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La scienza ci spiega perché d’estate abbiamo più voglia di stare all’aperto

Articolo. Non è solo un’abitudine estiva, ma un comportamento che affonda le radici nella biologia, nella storia delle città mediterranee e nelle nuove strategie per adattarsi a un clima sempre più caldo

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(Foto Beppe Bedolis)

Avete notato come Bergamo d’estate cambia completamente il proprio metabolismo, quasi fosse un organismo vivente? Non parlo solo della temperatura o dell’umidità, ma anche del traffico, del rumore, e del modo in cui le persone vivono gli spazi della città. Le strade si svuotano nelle ore più calde, il ritmo rallenta e sembra quasi che Bergamo trattenga il fiato fino al tramonto.

Poi, all’esatto opposto, succede qualcosa. Le piazze si riempiono, i tavolini dei bar si animano, bambini e famiglie tornano nei parchi, si passeggia senza una meta precisa. È un rituale che si ripete ogni estate e che sembra scritto nel nostro Dna. Ma perché, proprio nella stagione più calda dell’anno, sentiamo così forte il bisogno di stare fuori, all’aperto? La risposta coinvolge la biologia, la storia delle città e - oggi più che mai -il modo in cui stiamo imparando ad adattarci al cambiamento climatico.

Il richiamo della luce e della socialità

L’essere umano è una specie sociale. Per migliaia di anni ha costruito la propria vita all’aperto, organizzando lavoro, commercio e relazioni nelle piazze e nei mercati, per favorire l’incontro prima ancora dello spostamento. L’estate, con le giornate più lunghe, ha sempre rappresentato il momento in cui questa vocazione collettiva si esprime al massimo: si cena all’aperto più spesso, aumentano gli eventi e le passeggiate serali si allungano. Non è soltanto un’abitudine culturale, ma anche una risposta del nostro organismo.

C’è anche una spiegazione biologica infatti: la luce naturale regola il ritmo circadiano, il nostro “orologio interno” che governa sonno, vigilanza e produzione di ormoni. Durante l’estate trascorriamo più tempo esposti alla luce e all’aria aperta, quindi il nostro organismo produce una maggiore quantità di serotonina e dopamina, sostanze associate al benessere e al buon umore. Allo stesso tempo, numerosi studi dimostrano che il contatto con il verde sia un toccasana per il nostro bilancio emotivo, perché riduce lo stress e migliora la salute mentale. Gli psicologi ambientali Roger Ulrich e Rachel e Stephen Kaplan hanno mostrato come alberi, parchi e paesaggi naturali aiutino il cervello a recuperare dalla fatica mentale, il primo nei pazienti ospedalieri, i secondi elaborando la teoria della «restorative attention» (Teoria della rigenerazione dell’attenzione). Lo stesso vale per la cosiddetta «blue space therapy» (Terapia degli spazi blu): laghi, fiumi e specchi d’acqua hanno un effetto calmante e contribuiscono a ridurre lo stress. Non è un caso se, nelle giornate più afose, sentiamo il desiderio di cercare un parco, un bosco o una passeggiata lungo l’acqua, che sia il lungolago di Endine o di Iseo.

Le città mediterranee erano già bioclimatiche

Le città italiane conoscevano da secoli il modo di convivere con il caldo. Molti centri storici sono stati progettati sfruttando ombra, ventilazione naturale e presenza dell’acqua: portici, chiostri, cortili interni e fontane non erano soltanto elementi architettonici di pregio, ma vere strategie di raffrescamento naturale. Ombra, ventilazione e presenza dell’acqua rendevano più vivibili gli spazi pubblici e permettevano alle persone di continuare a incontrarsi anche durante l’estate. In un certo senso, l’urbanistica tradizionale era già bioclimatica. Il cambiamento climatico sta modificando questo equilibrio, con ondate di calore sempre più frequenti e intense. L’asfalto, il cemento e gli edifici trattengono il calore, creando le cosiddette isole di calore urbane con la conseguenza che, anche dopo il tramonto, alcune zone della città restano sensibilmente più calde rispetto ai parchi e alle aree verdi. Le piazze continuano a essere il cuore della socialità estiva, ma hanno bisogno di essere ripensate per rimanere accoglienti anche in un clima che cambia.

I rifugi bioclimatici: la mappa del fresco urbano

Da questa esigenza nasce il concetto di rifugio bioclimatico, strumento che più città italiane ed europee stanno mettendo in campo per mappare gli spazi pubblici più freschi e accessibili. Non si tratta solo di luoghi climatizzati, ma di parchi alberati, chiostri, biblioteche, giardini e piazze dove la presenza di alberi, acqua, ombra, panchine e servizi rende più piacevole la permanenza anche durante le giornate più torride.

Anche Bergamo ha recentemente realizzato il proprio «Atlante» dei rifugi bioclimatici. Sono stati censiti 350 spazi pubblici, valutati attraverso un indice che considera qualità ambientale e servizi disponibili, non la temperatura in senso stretto. Tra i luoghi con il punteggio migliore figurano il Parco Ermanno Olmi, il Giardino dei Giusti, il Parco Brigate Alpine, Parco Suardi e altri grandi spazi verdi distribuiti nei diversi quartieri cittadini. Più che una classifica, l’Atlante rappresenta uno strumento per aiutare i cittadini a scegliere dove trovare sollievo durante le ondate di calore e, allo stesso tempo, indica una direzione per progettare la città del futuro.

Non è un caso che molte iniziative culturali scelgano chiostri, orti botanici o giardini storici, che oltre a offrire scenografie suggestive, sono naturalmente più freschi delle piazze completamente mineralizzate. Bergamo offre diversi spunti che seguono questo filone, come gli incontri al Chiostro delle Grazie – che ospita il ciclo delle « Letture del Chiostro » - uno spettacolo di teatro per bambini oppure il cinema all’aperto, come quello di Palazzo Moroni, con la rassegna estiva sotto le stelle: « Pellicole d’autore en plein air ».

Le sfide delle città che cambiano

Forse è questa la lezione più interessante che arriva dalle città del futuro. Di fronte a un clima che cambia, la risposta non consiste soltanto nel moltiplicare i condizionatori o nel rifugiarsi al chiuso. Significa riscoprire il valore dello spazio pubblico, progettandolo perché torni a essere accogliente anche nelle estati più torride. Perché il bisogno di uscire, incontrarsi e vivere le piazze non è una semplice abitudine stagionale. È uno dei modi più antichi con cui gli esseri umani costruiscono comunità. E se il caldo ci costringe a reinventare questi luoghi, la sfida non riguarda solo l’urbanistica: riguarda il nostro modo di abitare le città e, in fondo, di stare insieme.

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