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Se la scuola smettesse di dare voti (e ansie): alla cattedra, Enrico Galiano

Articolo. Docente di lettere, scrittore per Garzanti (“L’arte di sbagliare alla grande”) e forte presenza sui social network, Galiano è un insegnante sui generis, che ha scelto di non fare più verifiche e interrogazioni, prediligendo attività valutative basate sui progetti, laboratori e prove pratiche e creative. Abbiamo chiacchierato con lui della scuola di oggi, del suo rapporto con i media e del suo lavoro

Lettura 6 min.
(Illustrazione YummyBuum)

A venticinque anni la scuola è un ricordo vicino. È un ricordo ancora vivo quello della mia bocca secca che cerca di tradurre qualche riga di Cicerone in quella fredda mattina di febbraio in cui l’insegnante di latino decise di interrogare a sorpresa. E, con sorpresa, scelse proprio me. La scuola non è solo un luogo, non è un ambiente, non è un dovere: è un tassello fondamentale della nostra vita, dal quale tutti partiamo e che ci forma, in primo luogo, come persone e come parte della società.
È lì, probabilmente, che abbiamo sperimentato per la prima volta l’ansia. È lì, che abbiamo conosciuto l’amicizia; lì abbiamo imparato a conoscere, a schivare, a cercare e, i più furbi, a copiare. Abbiamo parlato della scuola e, soprattutto, degli insegnanti con Enrico Galiano, insegnante di lettere in una terza media, scrittore per Garzanti e relatore per Molte Fedi Sotto lo Stesso Cielo della serata “Per una didattica leggera: cose da prof!” dell’8 novembre.

GB: Partiamo dall’argomento scottante: “Squid Game” e i ragazzi che a scuola ne emulano i gesti. Cosa ne pensa? Quale può essere in ruolo del professore di fronte a un episodio del genere?

EG: Non è una polemica nuova. Quando io ero piccolo c’era la stessa identica polemica su “L’uomo tigre” o su “Ken il Guerriero”, per esempio. Prima che nascessi c’era “Arancia meccanica”… Insomma: ricorsivamente sono cose che tornano e si tende, di solito, a scambiare l’effetto con la causa. Più che manifestare un problema riguardo alla violenza della serie tv, questa è una cartina di tornasole che ci mostra, invece, che spesso bambini e adolescenti assistono a queste cose senza la mediazione, la spiegazione e la vicinanza di un adulto che sappia loro ridimensionare ciò che vedono. Il dramma non è tanto “Squid Game”, “Ken il guerriero” o “L’uomo tigre”: il dramma è che bambini e ragazzi vengono lasciati da soli di fronte a queste cose. Un’altra cosa da dire è che se c’è un parental control andrebbe rispettato: io, per esempio, uso Netflix e ho una figlia. So benissimo come funziona e so che si può apportare un blocco ai programmi che non si vuole che i figli guardino, è possibile: certo, ci sarà sempre il ragazzo capace di aggirare il blocco, ma soprattutto per i bambini più piccoli questo è molto efficace.

I simboli di Squid Game
(Foto Khoirulzz)

GB: Come può influire, in questo, il ruolo del professore e il modo che egli ha di affrontare il tema mediatico? Intendo: spesso la scuola rischia di essere un mondo a sé, poco integrato con il panorama mediatico culturale in cui i ragazzi sono immersi.

EG: In realtà in questi giorni ho notato che tanti ragazzi e bambini hanno ricominciato a giocare a “Un, due, tre… stella!” (come in “Squid Game”, ma nessuno muore, ndr) e questo mi ha fatto piacere: rispetto ad altri giochi che fanno a ricreazione, come schiaccia sette, basati sul concetto di “eliminazione” dei compagni dal gioco, questo mi piace di più, è partecipativo. Comunque, se dovesse capitare un episodio di emulazione, sarebbe un momento utile da sfruttare per cercare di discuterne e capire insieme ciò che sta succedendo: la scuola può avere ancora questa funzione e, anzi, dovrebbe averla.

GB: Crede che sarebbe necessario, in un caso simile, coinvolgere i genitori? Mi sembra sempre più difficile, da parte della scuola e delle istituzioni, “mettere in discussione” il loro agire a casa.

EG: Non si tratta di mettere in dubbio il loro modo educativo, perché a volte loro non sanno proprio cosa fa il figlio quando si trova da solo o in compagnia degli amici. I ragazzi, in mezzo ai compagni, si trasformano: loro non sanno cosa diventa, noi insegnanti sì, perché assistiamo quotidianamente alla formazione dei gruppi e alle loro dinamiche. Credo che un genitore, se ci tiene davvero, vorrebbe sapere come si trasforma suo figlio. Se succede, secondo me, lo deve sapere assolutamente.

GB: “Squid Game” e tutta questa la questione annessa sono oggi, sui media, uno degli argomenti principali e più chiacchierati. Da studenti, spesso, si ha la sensazione che la scuola sia però un mondo un po’ a sé, poco integrato con il panorama mediatico-culturale in cui i ragazzi sono immersi. Lei stesso ha dei profili sui social network molto seguiti, che mi fanno intendere che prenda sul serio l’argomento dei social media e della cultura mediatica. Come si può integrare questo discorso nella scuola di oggi?

EG: Innanzitutto, bisogna imparare a usare i social network. Non dico che si debba diventare improvvisamente tiktoker o cose simili, ma intendo dire che si debba imparare a usarli, perché questo significa acquisire un linguaggio che ti permetta di comunicare con i ragazzi di questo argomento con una maggiore facilità. Secondariamente, bisogna porsi nella condizione ribaltata dello studente: i ragazzi possono essere dei validi insegnanti per quanto riguarda questo argomento e dobbiamo porci nella condizione di ascoltarli e di poter imparare da loro. Ho notato che sono molto contenti di spiegare ai docenti come funzionano i social network: in questo modo, si crea una fruttuosa collaborazione. È importante non giudicare e non creare giudizi: questa è una situazione ricorsiva, che si crea ogni qualvolta esce un nuovo social network. Anche il tanto usato e oggi accettato Facebook, quando uscì, portò con sé non poche polemiche. Quando i giovani hanno migrato in massa verso Instagram, anche questo è diventato oggetto di giudizi; oggi, al centro del ciclone, c’è Tik Tok. È fondamentale astenersi dall’io giudicante e, anzi, porsi nella condizione della curiosità: chiedere come funziona, cos’è… voler sapere.

GB: Lei cosa ne pensa di Tik Tok?

EG: Ho scoperto che Tik Tok ha un algoritmo davvero potente che non premia, a differenza di altre piattaforme, solo un certo tipo di contenuti: è più democratico e premia esattamente ciò che la gente desidera e condivide. Facebook e Instagram, per esempio, spingono di più su certi tipi di contenuti, come quelli divisivi o di discussione; Tik Tok, invece, si lascia decidere molto di più dagli utenti. È un aspetto molto positivo, che andrebbe sfruttato anche per proporre materiale divulgativo: bisognerebbe provare a portare la cultura anche attraverso questi strumenti.

GB: Ma i suoi alunni la “seguono” sui social?

EG: Sì, purtroppo sì, non riesco ad evitarlo: talvolta mi canzonano, perché tendo a fare un po’ lo scemo online diversamente che in classe. Insegno lettere in una terza media quest’anno, ma all’inizio di carriera ho lavorato anche nelle scuole superiori e ho notato che per i miei studenti è totalmente indifferente che io sia “social”: loro vedono sempre prima la persona e poi il personaggio. Vedono l’uomo, l’insegnante e il mio modo di relazionarsi con loro e basta. Il problema l’ho con alcuni genitori: a volte, qualcuno vive male questa mia presenza sui social e ha molti pregiudizi, credendomi finto o poco vero. In realtà, il motivo è semplice: a differenza di altri miei colleghi “social”, io tendo spesso ad espormi su certi temi, soprattutto sociali. Questo spesso incide e va a sbattere con genitori che la pensano in modo totalmente opposto.

GB: Relativamente a tutta la questione pandemica ed emergenziale, ha notato delle differenze nei suoi ragazzi tra prima della pandemia e ora?

EG: La maggiore differenza l’ho incontrata quando siamo rientrati dopo il primo lockdown. All’inizio dell’anno scorso, ho ritrovato dei ragazzi molto diversi: se, prima, non avevano molta voglia di essere a scuola e di impegnarsi, in quel momento invece quelli erano sentimenti molto presenti, tangibili. Avevano voglia di stare insieme. Ho notato poi una forte insofferenza verso le verifiche e le interrogazioni, verso la scuola vecchio tipo impostata sui voti e le performance: ho condiviso con loro questa insofferenza, perché credo fortemente che la scuola debba rimettere al centro di tutto la relazione e il confronto tra esseri umani, prima che tra le etichette “insegnante” e “studente”.

Enrico Galiano

GB: Praticamente, come declina nel suo insegnamento questa necessità di cambiamento?

EG: Io ho abolito la situazione standard di verifica e interrogazione e le ho sostituite con attività molto più orientate al fare delle cose tutti insieme. Per esempio, sulla Rivoluzione Francese i ragazzi hanno creato un fumetto; su Foscolo, invece, hanno creato dei meme… Insomma: tutte piccole cose che permettono all’insegnante di continuare a valutare e, ai ragazzi, di non avere l’ansia continua da prestazione e da valutazione. L’aspetto motivazionale cambia completamente. Pensiamo troppo poco, come società, alla motivazione, quando dovrebbe essere al primo posto.

GB: Alla fine dell’anno però un voto bisogna darlo…

EG: A fine anno ovviamente ci sarà il voto in pagella, come da normativa: sarà un voto fatto di tanti non voti ottenuti nel corso dell’anno. Gli studi fatti sui luoghi di lavoro confermano che l’incentivo numerico, riferibile per esempio al bonus economico, ha nella realtà un aspetto molto meno motivante rispetto ad altri fattori: nella classifica, l’aspetto più motivante è il riconoscimento, il feedback positivo da parte del valutatore/datore di lavoro/insegnante. In seconda posizione, nella classifica delle cose più motivanti, è il rapporto con i colleghi, che deve essere fruttuoso e collaborativo. Non lo dico solo io, quindi, ma anche gli studi: è un fattore di educazione. Noi siamo stati abituati al voto, al numero, al feedback dato in questo tipo: non significa che sia il migliore, non significa che non si possa cambiare. Non si smette di valutare, attenzione: si smette di dare voti.

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