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Silvano Petrosino, «il disordine salverà le nostre città»

Intervista. A Le Primavere di Como lo scorso aprile un intervento del filosofo milanese, che si interroga sul vero significato dell’«abitare» e si chiede da cosa dovrebbero ripartire le nostre città. Quella che va configurandosi oggi è «una città perfetta, in cui i semafori funzionano, l’immondizia viene raccolta, ci sono le telecamere di sorveglianza, ci sono le leggi e le regole, gli orari e i documenti. Una città infernale» . Su Bergamo TV domenica 3 luglio alle 15

Lettura 8 min.
Silvano Petrosino (Butti)

L’Eden, il paradiso terrestre. Con la retorica di «ritorno alla natura» che si è fatta sempre più pressante dal primo lockdown in poi, sembra che sia una bucolica utopia di pura natura l’ideale a cui tendere. Ma è davvero così? La natura ci salverà dalla barbarie della dimensione cittadina che sembra andarci sempre più stretta? Non tanto una provocazione, quanto uno spunto di riflessione, è il punto di partenza dell’intervento di Silvano Petrosino – filosofo e professore di Teorie della Comunicazione e Antropologia religiosa e media presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano – a Le Primavere 2022: titolo dell’incontro avvenuto lo scorso aprile, che verrà trasmesso da Bergamo TV domenica 3 luglio alle 15, «Vivere nella giungla, abitare nella città».

L’intervista

Del resto è stata proprio la dimensione cittadina il fulcro dell’ultima edizione del festival comasco, che si propone di «ripartire da ciò che è rimasto e prendersene cura»: le nostre città. Attraverso una serie di incontri a tema mobilità, urbanistica, verde, vivibilità e bellezza, che si interrogano su come renderle più belle, più agili, più verdi, più sostenibili. «(meta)verso la città ideale» è stato il titolo di questa edizione, che ha cercato di immaginarsi le città del futuro utilizzando la specificità dei diversi linguaggi scientifici e artistici, secondo dialoghi interdisciplinari tra letteratura, architettura, teatro e musica.

La riflessione di Petrosino parte da questa visione idilliaca per tornare presto con i piedi per terra, con una schiettezza quasi brutale. «Oggi c’è una grande enfasi sulla natura, sull’ambiente, sul ritornare a una dimensione primordiale», afferma. «Quando si parla della natura si tende a vedere solo i lati positivi: i fiori nel prato, il ruscello di montagna... Ma dove c’è natura c’è lotta per la sopravvivenza. Non c’è né perdono né misericordia».

Leopardo nella foresta di Antonio Ligabue
(Foto ANSA)

Questa, secondo Petrosino, è la dimensione della giungla, dove la priorità è sopravvivere, o, per usare le sue parole, semplicemente «vivere». Nella giungla vige «la legge del più forte, della selezione naturale: il più debole è destinato a perire affinché si faccia avanti il più forte». Neanche l’uomo può scappare da queste logiche, nonostante abbia saputo a un certo punto «prendere le distanze dalla giungla e capire che non può sempre dare libero sfogo ai suoi istinti primordiali».

Una svolta arriva da una fonte inattesa, la Bibbia, che per Petrosino «non riguarda solo i credenti, ma è un testo fondamentale, soprattutto nella versione cristiana». Nella Genesi leggiamo: «L’Eterno Dio prese dunque l’uomo e lo pose nel giardino dell’Eden perché lo lavorasse e lo custodisse». Ecco il salto radicale: non una giungla, ma un giardino.

«Un giardino è diverso dalla giungla», spiega Petrosino: «in un giardino c’è ordine e c’è bellezza. Dio dà un compito all’uomo, che non è quello di vivere ma di abitare nel giardino, di coltivare e di custodire. C’è attenzione per il debole, lo sfortunato, l’abbandonato: nella Bibbia si parla dell’orfano, della vedova e dello straniero. Loro in una giungla non avrebbero posto. Nell’abitare, invece, c’è un invito ad andare oltre la legge della giungla. L’uomo smette di essere solo un vivente e si trasforma in un abitante».

Il traffico di Mumbai
(Foto Sladko Zaponi)

Un idillio… o quasi. Quello che succede, «come sempre quando si ha a che fare con l’uomo», è che «le cose continuano ad aggrovigliarsi e capovolgersi. L’uomo finisce per trasformare la città in una nuova giungla. Cerca periodicamente di uscire da una logica di sopravvivenza, ma immancabilmente ci ricade. E fa peggio della natura. In natura c’è la sciagura, c’è l’alluvione, ma solo quando c’è di mezzo l’uomo c’è distruzione. Solo l’uomo distrugge. È la perversione della natura umana».

È una nuova accezione della «giungla d’asfalto». Non solo città rese invivibili dall’inquinamento, dal rumore e dall’asfalto, ma, per prendere in prestito le parole di Calvino nella conclusione a «Le città invisibili», «l’inferno dei viventi». Non «qualcosa che sarà», ma «quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme». Petrosino lo chiama «inferno bianco»: «una città totalmente posta sotto controllo, una città dell’ordine assoluto».

Sebbene, infatti, l’uomo non possa vivere nel disordine e nella confusione, «c’è un ordine che fa morire l’uomo». O, come riassume Petrosino, «l’ordine è per l’uomo, non è l’uomo per l’ordine». Quella che va configurandosi oggi è «una città perfetta, in cui i semafori funzionano, l’immondizia viene raccolta, ci sono le telecamere di sorveglianza, ci sono le leggi e le regole, gli orari e i documenti. Una città infernale».

E cosa c’è di sbagliato? La chiave sta proprio nella pretesa del controllo. Spiega Petrosino: «la vita umana implica un rischio irriducibile, e cioè il fatto che la scelta tra il bene e il male è sempre consegnata all’uomo, alla sua libertà e alla sua responsabilità. Non può essere imposta. Nell’inferno bianco si impone il bene, ma, laddove si impone il bene, il bene diventa il male».

Telecamera di sorveglianza
(Foto Captain Hook)

Come se ne esce? La conclusione, così come l’origine della riflessione, è ispirata alla Bibbia. Dove «si inizia con un giardino, quello dell’Eden, e si finisce con una città, la Gerusalemme celeste». Il punto interessante è che «non si postula l’idea di un ritorno alla natura. Nel giardino non si può più rientrare. Piuttosto, dobbiamo perseguire la convivenza pacifica tra uomini. Questo è l’ideale ultimo a cui tendere».

Petrosino cita i profeti per condensare in una formula breve ed efficace questo pensiero: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci» (Isaia, 2:4). Si torna al punto di partenza, all’idea di «coltivare e custodire»: «ogni convivenza umana, in cui non si dà spazio al perdono e alla misericordia si trasforma prima o poi in inferno, sia che questo accada in città o in campagna».

Nella pratica, questo si trasforma in un’accettazione, nell’ordine, del disordine. Nelle parole di Calvino, «cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Inaspettatamente, ciò che non è inferno non è l’ordine, ma il disordine.

Petrosino lo spiega con un paragone alle relazioni umane: «finché sei single, fai quello che vuoi. Quando un’altra persona entra in gioco, la vita di tutti i giorni diventa un bel disordine. Ci si trova in disaccordo su qualunque cosa, dalla disposizione dei vestiti nell’armadio alla destinazione per le vacanze. Allora ci si mette d’accordo, si cercano compromessi, certo, ma è impossibile mettersi d’accordo su tutto. Quello sarebbe un inferno. Lo dicono anche i vecchi: per tirare avanti in una coppia ci vuole rispetto. Ma cos’è il rispetto? È rispetto dell’ordine dell’altro. Che altro non è che quello che noi chiamiamo disordine».

Macerie a Taiz, in Yemen, dovute alla guerra

Oppure, vista da una prospettiva un po’ diversa, «quando ci si prende una cotta per qualcuno si vorrebbe che contraccambiasse. Se qualcuno ci desse una polverina magica per ottenere esattamente quello che vogliamo e l’altra persona si innamorasse di noi, potremmo credere che sia felice? Non sarebbe quello per lei un inferno? Del resto, però, l’alternativa sarebbe intraprendere quella cosa faticosissima e lunga che è il corteggiamento. Come se ne esce? Accettando che l’altra persona non si innamori di noi».

È non è proprio questa la magia dell’innamoramento? Il suo mistero? Il non poter essere spiegato da un semplice rilascio di endorfine? Lo stesso, secondo Petrosino, vale per le nostre città. Tutte dovrebbero ripartire facendo un passo indietro. Accettando che i conti non tornino, che c’è una parte irriducibile di disordine e mistero nella vita e che il cerchio non sempre si chiude.

L’incontro

Dopo i primi seguitissimi incontri del festival Le Primavere, promosso da questo quotidiano e ospitato dalla Sala Bianca del Ridotto del Teatro Sociale, che hanno permesso al folto pubblico comasco di conoscere relatrici e relatori mai ascoltati in città, ieri sera la rassegna curata da Daniela Taiocchi ha ritrovato uno dei suoi conferenzieri più assidui, il filosofo Silvano Petrosino, accolto da una folla davvero numerosa che vedeva in prima fila il presidente di Confindustria Como Aram Manoukian, il presidente di Villa del Grumello Paolo De Santis e il presidente dell’editoriale La Provincia Massimo Caspani.

“Vivere nella giungla, abitare nella città” è il tema su cui Petrosino si è confrontato con il nostro caporedattore Vittorio Colombo. Quindi, che cosa significa abitare, e perché è proprio l’abitare a distinguere il particolare modo di esistere e di vivere dell’uomo? Perché il nostro “stare insieme”, perché lo stare insieme degli uomini, si trasforma così facilmente in un Inferno?

Cose «magnifiche e terribili»

«Siamo abituati a esprimere sempre il nostro pensiero – dice – ma di cosa pensiamo noi, in fondo a nessun altro frega niente. E il dibattito non può ridursi a questo, al bar, alla chiacchiera: lo abbiamo visto con il Covid e ora con la guerra. Per questo voglio sviluppare un ragionamento, partendo dalla distinzione tra vivere e abitare. Noi siamo dei viventi e in quanto tali obbediamo alle leggi della vita, dalla nascita alla morte. La cosa straordinaria e terribile, è che noi ci rapportiamo al cibo, ad esempio, alle cose della nostra vita, con sensi di colpa, paure, angosce».

Daniela Taiocchi, Silvano Petrosino e Vittorio Colombo durante l’incontro de Le Primavere
(Foto Butti)

«Le esperienze – prosegue – ci segnano, in una trama aggrovigliata. Siamo complicati, abbiamo l’inconscio, dentro di noi ci sono cose che non vorremmo neanche sapere. Il filosofo Cassirer parla di una “aggrovigliata trama dell’umana esperienza”. E spesso, invece, quando ne parliamo, abbiamo una visione del tutto superficiale». Così si entra nel vivo dell’analisi: «L’uomo fa due cose magnifiche e terribili: è l’unico capace di amore ed è anche l’unico capace di distruggere, che ha un comportamento distruttivo». Ed è quindi complicato vivere. «Adesso c’è questo elogio della natura, il ritorno alla natura, ma la natura è spietata. Nella natura non c’è né perdono né pietà. La natura non sa cos’è la misericordia. Vige la spietata selezione naturale (...) L’uomo però, a un certo momento nella sua evoluzione ha iniziato a prendere le distanze dalla giungla e ha iniziato ad abitare, quindi non più solo vivente, ma abitante. Noi, in quanto abitanti, siamo chiamati a misurare e a calcolare tutto. Ma la cosa strana e strepitosa è che l’uomo è capace ed è chiamato a misurare non matematicamente, ma umanamente, tenendo conto di cose... Di cui non si può tenere conto».

L’inferno dei viventi

«Secondo la Genesi, Dio colloca l’uomo nel giardino dell’Eden e gli spiega cosa deve fare, ovvero coltivare e custodire ed è questa la cosa più difficile, custodire, perché s‘i custodisce la memoria. E dobbiamo custodire tutto, i nostri mari, i nostri fiumi, il nostro verde, ma anche i nostri figli... È custodire la difficoltà dell’abitare». Ma l’uomo tende periodicamente a ricadere nella giungla quando invece di custodire si mette a distruggere. Cita Italo Calvino che chiude “Le città invisibili” con le seguenti parole: «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce ne è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».

Il pubblico dell’incontro con Petrosino
(Foto Butti)

A partire da queste parole, Petrosino sviluppa una riflessione attorno ad alcune delle questioni ch’esse sollevano. In effetti oggi è diventato un luogo comune parlare di “città invivibili” ma raramente un simile denuncia, per certi aspetti del tutto condivisibile, è accompagnata da una seria indagine, più che sulla figura della città, sul senso dell’abitare. «In natura – ribadisce – non c’è né perdono né misericordia. Forse, per ritornare ancora una volta a Calvino, ogni stare insieme degli uomini, ogni convivenza umana, in cui non si dà spazio al perdono e alla misericordia si trasforma prima o poi in inferno, sia che questo accada in città o in campagna». E c’è una considerazione che supera le altre: «Parliamo di città perfette, di città a misura d’uomo, dove tutto e ordinato e misurato, dove tutto è perfetto, dove tutto torna. Ma questo è un inferno bianco, più terribile di quello con le fiamme. Noi dobbiamo imparare a convivere con le imperfezioni. Dobbiamo accettare che le cose non vadano come vorremmo, dobbiamo accettare che i conti non tornino, che i nostri figli non realizzino i nostri progetti, che quella donna che desideriamo tanto non si innamorerà di noi, che il nostro abitare non sarà mai come vorremmo».

(Alessio Brunialti, da La Provincia di Como, 29 aprile 2022)

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