alberati di Crespi, con la loro geometria perfetta e le caratteristiche abitazioni operaie sullo sfondo, mentre pedinamenti e indagini si snodano tra la storica fabbrica tessile, il grande camino e la chiesa del villaggio, che richiama il Santuario di Santa Maria di Piazza di Busto Arsizio. Le riprese hanno coinvolto anche Grignano, Trezzo sull’Adda, Osio Sotto e l’aeroporto di Orio al Serio. Il tutto accompagnato dalla colonna sonora firmata dallo storico amico del duo comico, Enzo Jannacci.
Crespi come laboratorio cinematografico
La quotidianità dei personaggi cinematografici restituisce l’identità di una comunità nata attorno alla fabbrica. Ed è proprio questa dimensione che Giorgio Ravasio vuole continuare a valorizzare, perché «Crespi d’Adda non deve essere soltanto la memoria di un villaggio operaio, ma un modello capace di parlare anche al futuro ».
«Un’unicità che ha reso Crespi scenario di numerose storie, non solo cinematografiche ma anche letterarie, a cui si aggiungono 40 produzioni ospitate dal 2005 a oggi tra videoclip musicali, documentari e spot pubblicitari», aggiunge Ravasio, secondo cui il cinema potrebbe diventare uno strumento privilegiato per narrare questa trasformazione. «Mi piacerebbe vedere Christopher Nolan a Crespi d’Adda perché potrebbe utilizzare il Villaggio come un laboratorio cinematografico sulla società del passato e del futuro, raccontando il rapporto tra industria, individuo e libertà», conclude. Un viaggio che potrebbe trasformarsi in «una vera e propria Odissea interiore», tra la storia di un luogo nato come modello industriale e la ricerca di una nuova identità culturale. Nel frattempo, non resta che visitarlo.
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