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Carlos Moreno, e se tutto ciò che serve fosse distante 15 minuti?

Articolo. Una città ecologicamente sostenibile, vivibile, e fatta di relazioni. È il paradigma sviluppato dall’urbanista franco-colombiano, protagonista di uno degli incontri de Le Primavere di Como 2022, su Bergamo TV domenica alle 15

Lettura 6 min.
Carlos Moreno (Butti)

Fino ad oggi, i 15 minuti sono sempre stati legati all’attimo fuggente della celebrità. Un tempo considerato sufficiente per avere attenzione senza diventare realmente popolare. Da qualche anno a questa parte, però, 15 minuti è la misura esatta della vivibilità cittadina. Abitare un ambiente urbano in cui in un quarto d’ora sei potenzialmente ovunque è la sfida a cui si stanno affacciando molte delle metropoli mondiali, motivate dalla teoria dell’urbanista franco-colombiano Carlos Moreno, applicata per prima dal sindaco di Parigi Anne Hidalgo nel suo progetto di riorganizzazione urbana della capitale francese.

Moreno, professore alla Sorbonne, è stato protagonista di un incontro del festival Le Primavere al Teatro Sociale di Como lunedì 2 maggio. L’incontro verrà trasmesso integralmente domenica 12 giugno alle 15 su Bergamo TV (canale 15).

L’intervista

Il concetto di «città dei 15 minuti» è al centro dell’intervento tenuto da Moreno. L’urbanista lo spiega così: «È una proposta alternativa all’organizzazione urbana contemporanea e agli stili di vita che implica». I ritmi troppo accelerati del nostro vivere quotidiano, infatti, stanno facendo nascere la necessità di rivedere proprio l’uso che facciamo del nostro tempo come primo atto per riacquisire un equilibrio, anche mentale. «Attraverso una riorganizzazione della prossimità, la città di 15 minuti offre agli individui un maggiore controllo sul proprio tempo e su come desiderano disporne – aggiunge Moreno – Prendersi dei minuti per sé, modificare la propria relazione con il tempo, calmare il vicinato per calmare la vita, può essere un modo per consentire alle persone di tornare a concentrarsi e dedicarsi agli aspetti che più li interessano».

Molti degli argomenti portati in discussione riguardano Parigi, metropoli su cui si sta sperimentando la teoria di Moreno. Sulla trasformazione che sta vivendo la capitale francese il professore racconta: «Parigi ha fissato le linee guida per la sua trasformazione in una città di 15 minuti a partire dal 2020. Da allora sono state attuate diverse modifiche: sviluppo di piste ciclabili, pedonalizzazione delle strade, apertura dei cortili scolastici alle famiglie nei finesettimana e durante le vacanze, rivegetazione di piazze e palazzi – ma aggiunge – non è ancora possibile fare il punto su questa politica, anche se le trasformazioni sono visibili, perché i cambiamenti negli stili di vita sono generalmente più graduali».

Vista aerea di Parigi
(Foto Serguei Koutaitsev)

Ciò che è possibile constatare a occhio nudo, come sottolinea il professore, è che si nota «un aumento significativo dell’utilizzo delle piste ciclabili» corrispondente a un cambio di approccio alla mobilità. Per una persona che vive in città, l’elemento naturale è importantissimo: «la natura, oltre alla sua vocazione ornamentale, è vettore di benessere e dal punto di vista sanitario porta benefici come la riduzione dello stress e delle malattie respiratorie. Inoltre permette di aggrapparsi ad un rapporto tangibile con il tempo e le stagioni e può contribuire alla resilienza degli abitanti e dell’ambiente costruito. La città dei 15 minuti presuppone proprio l’inverdimento di città, strade e parchi pubblici vicini perché necessari per una buona qualità della vita».

Sul concetto di qualità, Carlos Moreno si sofferma a lungo. Si tratta di un tema, del resto, particolarmente centrale nel dibattito pubblico. «Sembra che alcuni effetti del Covid sull’organizzazione dei territori e degli stili di vita siano destinati a durare. Penso a come vengono riprogettati congiuntamente alloggio e lavoro, con il mantenimento delle pratiche di telelavoro. C’è anche richiesta di appartamenti più grandi, con uno o più spazi esterni, a volte con una certa distanza dalle grandi città. Infatti, i territori periferici sono diventati più attraenti e il panorama immobiliare è in movimento».

La qualità è diventata un’esigenza e un sentimento sempre più condiviso indipendentemente dal lavoro svolto. Un sentimento però, spiega Moreno, molto soggettivo, che non si può adattare alle esigenze di tutti: «Con la città dei 15 minuti io propongo un’organizzazione urbana in cui la qualità della vita è strettamente legata all’ambiente abitativo. Richiede un’abitazione abbastanza grande per sé e per la propria famiglia, dove si possano trovare nel raggio di 15 minuti tutti i bisogni essenziali per la propria vita quotidiana come mangiare, imparare, prosperare, incontrarsi, fare sport, lavorare».

Carlos Moreno davanti al pubblico del Teatro Sociale
(Foto Butti)

Qual è quindi la sfida? Rendere una grande città vivibile in 15 minuti o assicurarsi che anche i piccoli centri abbiano servizi e divertimenti in un perimetro ristretto? «La sfida è migliorare la qualità della vita degli abitanti grazie a una maggiore vicinanza dei servizi nella loro vita quotidiana e, in tal senso, il concetto deve essere adattato alle specificità di ogni città e di ogni territorio. Ovviamente non si applicherà allo stesso modo in un paese, un capoluogo e una metropoli, perciò diciamo che lo slot di 15-20 minuti è adatto alle grandi città, dove la densità di popolazione implica una domanda sufficiente di servizi, bisogni, attrezzature, infrastrutture, per implementare una rete locale molto fine».

E nei territori meno densamente popolati? «È opportuno estendere la durata a 30 minuti, in modo che i servizi e le attrezzature possano essere condivisi tra i piccoli centri. In questo caso è la gestione degli spostamenti per raggiungere i servizi ad essere molto importante e l’obiettivo è permettere ad ogni abitante di trovare risposta ai propri bisogni essenziali senza dover prendere la propria auto».

Scherzando sull’idea che la qualità della vita possa nascondersi più facilmente in una villa in fronte al lago di Como, Carlos Moreno conclude: «Tutto dipende da chi la vive e a quali condizioni! Una villa situata di fronte a questo lago eccezionale avrebbe un ambiente paesaggistico naturale eccezionale. Tuttavia, se fosse isolata da qualsiasi infrastruttura di trasporto e da qualsiasi scuola, sarebbe adatta alla vita quotidiana di una famiglia con bambini? E se il supermercato più vicino fosse a 10 km, sarebbe adatto a una persona anziana con problemi di mobilità?».

L’incontro

Il festival Le Primavere è entrato nella fase finale, tornando a impegnare la sala principale del Teatro Sociale dove il direttore de La Provincia Diego Minonzio e la curatrice della manifestazione Daniela Taiocchi hanno incontrato Carlos Moreno, l’urbanista di fama internazionale che ha sviluppato il concetto della “città dei 15 minuti”.

L’incontro è stato introdotto dalla proiezione di alcuni filmati degli studenti del liceo Volta e dell’istituto Zenale di Bergamo guidati da Edoomark nell’ambito del progetto di alternanza scuola lavoro «Che classe!». I bergamaschi hanno intervistato i comaschi sulle idee per una città del futuro mentre i giovani lariani hanno intervistato i partner delle Primavere.

Carlos Moreno, Daniela Taiocchi, Diego Minonzio e due studentesse di Edoomark
(Foto Butti)

«Sono molto felice di essere a Como» ha esordito poi Moreno, che ha subito lodato la terra di Alessandro Volta, per poi ampliare il discorso. «In questi giorni, in sole 48 ore, a Como siamo passati da 16 a 24 gradi, ma in certe zone del mondo come India e Pakistan si stanno raggiungendo temperature impensabili per questa stagione, che impediscono di lavorare. Ero in Argentina e l’acqua scarseggia».

L’inquinamento

Come siamo finiti in questa situazione e perché riguarda anche Como e la Lombardia? «Perché sono le città a consumare in massima parte CO2. Siamo a pochi chilometri da Milano: le nostre città hanno continuato a crescere, sono diventate sempre più importanti. E per noi è diventato naturale impiegare anche più di un’ora per arrivare al lavoro, felici di farlo perché almeno abbiamo un lavoro. Non abbiamo più controllo: ognuno di noi ha un metabolismo, ma è così anche per una città. Come noi diventiamo obesi, le nostre città crescono senza controllo. Le nostre attività quotidiane stanno scombinando il clima. Sono cent’anni che vengono lanciati degli allarmi».

Come può una città piccola come Como avere un ruolo in tutto questo? «Non importano le dimensioni: tutti devono cambiare il loro modo di vivere, a iniziare dai trasporti, dall’utilizzo delle automobili. Per questo parlo di “città a 15 minuti”, dove si promuove la prossimità». Mostra due immagini emblematiche con i funerali di Papa Giovanni Paolo II e l’insediamento di Papa Francesco: «In entrambe c’è una moltitudine di gente, ma nella prima nessuno ha uno smartphone, nella seconda ce l’hanno tutti. La digitalizzazione si sta impossessando di noi. Ma nelle nostre città abbiamo bisogno di vicinanza, di relazioni. I giovani rischiano di diventare degli “zombie geek”».

La mancanza di relazioni

Impossibile mutare la situazione? «Le città sono parte del problema, ma ciascuno può fare parte della soluzione. Con il Covid ci siamo dovuti fermare e rivedere la nostra vita. Due anni dopo abbiamo imparato a lavorare diversamente, a utilizzare il tempo diversamente. E adesso nessuno vuole più lavorare nello stesso modo di prima. Ognuno di noi deve farsi uno schema per capire cosa sta succedendo. Bisogna proporre uno stile di vita riproducibile a Como, a Parigi, a Bogotá, ovunque nel mondo, indipendentemente dalla grandezza della città».

«Dobbiamo spezzare il ciclo di vita mi sveglio - vado al lavoro - dormo. Bisogna creare condizioni diverse». Ed ecco la città da 15 minuti: «Ecologicamente sostenibile, economicamente vivibile e con relazioni sociali. Deve avere un centro ovunque, ma nessuna circonferenza e, all’interno di essa, trovare quello che ci serve, senza essere costretti a spostarci. Per farlo dobbiamo capire perché utilizziamo poco le nostre case, perché ci sono edifici utilizzati solo per poche ore, perché la città, come la nostra vita, è frazionata. Ho ipotizzato una città da 15 minuti, ma non potevo immaginare che con il Covid molti si sarebbero avvicinati a questo concetto come il sindaco Sala di Milano e ora il sindaco Gualtieri di Roma».

(Alessio Brunialti, da La Provincia di Como, 3 maggio 2022)

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