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L’essenzialità e il silenzio: il Natale in clausura delle monache di Santa Grata

Intervista. Suor Maria Teresa è una delle monache benedettine che abitano il monastero di Città Alta. Abbiamo parlato di cosa è oggi la vita di clausura e del significato (smarrito) del Natale. Perché se c’è una scelta totalmente all’opposto del consumismo, questa è il monachesimo claustrale di diciotto donne che hanno preso una decisione oggi tutt’altro che diffusa

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(foto Patrick, fonte Unsplash)

D ella clausura si sa poco o niente e la vulgata popolare non manca di pregiudizi e diffidenza: suore che fuggono dal mondo, inette e incapaci di affrontarlo, tutto il giorno raccolte in preghiera, che evitano di avere una famiglia per non avere problemi e non vogliono scendere in quell’“arena sociale” in cui, chi più chi meno, siamo tutti coinvolti. La realtà è ben diversa, la clausura è una scelta difficile, fatta di momenti di silenzio, riflessione, confronto con sé stessi e con Dio. E morigeratezza: altro che regali e cenoni, clausura vuol dire sobrietà, ritorno all’essenziale .

Ne ho parlato con Suor Maria Teresa del Monastero di Santa Grata , a Bergamo Alta. Diciotto monache che convivono nel segno della regola di San Benedetto. Siamo lontani anni luce dalla riccanza di Fedez e Ferragni, ma siamo molto vicini a una verità umana che si rivolge a tutti, credenti e non. Suor Maria Teresa mi parla senza mezzi termini, con quell’allegra saggezza popolare che oggi è sempre più rara . “Il mio ruolo principale – spiega – è quello di infermiera, quindi mi occupo della salute delle monache e mi capita di uscire un po’ più di frequente del normale. Sono anche l’archivista del monastero, ho a che fare con documenti antichi, faccio la guida quando qualcuno viene a vedere la nostra chiesa e mi occupo della foresteria, dove accogliamo le persone che vogliono vivere qualche giorno con noi” .

Insomma, una che non sta a pregare tutto il giorno, ma il mondo lo vede e lo tocca con mano.

LB: Certo che la vita di clausura deve essere difficile.

MT: La vita in monastero ha delle difficoltà come tutti gli altri stili di vita. Possono esserci problemi di relazione con le sorelle, perché anche noi non abbiamo l’aureola e le ali, e poi c’è il rischio della monotonia. A volte mi dicono: ma non ti stanchi di fare la stessa vita tutti i giorni? Rispondo che è una routine come un’altra. Ma in realtà la vita in monastero è ricchissima.

LB: E il primo impatto?

MT: Il primo impatto è avvolgente, ti stacchi da tutto il rumore del mondo, con tremila cose da fare ed entri in un mondo di silenzio e calma. Si corre anche all’interno di un monastero, ma le priorità sono altre.

LB: Qualcuno avrà preso il monastero come un rifugio…

MT: Il rischio di cercare un rifugio dal mondo brutto e cattivo c’è. Ma chi entra con questa motivazione non resiste più di quattro mesi. Entrare in un monastero di clausura è una chiamata, come lo è sposarsi o rimanere single. Entri perché senti il desiderio di dedicare la vita a Dio e agli altri, se vuoi in un modo un po’ strano, un po’ sconosciuto. Ma i monaci e le monache non sono solo uomini e donne contemplativi, anche perché contemplativi lo si può essere pure fuori, magari contemplando un tramonto. Vai in monastero per rispondere ad un’esigenza di vita.

LB: Una vita “materialmente austera, ma compenso di questa rigorosa disciplina è la pace interiore”. Così è scritto sul vostro sito.

MT: È una frase un po’ forte, perché uno potrebbe immaginare che una vita austera è una vita dove mangi e bevi poco, patisci il freddo. Niente di tutto questo, facciamo una vita normale, non ci manca niente, ma abbiamo altre priorità rispetto al mondo là fuori e la nostra vita è austera nel senso di essenziale. Mi spiego: se ho un orologio ho questo e basta, non altri. Non siamo, tra virgolette, vittime del consumismo, abbiamo un paio di scarpe e non le cambiamo fino a quando non è necessario. Questa necessità di ciò che è essenziale non è prerogativa delle monache: conosco tante persone non monache che per scelta vivono una vita all’insegna dell’essenzialità. È un modo di vivere che ti libera da tante catene.

LB: Fra queste catene c’è anche la tv?

MT: In monastero abbiamo la tv ma non ci stiamo davanti giorno e notte. Guardiamo i tg, Bergamo TV per sapere cosa accade sul nostro territorio. La tv ci permette di seguire anche le preghiere del Vescovo e di sentirci parte della diocesi. Ovviamente non guardiamo telenovelas o film.

LB: Nessun film, mai?

MT: Qualche film di tipo religioso, attraverso i dvd. La televisione e i dvd sono regali di persone vicine al monastero. Usiamo anche internet, ma in modo sobrio, e il telefono. Insomma, comunichiamo, non siamo rimasti ai piccioni viaggiatori.

Professione religiosa di Suor Maria Teresa, 2001
(Foto Archivio L’Eco di Bergamo)

LB: Siete monache benedettine, quindi seguite la regola “ora et labora”. E sul vostro sito specificate: “La giornata delle monache è distinta tra preghiera, lavoro manuale e studio, vita di comunità”.

MT: Seguiamo la regola di San Benedetto che tu hai riassunto in “ora et labora” ma che in realtà sarebbe “ora lege et labora” (“prega, leggi e lavora”, ndr ) perché San Benedetto ha introdotto la lectio divina (una forma di preghiera sulla Bibbia, ndr ). Nello specifico alterniamo momenti di lavoro, i normali lavori di casa, a quelli di preghiera: il salmista dice “sette volte al giorno io Ti lodo”, dunque noi iniziamo le preghiere al mattino presto, alle 5.30, che è il primo momento, mentre il settimo è alla sera alle 21. Lo studio è quello sulla teologia, ma non visto come studio accademico, che sarebbe sterile, ma come opportunità di conoscere e approfondire la parola di Dio per poi metterla in pratica. Per noi è fondamentale chiedersi a cosa può servire oggi ciò che è stato scritto illo tempore , pratica che vale anche per il Vangelo. I padri della Chiesa sono sempre attuali ed è attraverso di loro, grazie anche a dei corsi a cui partecipiamo periodicamente, che riusciamo a gustare di più la parola di Dio.

LB: E ancora: “Una giusta proporzione tra queste singole occupazioni garantisce un equilibrio fisico e psichico alla religiosa”. Sembra una forma di meditazione occidentale.

MT: Io conosco molta gente che mi racconta che sono andati in questo o quel posto per un periodo di meditazione e digiuno. Ah sì?, rispondo, questa cosa noi l’abbiamo inventata duemila anni fa! Perché se leggi cosa ha fatto Gesù lo vedi che nella sua vita ha fatto molto digiuno e silenzio. C’è questa spasmodica ricerca di qualcosa che si trova già nel Vangelo. Basta aprire e leggerlo: se le domande che ci poniamo sono tante, le risposte sono scritte tutte lì. Però attenzione: c’è una differenza fondamentale fra la meditazione tipo quella dello yoga e la nostra. Lo yoga è tutto interiore, un’immersione individuale dentro sé stessi. La meditazione che ti eleva verso Dio è ben diversa, è uno scambio. C’è molta ignoranza attorno alla fede cristiana e di certo non aiutano quei sacerdoti e quelle suore che stanno sulla loro.

LB: Di quello parliamo dopo. Toglimi una curiosità: avete anche degli hobbies?

MT: Ognuno ha il suo. Chi ricama, chi dipinge, chi fa lavoretti manuali, chi coltiva fiori, chi legge. Io ad esempio ho l’hobby di piantare i pomodori.

LB: Essenzialità, sobrietà, silenzio. Tutto il contrario di come viviamo il Natale oggi…

MT: Si è perso il senso del Natale purtroppo, perché ci si è lasciati prendere da cose che dovrebbero essere il contorno e invece sono diventate il centro. Ultimamente poi stiamo degenerando: prendi quella direttiva della Commissione europea per cui non si può dire la parola Natale.

LB: Per fortuna è una sciocchezza che è stata ritirata.

MT: È un sintomo però. Il Natale è Dio che si fa uomo, se tolgo la natività il Natale è una festa come un’altra. Dobbiamo riscoprire il Natale nella sua verità di un Dio che si è fatto uomo, ma per riscoprirlo abbiamo bisogno di testimoni, è inutile parlare parlare parlare, le parole vanno al vento. Hanno bisogno di testimonianza, di gente che vive quello in cui crede. Non bisogna essere per forza santi, basta poco.

Portalino del Monastero di Santa Grata
(Foto Yuri Colleoni)

LB: Prima dicevi dei sacerdoti e delle suore che stanno sulla loro.

MT: Tu capisci che la gente che magari vive lontano dalla Chiesa o che non ci crede proprio, se vede i cristiani col muso lungo, beh, neanche io allora ci crederei. Perché i cristiani devono ricominciare a testimoniare la gioia del Vangelo, che non è l’allegria dell’osteria, ma la gioia di sentirsi amati da un Dio che è padre, nonostante ciò che di bello o di brutto ci succede quotidianamente. Il Natale è Dio che si fa uomo. Punto. In questi giorni mi è capitato di uscire ed è un rebelòt : tutti di corsa, tutti a comprare regali di cui poi ci si dimentica facilmente. C’è davvero bisogno di tutto questo?

LB: In un’intervista di qualche anno fa Monsignor Ravasi sostenne che ormai in Occidente i cattolici sono una minoranza.

MT: Il mondo è in continua evoluzione o involuzione, dipende dai punti di vista. Da tempo è tornato in auge quello che i romani chiamavano mors tua vita mea , che non è cristiano, è proprio il contrario, e direi che non è neanche umano. Purtroppo la società è arrivata a questo punto perché si corre troppo. Dovremmo invece imparare, al di là di chi crede o non crede, a coltivare una vita non solo orizzontale, ma anche verticale, per ciò che riguarda la nostra anima. È vero che siamo in pochi, però d’altra parte Gesù ha cominciato con dodici ragazzotti neanche tanto affidabili: uno l’ha venduto al miglior offerente, uno l’ha rinnegato tre volte, gli altri nei momenti più drammatici sono scappati. Non è che abbia scelto chissà chi. Lui stesso, Gesù, si era chiesto “ma quando tornerò troverò ancora la fede sulla terra?”. Bella domanda, non c’è più fede nel Signore perché c’è la fede nella potenza, nel successo, nei soldi, nel possesso.

LB: Ecco che allora spunta il silenzio. È nel silenzio che ci si chiede cosa vale.

MT: Il silenzio è un rapporto come un altro. Ad esempio lo stiamo vivendo anche adesso, quando io parlo tu stai in silenzio e viceversa. Ma il silenzio, quando è solitario, può essere assordante, perché vengono fuori tutto ciò che non vogliamo sentire e ci fa paura, mentre con il chiasso tutto resta lì, in un angolo. Nel silenzio vedrai che Dio ti parlerà. In tv non c’è mai silenzio, ma soprattutto non c’è mai ascolto: nei talk show tutti si parlano addosso. Ma la gente ha sete di ascolto. Ci sono tante persone che vengono da noi per essere ascoltate, raccontano i loro problemi, ma anche le gioie. Noi ascoltiamo, e soprattutto non giudichiamo.

LB: Però non è facile stare in silenzio, stare con sé stessi.

MT: A questo proposito ho una piccola storia da raccontarti, una storia vera. Ad Ars, in Francia, c’è un uomo di una certa età che ogni giorno va in Chiesa: non prega, non medita, non parla, non fa niente. Il curato di quella Chiesa lo vede uno, due, tre volte. A un certo punto gli chiede cosa è lì a fare, sempre in silenzio, fermo, senza fare nulla. E lui risponde: io sto qui, lo guardo, Lui mi guarda, ci guardiamo. Come due innamorati che a volte si guardano senza dire niente, in quel silenzio c’è tutto. Per noi monache il silenzio è una forma più alta di comunicazione, un momento in cui non dici niente per dire tutto. Come dice il proverbio, siediti avvolto nel silenzio, Dio ti parlerà.

Suore del Monastero di Santa Grata

LB: Dopo tutto quello che mi hai detto, mi viene da chiederti se non vi sentite mai “fuori dal tempo”.

MT: No, perché io sono nel tempo, la clausura è un mezzo, non è il fine. È un mezzo che mi permette di dedicarmi completamente alla preghiera per gli altri. Se io fossi fuori dal tempo, non sarei qui in monastero. Invece a me il Signore ha chiesto questo. Sono nel mondo perché il mondo lo porto dentro e quando vado a pregare il mondo lo porto all’altare.

Cantava Franco Battiato: “Sulle strade al mattino il troppo traffico mi sfianca / Mi innervosiscono i semafori e gli stop / E la sera ritorno con malesseri speciali / Non servono tranquillanti o terapie / Ci vuole un’altra vita” .

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