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#bestof2022: Francesco Biroli, dalla sala operatoria al territorio

Articolo. Neurochirurgo di fama internazionale, ha scelto Bergamo come città in cui lavorare. La Bergamo in cui è nato, si è diplomato al Liceo Classico Sarpi e quella in cui ha scelto di tornare dopo gli studi in medicina a Pavia

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Francesco Biroli (Foto Yuri Colleoni)

Quella per Bergamo non è stata una scelta dettata dalla comodità, ma dal prestigio del suo ospedale e dei professionisti che ci lavoravano. Una scelta confermata anche dopo la pensione, quando l’impegno di Biroli è proseguito prima come responsabile dell’area neuroscienze di FROM – la Fondazione per la Ricerca dell’Ospedale di Bergamo – e poi nel progetto «Comunità della Salute», dedicato alla medicina di territorio nella bergamasca.

Ma partiamo dall’inizio. «La medicina è stata una scelta che ho fatto alla fine del liceo» – ricorda Biroli – «volevo fare qualcosa che fosse insieme umanistico e scientifico. Da un lato, mi affascinava il corpo e il suo funzionamento, dall’altro volevo fare un mestiere che fosse a contatto con le persone». L’interesse per il cervello è arrivato dopo, studiando all’università, perché «era complesso, era il luogo dei pensieri e, a dispetto di quanto si pensa, anche delle emozioni. Lui, non il cuore».

Quando il neurochirurgo si è laureato, nel 1971, «lo studio delle neuroscienze si stava evolvendo rapidamente. L’area di studio più approfondita era la chirurgia, che richiedeva conoscenze precisissime ed era tanto complessa, quanto pericolosa».

Sarebbe stata proprio quella a diventare la specializzazione di Biroli per tutta la vita professionale, segnando l’avvio di un percorso che da Pavia lo riporta a Bergamo. «Quando finii di studiare, mi informai su chi fosse il più bravo in Italia, per cercare di lavorarci insieme: mi dissero che era Cassinari e operava proprio in città. È stato lui il motivo per cui sono tornato e poi sono rimasto in città, non per scelta localistica. Qui ho trovato un maestro prima e poi possibilità di crescita in uno degli ospedali più importanti d’Italia».

Da Bergamo alla California, dal mondo in un ospedale

Nonostante la base a Bergamo, Francesco Biroli in realtà si è sempre mosso in tutto il mondo, interessandosi di quanto accadeva in Europa e negli Stati Uniti e di quali fossero le eccellenze e le menti più brillanti in materia a livello internazionale. Così, sulla mappa professionale del neurochirurgo bergamasco sono comparse relazioni con Lubiana e Hannover, ma anche con San Francisco.

«Il sistema con cui mi muovevo partiva dal criterio della professionalità: quando lavoravo su un certo tipo di chirurgia mi informavo su chi fosse il più bravo a fare quel tipo di operazione e gli scrivevo. All’inizio, c’era una certa difficoltà, bisognava mandare lettere, aspettare le risposte a lungo: non c’erano le mail e forse un po’ di diffidenza iniziale nei confronti degli italiani, poi però in molti casi sono nati degli scambi davvero interessanti».

Il tassello mancante di questo metodo arriva dalla commistione tra vita professionale e privata: «dovendo lavorare, non mi era possibile trattenermi per lungo tempo all’estero, così ho pensato di conciliare l’aspetto professionale con quello famigliare. Le mete delle mie vacanze in famiglia sono diventate le città da cui provenivano i vari luminari con cui avevo corrispondenza, riuscendo così a incontrarli».

Il contatto con questi grandi maestri della neurochirurgia si traduce in un’evoluzione continua della professionalità di Biroli, che pur avendo aperto strade e avviato relazioni fondamentali ha sempre puntato sul valore del gruppo: «ci sono stati scambi che hanno portato grandi competenze a Bergamo provenienti da tutto il mondo e hanno creato incontri fruttuosi e interessanti con neuroradiologi, neurologi, anestesisti, neurofisiologi, e infermieri. “Dobbiamo tradurre l’americano in bergamasco”, ci dicevamo in quelle situazioni: è sempre stato importante adattare ciò che impariamo alla nostra realtà locale. Parlo al plurale perché è fondamentale ricordare che il progresso è sempre un fatto collettivo, reso possibile dall’impegno di tutte le parti: dai medici, agli infermieri».

Quest’apertura all’estero e alla ricerca è cominciata dall’inizio degli anni Novanta, per diventare un fatto strutturale attorno al 1995, quando Biroli diventa primario e il suo interesse personale si estende al gruppo di lavoro prima e all’intero ospedale poi. «Ho trovato una realtà che si è rivelata molto sensibile a questi aspetti e, pur non essendo un ospedale universitario o di ricerca, si è dimostrata aperta all’innovazione, oltre che dotata di grande curiosità culturale. Questo ha aiutato a diffondere un processo di aggiornamento continuo che è andato a vantaggio di tutti, a partire dai pazienti».

L’eccellenza del welfare europeo e la scommessa della medicina di territorio

Non solo pratica, ma anche insegnamento. Francesco Biroli è anche membro del gruppo europeo della Fondazione AO , di cui fa parte Globalneuro , un gruppo di chirurghi che forma altri professionisti utilizzando sia la chirurgia virtuale sia modelli avanzati, utili per esercitarsi e insegnare ai colleghi più giovani.

Un impegno che il neurochirurgo ha portato avanti anche dopo il 2013, anno della pensione, in cui al suo lavoro in sala operatoria è subentrato quello nella FROM: «l’ospedale mi ha proposto di lavorare nella Fondazione Ospedale di Bergamo avviata da Tiziano Barbui» – spiega – «un luminare che ha intuito l’importanza di mettere a frutto l’enorme esperienza professionale maturata negli anni, orientandola verso la ricerca. Solo nel corso del tempo ho capito quanto fosse importante il nostro ospedale, in qualità, ma anche in quantità di pazienti, un dato essenziale per costruire una ricerca che sia valida e significativa. Oggi, la fondazione è un piccolo gioiello in cui sono impegnate 40 persone e anche qui il lavoro di gruppo è un elemento chiave».

Nonostante riconosca come critiche le pressioni eccessive sui presidi di pronto soccorso o i problemi con le liste d’attesa, lo sguardo di Francesco Biroli oltre Bergamo, sull’Italia, anzi sull’Europa, è positivo. «Negli Stati Uniti si raggiungono livelli altissimi di professionalità, ma se non hai assicurazione e carta di credito è una tragedia, mentre il welfare europeo è una conquista eccezionale della civiltà: a prescindere dal tuo status hai accesso alle cure migliori anche per le patologie più gravi. Un aspetto che tendiamo a sottovalutare e a dare per scontato, quando non lo è. Durante la pandemia, inoltre, abbiamo dovuto prendere atto che il nostro tallone d’Achille in Italia è la medicina di base e territoriale, che al di là dei singoli medici e della loro competenza, a livello organizzativo purtroppo è abbastanza carente».

Dopo una vita in sala operatoria, l’interesse del neurochirurgo si sta orientando proprio qui, a un’altra questione complessa da risolvere: la riorganizzazione della medicina di territorio. Un’attenzione nata dall’attività di medico vaccinatore volontario, che Biroli ha portato avanti durante la pandemia: «non mi interessava fare vaccini alla fiera, così mi sono impegnato con il servizio vaccini a domicilio ai più fragili, che avevano difficoltà ad accedere agli hub, un’attività parte del progetto “La Comunità della Salute”», una rete che coinvolge i comuni di Ciserano, Levate, Osio Sopra e Verdellino, «che mi piacerebbe contribuire a far crescere e sviluppare».

« “La Comunità della Salute” è un’iniziativa nata da due mentalità diverse – spiega Biroli – un medico e un ingegnere con precedenti esperienze rispettivamente in Medici senza Frontiere ed Emergency, molto competenti in tema di epidemie, la cui cooperazione ha prodotto un’iniziativa estremamente efficiente, capace di canalizzare la generosità dei volontari organizzandola con profitto».

Questo aspetto è quello che ha portato Biroli a voler proseguire il suo impegno, poiché il progetto «non si limita a una spinta umanitaria, ma c’è anche un’idea scientifica dietro supportata dalla FROM, ossia trovare un indicatore che misuri l’efficienza dell’iniziativa. Solo questo fatto rivela quanto siano rigorosi e capaci di un’apertura intellettuale attenta all’aspetto organizzativo della sanità, che spesso si trascura, ma che è fondamentale perché tutto sia messo a sistema e quindi in grado di funzionare meglio».

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