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Esistono più dee dentro ogni donna. E un libro (che cura) ci aiuta a scoprire quali

Intervista. Romana d’origine, bergamasca d’adozione, la libroterapista Carla Pinna ci ha accompagnato tra le pagine del libro da cui prende spunto lo spettacolo «A chi spetta la mela d’oro?», in onda domani e sabato alle 21 su Bergamo TV

Lettura 4 min.

Che i libri possano «fare bene allo spirito» è un’idea antica millenni. Un’idea che aveva ben chiara persino il faraone Ramesse II quando fece incidere, sulla porta della sua Biblioteca sacra, la scritta «luogo di cura per l’anima».

La libroterapia, ovvero l’«uso creativo, ragionato e guidato della lettura per favorire una condizione di benessere» divenne un metodo sviluppato più organicamente alla fine dell’800 nei paesi anglosassoni, e ancora di più dopo la Prima Guerra Mondiale, quando il governo americano incaricò i bibliotecari di contribuire alla cura dei problemi psichici dei reduci.

Carla Pinna, classe 1960, è stata editor per quasi trent’anni e libraia indipendente per altri dieci prima di diventare libroterapista, e di tenere laboratori di libroterapia tra Roma, città d’origine, e la Lombardia, regione che l’ha «adottata a tutti gli effetti». Ospitata dall’ Associazione Culturale Il Paese che non c’è nella sede di Via S. Alessandro a Bergamo, Carla ha avviato ad ottobre un percorso di sette appuntamenti (gli ultimi due sono previsti il 12 marzo e il 9 aprile) basati su «Le dee dentro la donna». Proprio il saggio di Jean S. Bolen da cui lo spettacolo «A chi spetta la mela d’oro?» – di cui vi abbiamo parlato in questo articolo, e che andrà in onda su Bergamo TV domani e sabato alle 21 – è liberamente tratto.

Scopo del laboratorio tenuto da Carla è rendere le partecipanti più consapevoli delle proprie caratteristiche e delle proprie complessità, positive o negative che siano. Abbiamo chiesto a lei di spiegarci come i libri possano aiutarci a scoprire chi siamo – e come possano curarci.

MM: Partiamo dall’inizio. Chi sono i libroterapisti e com’è diventata libroterapista?

CP: Prima di tutto, occorre differenziare tra libroterapeuti, che sono medici che utilizzano la lettura e i libri di auto-aiuto per curare alcune patologie, e libroterapisti, che sono editor, librai, bibliotecari – tutti coloro, insomma, che hanno avuto a che fare per molto tempo con i romanzi e le parole – che si sono formati e usano le storie per aiutare le persone a recuperare il benessere psichico. Io mi sono laureata in psicologia, ma non ho mai fatto la psicologa. Ho cominciato a studiare libroterapia (o biblioterapia che dir si voglia) appena ho chiuso la mia libreria, ripensando al mio lavoro come libraia, che è stato anche quello di raccontare i romanzi e di cercare di suggerire il migliore per la singola persona.

MM: Mi apre un po’ questa cassetta degli attrezzi del libroterapista? Come si svolge il percorso dedicato a «Le dee dentro la donna»?

CP: Quelli che tengo sono laboratori, non corsi. Nei laboratori si sperimenta, si apprende insieme. All’interno dei miei laboratori, propongo vari percorsi. «Le dee dentro la donna» è uno di questi. Prende spunto dal saggio di Jean Shinoda Bolen, dove si analizzano dal punto di vista archetipico le caratteristiche delle divinità del mito greco. Comincio ogni incontro elencando le caratteristiche della dea protagonista e spiegando come queste caratteristiche possono ricadere sulle donne partecipanti. Invito poi a trovare questi tratti in alcuni romanzi che consiglio. Ovviamente, c’è da fare una premessa: noi donne (perché sono sempre più le donne che gli uomini a partecipare ai miei laboratori) non siamo mai al cento per cento Artemide, Atena o Demetra. La cosa bella è riconoscere in noi quale archetipo impersoniamo di più, oppure quale vorremmo impersonare di più, e lavorare sulla consapevolezza, e sull’evoluzione di quest’archetipo.

MM: Abbiamo basato il nostro spettacolo sul saggio della Bolen. Ci sono divinità in cui ci siamo rispecchiate di più, altre che sono piaciute meno… Estia, per esempio, la dea della casa, ci è sembrata una dea «antiquata», difficile da impersonare…

CP: Bisogna tenere presente una cosa. Non solo, come donne, non abbiamo un archetipo solo, ma più archetipi allo stesso tempo – ma il nostro percorso esistenziale ci porta anche a cambiare. Se nella gioventù il mio archetipo predominante era Artemide, nell’età adulta diventa Demetra, e nell’età della maturità è Estia. Perché Estia non è semplicemente chi medita mentre stira, ma il cerchio sacro attorno a cui le donne si riuniscono. Mentre Artemide e Atena sono una in sé stessa, centrate verso l’esterno, Estia è centrata verso l’interno. Se pensiamo a Ildegarda di Bingen, la monaca venerata come santa, la associamo facilmente ad Estia. In realtà, Ildegarda presenta molti tratti riconducibili ad Artemide oppure ad Atena: se no, non avrebbe avuto il coraggio di scrivere al Papa e agli imperatori!

MM: E di Demetra, la madre che soffre la sindrome del nido vuoto quando la figlia le viene rapita, cosa mi dice? È possibile riconoscersi in Demetra anche senza avere figli?

CP: Demetra è la madre, ma anche l’elemento dell’istinto materno a 360 gradi, la psicoterapeuta che sta al telefono con chi ha bisogno di lei, la zia che apparecchia per gli amici dei nipoti e accoglie tutti senza distinzione. Il romanzo che consiglio per invitare a trovare quanto di Demetra c’è in noi, è «Agnes Browne mamma» di Brendan O’ Carroll. La storia è quella di una donna irlandese che ha un banco di frutta e verdura a Dublino, sette figli e un marito beone e violento. Quando il marito muore, la protagonista si rimbocca le maniche, si mette al lavoro, e grazie all’amica comincia a cambiare la sua vita, sempre con questi figli al seguito. Consiglio anche «Fili di rame e d’amore» di Michele Caccamo, storia di un’immaginaria scultrice che dedicò la vita a ricostruire con maschere di rame i volti dei soldati mutilati durante la Prima Guerra Mondiale. In questo caso, i tratti di Demetra si ritrovano nella cura che la protagonista dedica ai soldati. Leggendo questi romanzi ci chiediamo anche: noi che caratteristiche abbiamo di Demetra?

MM: Parliamo di libri che curano, di rimedi letterari, ma personalmente, se penso alla mia storia da lettrice, penso anche a libri che mi hanno fatto male. Ricordo che quando lessi «Madame Bovary», arrivai ad odiare la protagonista dall’inizio alla fine!

CP: Io rivendico i diritti del lettore di Pennac: si può leggere un libro fino alla fine, lasciare un libro a metà… ma anche nei laboratori di libroterapia ci sono dei libri che non funzionano, che non piacciono. È normale: i libri non sono come un farmaco, non hanno lo stesso effetto per tutti. La libroterapia si basa su due concetti: la catarsi aristotelica e l’uso della metafora. Quando leggiamo ci identifichiamo in una storia, in un personaggio, un’ambientazione sociale…e l’identificazione dall’alto ci aiuta a capire meglio alcune problematiche che per noi non erano così chiare. È anche vero che un libro ci può restituire situazioni di disagio, di difficoltà: la questione fondamentale è capire da dove deriva il disagio. La libroterapia aiuta a leggere in maniera differente, a sciogliere dei nodi: perché non sono riuscita a leggere questo libro? Perché ho odiato questo personaggio?

MM: Ha un libro del cuore? O un libro che l’ha curata?

CP: Si. Nei vari laboratori tematici che tengo ce n’è uno dedicato all’elaborazione del lutto a 360 gradi (che non vuol dire solo perdita fisica, ma anche perdita di un lavoro, di un’amicizia, un ideale…). Il libro che utilizzo si chiama «La ridicola idea di non vederti più» di Rosa Montero, scrittrice e giornalista de «El Pais». L’autrice perde suo marito e da brava scrittrice si cura scrivendo. Attenzione – non scrive la sua storia. Scrive la biografia di Marie Curie, raccontando come la scienziata visse il rapporto con il marito e la morte. Ci mise anche del suo, tutta una serie di riflessioni positive. La scrittura, in questo caso, ha curato lo stesso scrittore… e la lettura ha curato me…

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