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Abilità, speranza, resilienza: le #parolebuone di Sergio Astori contro l’ansia e la depressione da pandemia

Intervista. Un vocabolario minimo per affrontare la pandemia e il post. L’incontro di riflessione con lo psichiatra e docente universitario il 9 ottobre ospite per il festival Invito alla Teologia 2020 della Fondazione Bernareggi

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Sergio Astori

La salute mentale del 41% degli italiani sarebbe a rischio in seguito alla pandemia e alle sue conseguenze, questo è quanto emerso da una ricerca condotta da Open Evidence, una società spin off dell’Università della Catalunya. Stress, insonnia, ansia, depressione e attacchi di panico sono aumentati dopo i mesi di lockdown, a causa delle profonde angosce generate dal virus, della conseguente incertezza economica e dall’infodemia, che la Treccani definisce come “circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili”.

Secondo Sergio Astori, psichiatra e psicoterapeuta, docente a contratto presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, “ le fragilità individuali già molto sollecitate dalla situazione, si sono concatenate con il surplus sregolato di informazioni, che ha creato un sostrato di una sofferenza diffusa nella popolazione, funzionando come un amplificatore delle fatiche e delle sofferenze di ognuno di noi”.

In un periodo che ancora non è un disgelo ci sarebbero però dei bucaneve di speranza da valorizzare” secondo il professore, che partendo dalle fragilità e dalle difficoltà parlerà di resilienza e di spazi di positività nei giorni che stiamo vivendo. L’appuntamento è per venerdì 9 ottobre alle 20.45 con “Le parole della cura e il tempo della malattia e del disagio”, per la rassegna della Fondazione Bernareggi “Invito alla teologia 2020. La cura dell’umano al tempo del Covid 19” (partecipazione in presenza o su piattaforma zoom info@fondazionebernareggi.it 035 278 151).

SV: Lei ha utilizzato proprio l’immagine dei fiori che spuntano nel gelo dell’inverno, identificandoli come delle possibilità. Quali sarebbero?

SA: La difficoltà di relazione che si è creata con la quarantena e i provvedimenti restrittivi hanno reso del tutto evidente che fosse necessario ripensare tempi e spazi della comunicazione tra le persone, già da prima della questione Covid. L’impossibilità di vedere il volto di chi abbiamo vicino o di intravederlo dalla mascherina ci hanno aperto un interrogativo: quando abbiamo smesso realmente di osservare l’altro e di vederlo? Sicuramente molto tempo prima della pandemia a causa di impegni, scadenze e ritmi di vita frenetici che non ci portavano ad essere presenti davvero nelle relazioni. L’emergenza Covid si è rivelata drammatica per l’attivazione delle paure, ma è anche un’occasione per riscoprire come è fatta la nostra specie: siamo estremamente bisognosi degli altri, comunicativi e con una spiritualità che deve ritrovare spazi per esprimersi.

SV: Durante la pandemia lei ha avviato #parolebuone, un progetto di disseminazione online legato alla speranza e a un approccio costruttivo a ciò che stava accadendo, che a breve diventerà anche un libro. Quali sono le “parole buone” più importanti secondo lei?

SA: Non c’è dubbio, l’emergenza Covid ci ha messo di fronte a grande immobilità e fatica che stiamo vivendo tutti, quindi le parole che mi sembra possano aiutarci maggiormente sono abilità e speranza.

SV: Ce le può presentare in breve?

SA: Parto dall’abilità: l’esperienza Covid ha permesso di far emergere moltissimi talenti e capacità che erano inespressi, forme di solidarietà, di vicinanza, di ascolto, di superamento dei limiti che neppure noi conoscevamo. Inoltre l’utilizzo obbligato dei dispositivi tecnologici ha indotto chiunque a padroneggiare mezzi sconosciuti a molte persone, trasformandoli in strumenti di scuola, lavoro, relazione. Ciascuno di noi vive dentro il proprio limite, ma tendendo a superarlo realizza un’umanità più piena.

SV: E riguardo alla speranza? Cosa significa per lei questa parola?

SA: Il periodo dell’epidemia ci interroga profondamente su quelle che potranno essere le soluzioni sanitarie, se e quando sarà disponibile un presidio medico sufficiente a creare una svolta. Allo stesso tempo però la cura delle nostre difficoltà non può essere ridotta al reperimento di un vaccino. L’idea di cura è legata anche al fatto che qualcuno si sta prendendo cura di noi: le persone che abbiamo accanto, i ricercatori al lavoro per raggiungere risultati, le persone che assistono e curano, coloro che ascoltano le sofferenze e aiutano a elaborare i lutti profondi che le comunità hanno vissuto...

SV: Lei ha scritto anche un libro “Resilienza. Andare oltre: trovare nuove rotte senza farsi spezzare dalle prove della vita”. Come questa capacità è entrata in gioco durante la pandemia?

SA: Nel libro parlo di come questa capacità si sia attivata a livello collettivo in momenti successivi a terremoti, guerre o nel caso dei bambini soldato, esempi che rivelano la nostra capacità di affrontare un trauma assorbendone la portata, per riorganizzarsi e ripartire. Pensiamo a questa immagine: il marinaio saggio con vento contrario non gli oppone la resistenza delle vele, ma disegna nuove rotte sfruttandolo. Non fermiamoci a un atteggiamento resistente e rigido, la via è nel cercare uno sguardo diverso, che crei spazio per far emergere intuizioni nuove.

SV: Quali possono essere nel caso della pandemia le nuove prospettive?

SA: Credo che le realtà che hanno subito maggiormente la questione Covid-19 come la Bergamasca possano rigenerarsi nella misura in cui sapranno continuare a valorizzare il senso di appartenenza. C’è una comunità che è attenta alle sofferenze che ci sono state, non dimentica, ma non guarda solo le proprie fatiche. Cercare dettagli imprevisti che possano permetterci di scrivere un finale diverso è una strada, che si apre spesso trovando soluzioni semplici.

SV: Ad esempio?

SA: Penso alle reti di aiuto che abbiamo visto attivarsi durante il lockdown, l’importanza del dialogo tra generazioni emersa davanti alla tragedia delle RSA, la domesticità ritrovata, la rete come contenitore non solo di negatività, ma anche di sollecitazioni positive, come l’esplosione della capacità artistica. Tutte queste cose sono preziosi semi per una ripartenza, generati dalla compressione e dalle limitazioni subite. Abbiamo sempre bisogno di resilienza, è un principio di benessere di cui necessitiamo. Ogni giorno ci confrontiamo con quel dato che la pandemia ha evidenziato: la nostra naturale vulnerabilità. Siamo sempre tentati ogni giorno di tornare all’idea di ciò che era prima fosse per forza il meglio, in realtà in ogni fase occorre avere capacità di andare oltre il sentimento nostalgico e riuscire a immaginare soluzioni nuove.

Sito Fondazione Bernareggi

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