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Bringing It All Back Home: “Libellula gentile”, un film su Fabio Pusterla

Intervista. Cristiano Poletti, poeta e critico letterario, venerdì con Stefano Pini allo Spazio Terzo Mondo di Seriate per la proiezione del documentario sul grande poeta svizzero-italiano, che sarà presente alla serata

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(Fabio Pusterla)

È di poco tempo fa la pubblicazione del suo ultimo libro di poesie, “Temporali” (Marcos y Marcos, 2019), ma quando ho incontrato Cristiano Poletti – la settimana scorsa in Città Alta – abbiamo dialogato intorno a un’altra uscita, quella del libro-documentario “Libellula gentile. Fabio Pusterla, il lavoro del poeta” (Marcos y Marcos, 2019), che comprende un film di Francesco Ferri sull’opera e la figura di Pusterla e una serie di testi (interviste, dialoghi, scritti) di e a cura proprio di Poletti.

Fabio Pusterla, nato a Mendrisio nel 1957, è tra le voci più importanti della poesia italiana contemporanea, autore anche del volume “Una luce che non si spegne” (Edizioni Casagrande, 2018), una finestra aperta sulle figure dei maestri e dei compagni di via che hanno accompagnato il poeta nel suo percorso artistico. Qui di seguito, Poletti racconta l’amicizia con Pusterla e il progetto del film a lui dedicato.

FA: Quando hai conosciuto Fabio Pusterla?

CP: L’ho conosciuto su carta, e fu un incontro folgorante, nel 1994. Ero al mio primo anno universitario, la libreria dell’università Statale di Milano, la Cuem, era gestita da Stefano Raimondi, che oggi è uno tra i poeti italiani più bravi. Io già scribacchiavo ed ero curioso di poesia, Raimondi mi suggerì Le cose senza storia. Lo guardo, mi piace molto l’edizione. Nel tragitto in treno per casa, sulla linea Milano-Venezia, leggo un testo su Crespi d’Adda e mi si apre un pianeta, quello della poesia contemporanea, in grado di parlarmi così bene di un luogo affascinante, altamente suggestivo per me, a pochi chilometri da dove vivo. Poi, di persona, conosco Pusterla nel maggio del 2014, venti anni dopo averlo letto per la prima volta. L’incontro avviene all’interno del festival Trevigliopoesia, che ho curato dal 2007 fino a quell’anno e poco oltre. Il suo libro “Argéman” era ancora inedito, sarebbe stato pubblicato proprio nell’autunno di quell’anno, quindi lo presentava in anteprima a Treviglio. Poi sono arrivati il primo whisky insieme, il dialogo, la franchezza, una sorta di istintiva simpatia, aiutata dalla sua disposizione d’animo al dialogo.

FA: Com’è avvenuto l’incontro fra te e il regista Francesco Ferri?

CP: Lo conosco da sempre. Lui è più giovane di me, è il fratello di quello che è stato un mio grandissimo amico, con cui avevo un gruppo, suonavamo, anzi, io cantavo e basta a quel tempo, Jimi Hendrix, e lui era un bravo chitarrista. Purtroppo è morto a trent’anni. Francesco l’ho conosciuto prima che Alessandro morisse. Negli anni delle superiori maturava l’idea di fare l’artista, poi è andato a New York, alla scuola di arti visive, e da lì l’amore per il cinema, il visivo, che poi ha fatto da collante per la nostra amicizia, maturata nel tempo. L’ho conosciuto così, prima che diventasse un film-maker.

FA: Come vi è venuta l’idea del film?

CP: Dalla morte del festival. Sentivamo che la spinta delle nostre personali risorse emotive e fisiche per l’organizzazione di Trevigliopoesia si stava esaurendo. Volevamo morire facendo nascere qualcosa, come una madre che muore di parto. Avevamo esplorato la frontiera della videopoesia, il documentario non è la stessa cosa, però è una delle possibilità dell’arte visiva applicata al mondo della parola e della letteratura. Avevamo indetto un bando, l’iniziativa si sarebbe dovuta chiamare “La vita in versi”, riprendendo un titolo di Giovanni Giudici. Non riuscimmo a portare a termine il progetto, la poetessa Jolanda Insana, che è morta qualche anno fa, a un certo punto litigò con la regista, cosa che può accadere... Insomma, per farla breve, passato del tempo, abbiamo deciso di fare qualcosa noi.

FA: Pedinare un poeta, come rincorrere una libellula, non è facile. Quali sono state le difficoltà nel girare il film?

CP: È difficile catturare il processo. Nel suo discorso alla cerimonia di consegna del Nobel, Wisława Szymborska fece un riferimento molto chiaro all’immensa difficoltà di filmare il processo creativo di uno scrittore: mentre di un pittore guarderemmo il tratto, la materia, la tela, di un musicista le note che si inseguono, un film su un poeta è una cosa straziante: che cosa filmi? Questo è stato l’imbarazzo della costruzione del film. Tuttavia, è proprio ciò che ha voluto fare Ferri: mettere il processo creativo di Fabio Pusterla nel mondo e viceversa, raccontare l’uno attraverso l’altro, tenendo in considerazione che l’uomo è una carta assorbente e che la poesia è nei giorni. Poi arriva il setaccio, la cristallizzazione di quello che resta e che pretende una messa in forma. Come in quel grande e nobile sport che è il pugilato: mentre una schiena si appoggia all’altra, i corpi prendono tempo, si avvicinano e si distanziano, si osservano nel rispetto e nella curiosità l’uno per l’altro.

FA: È un film di interni, la casa sul lago, ad Albogasio, con il soggiorno, la cucina, il suo studiolo, ma ci sono anche molte scene all’esterno, alcune particolarmente suggestive. Che ruolo ha il paesaggio?

CP: Lo studio e la casa funzionano da refrain. Io e Fabio amiamo moltissimo un album di Bob Dylan che si intitola “Bringing It All Back Home”, nel film c’è l’idea che la poesia sia proprio questo riportare tutto a casa. Le strette di mano, le fatiche, le conferenze, i sorrisi a volte pieni a volte stentati, la famiglia, gli amici, i maestri, tutto deve trovare composizione in un quaderno. Poi c’è il paesaggio, che è ovunque nella poesia di Pusterla, anche l’uomo è paesaggio. Pusterla, che non è un credente, indaga le stratificazioni, la geologia degli uomini così come della società, da lì anche il dolore di vedere le cose svilite, sfibrate. Il senso etico e civile dello scrivere poesia si intreccia al lavoro dell’insegnante.

FA: Non solo i luoghi dei vivi, ma anche quelli dei morti. Nel film Pusterla fa visita alla tomba di Maria Corti, grandissima figura intellettuale del panorama europeo del secondo Novecento. Si conoscevano?

CP: Lui e sua moglie si laurearono entrambi con Maria Corti. La comunicazione tra i vivi e i morti è un tema centrale. Da Giovanni Raboni a Vittorio Sereni, la comunicazione che si ha tra i vivi non è molto diversa dalla comunicazione che si può avere con i morti: il perduto è esattamente ciò che fa la poesia, è quello che benedice la possibilità della poesia. Lo stesso amore per la poesia ti porta ad affondare nel medioevo e tra gli antichi: il dialogo con le persone andate prima di noi è sempre proficuo, tenendo presente che i padri e le madri non sono solo quelli biologici. Maria Corti è stata la persona che gli ha insegnato la fatica di un cammino, sia lei, sia il poeta Philippe Jaccottet. Bisogna sempre ringraziare chi ti dice che non è facile, che la via è molto stretta. Questo dialogo è sempre vivo, anche se avviene con una persona che non c’è più.

FA: Pusterla critica una certa lettura retorica dei testi che, poggiandosi su presunte specificità identitarie, mal si adatta all’ampiezza del dominio letterario, il cui perimetro è più arioso. Il film, infatti, traccia una geografia diversa da quella determinata dai nomi delle nazioni, delineando una mappa della poesia che dalla Svizzera arriva fino in Lombardia, a Milano, Pavia, passando per la cosiddetta Bassa bergamasca, dove sei nato e abiti tu. È innanzitutto una configurazione umana, che non si esaurisce nel dato territoriale.

CP: Innanzitutto Fabio è cittadino svizzero e anche cittadino italiano. Inoltre, vive a bordo lago, sulla frontiera, in un luogo apparentemente marginale. Questa posizione gli consente ciò che da sempre auspica di vedere realizzato idealmente all’interno del mondo della poesia, della scrittura, cioè l’universalità: i fili e i nodi che ci legano sono molto diversi dai confini amministrativi. In questo senso nel film si vede come il Ticino sia un’estensione della Lombardia, lo spirito comune è quello laghé. Poi, essere svizzero significa anche fare continuamente i conti con una triangolazione linguistica che è fortissima.
Credo proprio che la poesia e la letteratura, per loro stessa vocazione, debbano avere alle fondamenta quest’ispirazione universalistica, capace di viaggiare molto oltre i confini. Il film racconta di amicizie che, come i corsi d’acqua (il Ticino, l’Adda), sono elementi vivificanti che uniscono.

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