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“Still life”: perché si muore, ma mai soli del tutto

Articolo. Il film culto di Uberto Pasolini il 3 novembre a Lo Schermo Bianco di Daste per il ciclo Cinema dello Spirito di Molte fedi sotto lo stesso cielo

Lettura 2 min.
Eddie Marsan nel ruolo di John May nel film Still Life

Quando “Still life” uscì nel 2013 solo gli addetti ai lavori e qualche cinefilo incallito sapevano chi fosse Uberto Pasolini, regista italiano residente oltremanica e produttore fra gli altri di “Full Monty”, ma anche pronipote di Luchino Visconti ed esordiente dietro la macchina da presa a cinquant’anni con “Machan - La vera storia di una falsa squadra”. “Still life” era il suo secondo film, si aggiudicò al Festival del cinema di Venezia il Premio Orizzonti per la regia e arrivò in sala con ottimi pareri della critica e ottenne il gradimento del pubblico. Un’opera decisamente di culto, che in quanto tale non è scomparsa dalla memoria degli spettatori.

Il 3 novembre per il ciclo Cinema dello Spirito di Molte fedi sotto lo stesso cielo (in collaborazione con Lab 80), “Still life” viene riproposto alla Sala Lo schermo bianco (via Daste e Spalenga 15, Bergamo, ingresso 5 €), una scelta non casuale per tanti motivi, tutti legati al tema del film, cioè la morte, o meglio la solitudine della morte. Uno spunto narrativo che Pasolini tratteggia in modo essenziale, grazie anche all’ottima prova dell’attore inglese Eddie Marsan (“Gangs of New York”, “21 grammi”, “Il segreto di Vera Drake” e tanti altri titoli di generi diversi), che interpreta il ruolo del protagonista, John May.

May svolge con meticolosità un lavoro alquanto singolare: rintraccia i parenti delle persone morte in solitudine e si occupa di tutti gli aspetti che rendono dignitoso il funerale, a cui di solito è l’unico partecipante. Dunque scrive dei discorsi celebrativi per le persone defunte, sceglie la musica più adatta con grande sensibilità e rispetto delle differenti credenze religiose, raduna in un album le fotografie di chi non ha nessuno che lo ricordi. E soprattutto fa ogni cosa conducendo una vita ordinata, schematica, come se di fronte al grande assurdo della Fine opponga un’esistenza fatta di piccoli gesti rituali, che si ripetono giorno dopo giorno.

Tutto ciò fino a quando il comune per cui lavora lo licenzia senza troppi giri di parole a causa della crisi economica. Questo però non è l’unico sconvolgimento della sua vita: l’ultimo defunto di cui si deve occupare è Billy Stoke, un alcolizzato morto da solo vicino a casa sua. May deve raccogliere informazioni sull’uomo e i suoi parenti in tre giorni – così gli comunica il dirigente del comune per cui lavora – tuttavia è abituato a lavorare lentamente (come gli fanno notare) ma bene, con cura, e allora chiede un po’ di tempo in più per questo suo ultimo compito.

Durante le ricerche conosce Kelly Stoke, la figlia di Billy abbandonata durante l’infanzia, due senzatetto che arricchiscono con il loro racconto la figura dell’uomo, e Jumbo, ex paracadutista ricoverato in una casa di cura per anziani che con Billy Stoke aveva combattuto la guerra delle Falkland. Per May la ricostruzione della vita di Stoke è l’occasione per conoscere nuove persone e uscire dalla sua esistenza ordinaria – condividerà con i due senzatetto una bottiglia di whisky; proverà una certa simpatia per Kelly – senza però abbattersi per aver perso il lavoro e non dimenticando mai la sua proverbiale gentilezza.

“Still life” non è un film triste, semmai profondamente malinconico e molto poetico (c’è tutta una bellezza minimalista nei gesti ripetuti da John May). In un mondo sempre più veloce e indifferente, John porta avanti la sua filosofia di vita, solitaria nel quotidiano ma impreziosita dall’intensità silenziosa di chi entra in punta di piedi nelle vite altrui per tentare di ricostruirne la storia. La sua figura e il film intero rilasciano una domanda vibrante sul valore della morte nelle nostre vite, la grande abolita tornata di prepotenza con la pandemia.

Le morti in solitudine, i funerali quasi deserti sono rari dalle nostre parti. Ben diversa è la situazione nelle grandi città, dove a volte muoiono persone sconosciute a tutti, fili mancanti di quelle reti di vicinanze e rapporti umani che dovrebbero essere le nostre comunità (i paesi, le città, i quartieri, i condomini). Proprio in occasione dell’1 novembre e dopo i mesi terribili del contagio, “Still life” ci pone il suo sguardo lieve su quello che Giorgio Manganelli chiamava beffardamente “l’unico sintomo certo della vita”. Raccontando la piccola grande impresa di un uomo solo, che dei morti provava a ricucire quelle “toppe d’inesistenza, calce o cenere” che Vittorio Sereni annunciava essere “pronte a farsi movimento e luce”. Se qualcuno, sembra suggerire “Still life”, ne mantiene caparbiamente la dignità.

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