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Virgilio Sieni di fronte agli occhi di chi resiste, nonostante tutto

Intervista. Giovedì 23 luglio il coreografo e danzatore alla GAMeC per Radio GAMeC Real Live. Performance e dialogo con Leonardo Merlini sullo spettacolo “Di fronte agli occhi degli altri”, con persone che non sono danzatori professionisti

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Virgilio Sieni (Marcello Norberth)

Il lockdown per me ha rappresentato una grande opportunità di riflettere sulla cura dell’altro nella distanza. La cura dello spazio tattile quando non è consentito toccare le persone e la possibilità di creare delle forme di avvicinamento gentile in un momento di distanziamento forzato”. Virgilio Sieni è uno dei più importanti coreografi e danzatori italiani, alle spalle ha un percorso artistico di oltre quarant’anni e decine di spettacoli dentro e fuori il nostro Paese.

Dal 2003 dirige Cango Cantieri Goldonetta Firenze, il Centro Nazionale di produzione per la danza “nato per sviluppare ospitalità, residenze, spettacoli e progetti di trasmissione fondati sulla natura dei territori”. Nel 2007 fonda l’Accademia sull’arte del gesto, “contesto innovativo di formazione rivolto a professionisti e cittadini sull’idea di comunità del gesto e sensibilità dei luoghi”. Dal 2013 al 2016 è direttore della Biennale di Venezia-Settore Danza.

Giovedì 23 luglio sarà aRadio GAMeC Real Live (ore 21, ingresso gratuito su prenotazione a [email protected]) e dialogherà con la curatrice Anna Danerisu “Di fronte agli occhi degli altri”, un lavoro sulla memoria condivisa di alcune grandi tragedie italiane (Ustica, piazza Fontana, piazza della Loggia, il terremoto di Gibellina) che si fa presente rispecchiandosi nel gesto come incontro con persone comuni legate alla tragedia.

Alla GAMeC il progetto assumerà una connotazione particolare: gli spunti saranno la “Pietà” di Giovanni Bellini (1460, Pinacoteca di Brera) e il “Cristo in pietà e un angelo” di Antonello da Messina (1476-78, Museo del Prado). La performance sarà “un incontro con il pubblico invitato a fare un percorso di conoscenza attraverso l’attenzione portata al gesto e alle figure prostrate, abbandonate e sostenute. Dal movimento tattile delle mani sarà sviluppata una lezione alla quale tutti possono partecipare spontaneamente”.

LB: Molti durante il lockdown hanno fatto fitness seguendo dei personal trainer virtuali. Tu invece hai proposto delle “Lezioni sull’attesa”.

VS: Il corpo che si mette in opera è sempre una grandissima occasione per l’uomo. Se abbiamo fatto questo viaggio di 8 milioni di anni fino ad oggi è perché abbiamo saputo elaborare l’archeologia del corpo primitivo, portando i nostri gesti sino al presente. Fare quel tipo di Lezioni in questo momento significa continuare a riflettere sulla dignità del corpo. Un corpo che ha anche un valore “politico” se vuoi, e soprattutto un corpo che non deve essere oppresso, sfruttato, reso superficiale.

LB: L’ultima di queste Lezioni è ispirata al “Battesimo di Cristo” di Piero Della Francesca. All’inizio dici che sono esercizi per “svuotarsi”.

VS: Le pratiche sul gesto fatte in un certo modo servono per svuotare, come fa il sonno. Per eliminare tutta una serie di schemi che si accumulano necessariamente nell’uomo. Ecco perché la danza è un fattore sociale determinante: serve a scuotere le forme superflue per introdurre nuovi meccanismi, associazioni e figure. Anche a Bergamo tenterò di fare una cosa del genere.

LB: “Di fronte agli occhi degli altri” non ha una coreografia fissa, indaga il valore della memoria attraverso l’improvvisazione con persone non professioniste. Com’è nato?

VS: Nasce molti anni da una richiesta di Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione dei Parenti delle Vittime della Strage di Ustica. Nella strage le morì il fratello, mi invitò quindi a fare un lavoro con le vittime. Da lì ho incontrato persone, legate ad alcune tragedie del nostro Paese, che sono riuscite a sopravvivere nonostante ciò che hanno vissuto direttamente o no, ad esempio quando hanno avuto dei lutti di persone molto vicine. È accaduto di fare questo spettacolo per la strage di piazza Fontana o di piazza della Loggia e per i terremotati di Gibellina. Ma ho avuto modo di incontrare anche i partigiani. A Bergamo mi sarebbe piaciuto incontrare i parenti delle vittime della pandemia ma è ancora presto, c’è bisogno di rielaborare molto quello che è successo. Mi accontenterò di incontrare le persone che saranno presenti, costruendo un dialogo basato su dei piccoli gesti, ovviamente senza toccarsi.

LB: Tutto il tuo percorso è puntellato dai temi del corpo, dal gesto e dallo spazio. Per “Di fronte agli occhi degli altri” è soprattutto il tatto ad essere al centro dell’attenzione.

VS: “Di fronte agli occhi degli altri” riguarda la prossimità, che non è solo toccare ma ascoltare e lasciarsi toccare, dalle persone e dalle cose. Questo spettacolo ha a che fare con un incontro. Con la voglia di recepire dall’altro in una forma empatica diretta. Essere uno di fronte all’altro, “nudi” per ciò che il corpo può dire, scambiandosi dei gesti che scaturiscono dall’emozione dell’incontro.

LB: Su YouTube è possibile vedere lo spettacolo che hai fatto al Festival della Mente di Sarzana nel 2013. All’inizio, quando introduci la serata, sembri molto emozionato…

VS: Questi incontri mi emozionano tantissimo. Quando hai di fronte delle persone che hanno vissuto tragedie così grandi, che hanno sofferto, sono sempre incontri estremamente emozionanti. Anche perché ci si incontra per la prima volta sul palcoscenico.

LB: Sempre in quell’introduzione dici che lo spettacolo, rispetto alla memoria, riguarda “un gesto non solo di ispirazione ma profondamente legato ad un’origine indicibile dell’essere umano”.

VS: L’indicibile riguarda sempre i gesti necessari all’uomo per sopravvivere. Quei gesti di cui dicevo prima, iscritti nella nostra archeologia, nel nostro essere bipedi. In conseguenza di ciò un gesto può anticipare tutte quelle che sono le nostre intenzioni. Se ci pensi è una cosa magnifica, ma può essere anche molto pericolosa, perché un gesto portato male può fare venire in mente nell’altro delle esperienze negative. Quindi va gestito: la gestualità è qualcosa più di un’ombra. È ciò che ci forma, soprattutto se abbiamo la capacità di mutarlo, di rielaborarlo. Evidentemente a quel punto possiamo essere persone migliori.

LB: Dopo “Osso”, in cui hai danzato con tuo padre, “Di fronte agli occhi degli altri” è il primo progetto in cui incontri persone non professioniste.

VS: Lavoro da molto tempo con non professionisti. Nel 2007 ho fondato l’Accademia sull’arte del gesto, che ormai va a vanti da molti anni. Prima dicevi dell’improvvisazione, io penso però che i gesti per “Di fronte agli occhi degli altri” siano soprattutto un lavoro di variazione.

LB: In che senso?

VS: Adopero letteralmente i gesti della persona davanti a me in una sorta di riciclo, come se riutilizzandoli li ripropongo a chi ho di fronte. Di solito le persone che incontro non sono abituate a memorizzare una sequenza di gesti, non hanno le tecniche. Ciò che faccio è frammentare quello che la persona sta facendo e riproporlo a livello mnemonico. È molto bello perché in questo modo vengono ritrovati i gesti che uno ha appena fatto per poi dimenticarli subito, così nasce il dialogo. Un dialogo che non deve essere superficiale, altrimenti diventa semplicemente uno sfogo e una ripetizione degli stessi gesti.

LB: L’incontro-condivisione con i testimoni che hanno resistito alla Storia crea quella che tu hai chiamato Communitas. Sarebbe bello che ci spiegassi questa idea…

VS: Il concetto di Communitas ha a che fare con la democrazia del corpo. Ogni parte di noi compartecipa alla nostra sopravvivenza in una sorta di aiuto reciproco: le ossa, lo scheletro, i tendini… Così la comunità nasce quando qualcuno vuole avvicinarsi a me per dialogare e ha il desiderio di farlo. La Communitas è formata dal dialogo. Nelle mie Communitas accetto chiunque, l’unica disponibilità che chiedo è il tempo, perché sono percorsi impegnativi ed il tempo è un dono assolutamente necessario. La comunità non nasce a priori, ma durante le pratiche gestuali, anche perché di solito le persone che partecipano non si conoscono. Sono gruppi da un centinaio che arrivano in un territorio come degli sfollati. Ma durante la pratica accade che si vadano a formare tutte quelle che sono le caratteristiche della nascita di un luogo e quindi di una comunità. Mi riferisco ad una serie di mediazioni, di strutturazioni, di costruzione di elementi che generano la comunità. Una comunità nasce perché uno sente di aver bisogno dell’altro.

LB: “Di fronte agli occhi degli altri” ha attraversato tante memorie del nostro Paese, incontrando i testimoni. Dove ti piacerebbe portare lo spettacolo?

VS: Diciamo subito che il lavoro andrà avanti. Prima del lockdown ad esempio ho incontrato dei minatori di Carrara e i femminielli di Napoli. Magari fra qualche anno incontrerò i parenti delle vittime di Bergamo. Bisogna però creare le condizioni per costruire un tentativo di bellezza dentro la tragedia.

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