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Internet ci ha resi tutti più cattivi?

Articolo. Oltre il cyberbullismo: cosa succede quando l’altro smette di essere una persona e diventa un contenuto da giudicare, condividere o attaccare

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(Foto lilgrapher, da shutterstock.com)

Sono anni che rimando questo articolo. Non perché mancassero gli esempi: quelli, semmai, sono sempre stati fin troppi. Il problema è che ogni nuovo episodio sembrava confermare sempre la stessa spiegazione: i social tirano fuori il peggio delle persone. È una spiegazione comoda, perché chiude il discorso. Io, invece, sospetto che il problema sia più complicato. Forse non siamo diventati tutti più cattivi. Forse abbiamo semplicemente iniziato a percepire gli altri in modo diverso. Non come persone con cui stiamo parlando, ma come contenuti su cui intervenire.

Prima di lavorare nella comunicazione ero molto attiva sui social. Commentavo gli articoli dei giornali, intervenivo nei dibattiti politici, prendevo posizione su temi divisivi. Mi piaceva il confronto, anche acceso, purché fosse un confronto. A un certo punto, però, ho smesso. Perché mi sono resa conto che stavo investendo tempo ed energie per rispondere a persone che non avevano alcuna intenzione di discutere. Volevano soltanto vincere una battaglia immaginaria contro qualcuno che, il più delle volte, nemmeno conoscevo.

Per un periodo ho curato una rubrica ironica per una pagina Facebook sul Milan. Erano pagelle, dichiaratamente scritte per prendersi gioco delle disfatte della mia squadra del cuore. L’obiettivo era semplice: farsi una risata dopo la partita. L’effetto, invece, era sempre lo stesso. C’era quello che mi spiegava che non capivo niente di calcio. Quello che mi ricordava che ero una donna e qu indi, per una misteriosa legge della fisica, avrei dovuto occuparmi di altro. Quello che mi suggeriva di tornare ai fornelli, come se il problema non fosse il mio voto a un difensore ma il mio codice fiscale. E poi c’erano gli irriducibili: quelli che aprivano profili falsi solo per mandarmi messaggi nel cuore della notte. Tutto questo per una pagella ad un centrocampista.

A un certo punto mi sono fatta una domanda molto poco filosofica: «ma chi me lo fa fare?» Da allora ho iniziato a osservare i commenti con uno sguardo diverso. La Rai pubblica la foto di una conduttrice. Tempo trenta secondi e compare il profilo con l’immagine di un fiore, di un tramonto o di un cucciolo di labrador che scrive: «Brutta». Fine. Nessun riferimento al programma, nessuna critica al lavoro, nessun argomento. Solo «brutta». Come se fosse un contributo indispensabile al dibattito pubblico.

Ed è questa la parte che mi incuriosisce di più. Non l’insulto in sé ma la naturalezza con cui viene pronunciato. La totale assenza di attrito. Come se scrivere a una sconosciuta che è brutta fosse diventato un gesto banale, quasi automatico, un riflesso senza conseguenze.

L’altro non scompare: diventa un’interfaccia

Nel 2004 lo psicologo americano John Suler coniò l’espressione «Online Disinhibition Effect» per descrivere un fenomeno ormai familiare: online le persone tendono a dire cose che difficilmente direbbero faccia a faccia. Le spiegazioni che proponeva erano diverse: anonimato, invisibilità, asincronia della comunicazione, riduzione dell’autorità percepita. Ma avevano un elemento comune: la rete modifica il contesto psicologico nel quale avviene l’interazione.

Negli anni questa teoria è stata spesso semplificata fino a diventare quasi uno slogan: «dietro uno schermo ci sentiamo più liberi». In realtà il contributo di Suler è più interessante. Il punto non è soltanto la diminuzione dei freni inibitori. È la trasformazione della presenza dell’altro. Quando parliamo con qualcuno di persona, il cervello elabora una quantità enorme di informazioni che raramente diventano consapevoli. La comunicazione digitale riduce drasticamente questa ricchezza percettiva. Anche quando utilizziamo fotografie o video, la relazione resta mediata da uno schermo che seleziona, comprime e organizza le informazioni. L’altro non viene più percepito come una presenza complessa, ma come un contenuto.

Quando scriviamo un commento online, raramente assistiamo alle sue conseguenze. Non vediamo il volto della persona che lo legge, non osserviamo il silenzio che segue, non percepiamo l’imbarazzo, la rabbia o la tristezza che può aver provocato. Senza quel ritorno emotivo, il nostro cervello fatica a collegare l’azione all’effetto. Il commento appare come una frase digitata in pochi secondi, non come qualcosa che ha inciso sull’esperienza di un altro essere umano. Se davanti a noi non c’è più una persona, ma un post, un tweet o un reel, diventa molto più facile reagire all’oggetto comunicativo piuttosto che al soggetto che lo ha prodotto. Critichiamo un’affermazione, ridicolizziamo un’immagine, condividiamo uno screenshot. Progressivamente, però, il confine tra il contenuto e la persona che lo ha pubblicato tende a dissolversi.

Si crea un processo di semplificazione cognitiva. Le persone vengono ridotte alle informazioni che il sistema rende più visibili: una frase, un errore, una fotografia, un orientamento politico, un episodio specifico. L’identità complessa lascia spazio a una categoria facilmente riconoscibile. Non stiamo più dialogando con un individuo, ma con «quello che ha scritto quella cosa». È un meccanismo che rende la comunicazione più rapida, ma anche più povera. Non è un caso che le piattaforme favoriscano questa riduzione. Il loro funzionamento si basa sulla velocità: bisogna comprendere immediatamente chi abbiamo davanti per decidere se approvare, criticare, condividere o ignorare. Più una persona viene sintetizzata in un’etichetta, più diventa facile collocarla all’interno del dibattito pubblico.

Molti commenti cattivi non nascono tanto dal desiderio di ferire, quanto dall’assenza di considerazione dell’altro. Chi scrive «Brutta» sotto la foto di una conduttrice spesso non si rappresenta nemmeno il momento in cui quella persona leggerà il commento. Sta reagendo a un contenuto, non immaginando una relazione. È in questo passaggio che l’empatia comincia ad assottigliarsi. Non perché scompaia, ma perché cambia il suo oggetto. Non ci relazioniamo più con una persona nella sua complessità, ma con una rappresentazione estremamente semplificata della sua identità.

E quando l’altro diventa una rappresentazione, anche il conflitto cambia natura. Non è più un confronto tra individui, ma tra immagini pubbliche.

Quando il pubblico conta più dell’interlocutore

Per comprendere ciò che accade sui social non basta osservare il contenuto dei messaggi. Bisogna guardare anche il contesto in cui vengono prodotti. Se ogni spazio online è anche un palcoscenico, ogni commento diventa inevitabilmente una dichiarazione pubblica. Quando interveniamo sotto ad un post non stiamo parlando soltanto con l’autore. Stiamo comunicando anche con chi leggerà quella conversazione.

Molte prese di posizione online, infatti, non cercano realmente il dialogo. Cercano riconoscimento. Un commento ironico, una battuta particolarmente tagliente o una condanna netta funzionano anche come segnali identitari: dicono qualcosa di chi li scrive prima ancora che dell’argomento trattato. In altre parole, la comunicazione smette di essere soltanto uno scambio e diventa una forma di autorappresentazione. È in questo senso che l’indignazione assume una dimensione performativa. Non perché sia necessariamente falsa o costruita, ma perché viene espressa davanti a una platea. Manifestare pubblicamente la propria posizione significa anche dichiarare la propria appartenenza a un sistema di valori, a una comunità, a un gruppo.

Questa dinamica aiuta a spiegare perché molte discussioni online sembrino così impermeabili al confronto. L’obiettivo non è convincere l’altro, ma essere riconosciuti dai propri simili. La qualità dell’argomentazione passa spesso in secondo piano rispetto alla sua capacità di ottenere consenso, approvazione o visibilità.

La struttura stessa delle piattaforme rafforza questo meccanismo. Like, condivisioni, repost e commenti rappresentano forme di approvazione pubblica. Ogni interazione diventa misurabile e immediatamente visibile. In questo modo anche la presa di posizione morale può trasformarsi in un contenuto capace di generare attenzione. Le piattaforme, in questo senso, non privilegiano il conflitto perché “amano” l’odio, come spesso si sente dire. Premiano semplicemente ciò che aumenta il coinvolgimento. Il risultato è un ambiente comunicativo in cui la risposta emotiva diventa più visibile della riflessione. Le posizioni sfumate richiedono tempo, contesto e attenzione. Una condanna netta, invece, è immediata, facilmente comprensibile e soprattutto facilmente condivisibile. Ciò non significa che l’indignazione sia sempre ingiustificata. Ci sono comportamenti che meritano una critica pubblica e il dissenso è una componente essenziale di ogni società democratica. Il problema nasce quando la critica perde progressivamente il proprio destinatario e diventa un evento collettivo che si alimenta da sé.

A quel punto il centro della comunicazione non è più il fatto iniziale, ma la partecipazione alla sua amplificazione. Ogni nuovo commento sembra marginale. «Sto solo dicendo la mia», pensa chi scrive. Eppure migliaia di interventi apparentemente insignificanti possono produrre un effetto complessivo enorme. È un fenomeno ben noto alla psicologia sociale: la responsabilità individuale tende a diluirsi quando viene distribuita all’interno di un gruppo numeroso.

La folla senza piazza: perché l’empatia diventa selettiva

Quando si parla di «gogna mediatica» si ricorre spesso all’immagine della folla. È una metafora efficace, ma forse non del tutto corretta. Le folle studiate dalla psicologia sociale tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento erano accomunate dalla condivisione dello stesso spazio fisico. Le persone si trovavano nello stesso luogo, osservavano gli stessi eventi e reagivano quasi simultaneamente. Oggi, invece, la folla non ha più bisogno di una piazza.

Il sociologo francese Gustave Le Bon, nel suo celebre «Psicologia delle folle», descriveva il gruppo come un soggetto capace di produrre comportamenti che il singolo individuo, isolatamente, difficilmente avrebbe adottato. La folla amplifica le emozioni, riduce il senso di responsabilità personale e favorisce reazioni impulsive. Sebbene il suo modello sia stato in parte superato dalla ricerca contemporanea, conserva un’intuizione ancora attuale: quando l’individuo percepisce di essere uno tra molti, tende ad attribuire meno peso alle conseguenze delle proprie azioni. Le piattaforme digitali producono un fenomeno simile, ma con una differenza sostanziale. La folla non è più concentrata nello spazio, bensì distribuita nel tempo. Un commento può ricevere nuove reazioni dopo pochi minuti, ore o giorni. Ogni utente entra nella conversazione in un momento diverso, spesso senza sapere cosa sia già accaduto. Eppure contribuisce allo stesso processo collettivo.

È una folla asincrona. Questa caratteristica modifica profondamente il funzionamento dell’indignazione. Nelle piazze, una protesta finisce quando le persone tornano a casa. Online, invece, il conflitto resta disponibile. Ogni condivisione, ogni ricerca, ogni rilancio può riattivarlo. Le piattaforme hanno eliminato uno degli elementi fondamentali dell’esperienza umana: la naturale dissolvenza degli eventi. La memoria digitale, infatti, non coincide con la memoria umana. Noi dimentichiamo, contestualizziamo, archiviamo. Gli algoritmi, invece, conservano, indicizzano e ripropongono. Una polemica può riaffiorare mesi o anni dopo, indipendentemente dal percorso compiuto dalla persona coinvolta. La reputazione digitale diventa così meno legata alla biografia e più agli episodi che hanno generato maggiore visibilità.

Questo aspetto ha conseguenze importanti anche sul piano dell’empatia. Se vediamo continuamente persone finite al centro dell’attenzione pubblica, rischiamo di percepirle come personaggi più che come individui. La ripetizione produce familiarità, ma non necessariamente comprensione. Anzi, può accadere il contrario. Negli ultimi anni la psicologia ha descritto un fenomeno noto come «compassion fatigue», la “fatica” della compassione. Il concetto nasce nell’ambito sanitario, per spiegare l’esaurimento emotivo di chi è esposto quotidianamente alla sofferenza altrui, ma è stato progressivamente utilizzato anche per interpretare il modo in cui i media e le piattaforme digitali influenzano le nostre reazioni.

Ogni giorno scorriamo decine di storie personali. Malattie, guerre, lutti, discriminazioni, licenziamenti, raccolte fondi, confessioni intime, video di persone che piangono, richieste di aiuto. Mai nella storia siamo stati esposti a una tale quantità di emozioni private. Eppure questa abbondanza non produce necessariamente una maggiore partecipazione emotiva. L’empatia, infatti, non è una risorsa infinita. Richiede attenzione, tempo e coinvolgimento. Quando gli stimoli diventano continui, il cervello sviluppa inevitabilmente strategie di selezione. Non possiamo partecipare con la stessa intensità a ogni storia che incontriamo. Scegliamo, spesso inconsapevolmente, a quali emozioni dare spazio e quali lasciare scorrere insieme al resto del flusso.

Ecco uno dei paradossi più significativi della comunicazione digitale. I social network hanno moltiplicato la visibilità della vulnerabilità umana, ma questa esposizione permanente rischia di ridurne la capacità di coinvolgerci. Non perché siamo diventati insensibili, ma perché siamo immersi in un ambiente che ci chiede continuamente di reagire. E nessuno può reagire emotivamente a tutto. Le piattaforme competono per catturare il nostro tempo, alternando contenuti drammatici, intrattenimento, pubblicità, informazione e vita privata nello stesso flusso. Questa uniformità non elimina le differenze tra gli eventi, ma tende ad appiattirne la percezione. L’emozione diventa una delle tante informazioni che attraversano il feed.

Per secoli la distanza fisica limitava il numero di vite alle quali potevamo assistere. Oggi accade l’opposto: possiamo osservare migliaia di esistenze senza instaurare una relazione con nessuna di esse. La tecnologia ha ampliato enormemente la nostra capacità di vedere gli altri, ma non necessariamente quella di riconoscerli. Le piattaforme hanno modificato le condizioni attraverso cui costruiamo la presenza dell’altro. Hanno reso la partecipazione immediata, la visibilità permanente e il giudizio facilmente condivisibile. Allo stesso tempo, hanno indebolito molti di quei segnali relazionali che, nella vita quotidiana, alimentano spontaneamente l’empatia.

Non significa che il digitale sia incompatibile con relazioni autentiche o con forme profonde di solidarietà. Significa, piuttosto, che l’empatia non è una qualità che rimane identica in qualsiasi ambiente. È una pratica che dipende anche dalle condizioni in cui la comunicazione avviene. La rete non inventa da zero i nostri comportamenti. Li amplifica, li accelera e, soprattutto, cambia il contesto in cui prendono forma. È per questo che la domanda iniziale rimane aperta: non siamo necessariamente diventati più cattivi, ma viviamo in un ambiente che rende più facile dimenticare la complessità delle persone. Recuperarla, oggi, è forse uno degli atti più radicali che possiamo compiere nella comunicazione digitale.

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